sabato 30 marzo 2013

#Amina, la Femen di Tunisia che non può mostrare il seno – Femminismo a Sud


Monica ci segnala la vicenda di #Amina, della quale probabilmente molte persone sono già informate. Per chi non lo fosse:
Amina, 19 anni, tunisina, studentessa di scuola superiore.
Ha conosciuto Femen dal web e ha preso contatti per fondare il gruppo tunisino. Così ha fatto alcune foto di se a petto nudo con scritto addosso messaggi come “si fotta il vostro moralismo”, “il mio corpo è mio”, e cose del genere. A quel punto: “scandalo”. Lei a rischio arresto per 8 mesi, un imam chiede ai musulmani di darle 10 frustate e poi lapidarla finchè morte non sopraggiunga. A quel punto lei va anche ospite su un programma tv tunisino abbastanza conosciuto e pronuncia parole importanti! Credetemi: l’ho ascoltata in lingua originale ed è stata una grande, dopodichè nel giro di un paio di giorni, la sua pagina fb viene chiusa, quella di femen tunisia piratata da islamisti e lei scompare e per 2 o 3 giorni non se ne è saputo nulla. Ora pare si sia capito che è ostaggio della famiglia che l’ha messa a psicofarmaci perchè ritiene abbia problemi psichici (?!!??), insomma un disastro. Le hanno tolto telefono, internet, e non la mandano più a scuola. E’ sorvegliata a vista! Così Femen ha lanciato una campagna per la raccolta di foto in suo sostegno e sta cercando di organizzare delle manifestazioni. Se ne parla su tutte le pagine facebook di Femen ne parlano, quella italiana, francese, brasiliana, tedesca, olandese, sud americana, tutte, e notizia di stamattina è che degli islamisti hanno piratato il sito di Femen france. Ecco: questo è un breve riassunto. Spero fortemente nel vostro sostegno a questa piccola grande donna. E ancora grazie!
#Femen dichiara il 4 Aprile il giorno della protesta in topless #jihad solidale con #Amina
(http://www.facebook.com/Femen.UA?fref=ts)
Il sito delle Femen, nel frattempo, è stato defacciato. Ora ci sono scritti insulti e minacce.
Si pensava la ragazza fosse scomparsa. La pagina facebook delle Femen dice invece che è a casa sorvegliata e non può uscire.
Un po’ di notizie le trovate QUI.





#Amina, la Femen di Tunisia che non può mostrare il seno – Femminismo a Sud:

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Ferrara. In 4mila a fianco di mamma Patrizia in ricordo di Federico.


Ferrara. In 4mila a fianco di mamma Patrizia in ricordo di Federico.

In tanti, circa 4mila persone provenienti anche da fuori città e da altre regioni si sono stretti attorno a Patrizia Moretti dopo la vergognosa provocazione del sindacato di polizia Coisp.
Tante famiglie, semplici cittadini e anche gli studenti del Collettivo Sancho Panza di Ferrara hanno affollato piazza Savonarola per affermare che la morte di Federico è stata un omicidio commesso da poliziotti in servizio.
Patrizia nel suo intervento ha voluto anche ricordare le molte vittime della violenza dei servitori dello stato che troppe volte sono rimaste impunite. “Noi non siamo assassini!”
Ferrara ha deciso così di rispondere alle provocazioni del Coisp, il sindacato di polizia autore tramite alcuni suoi affiliati di un gesto squallido come quello di posizionarsi sotto l’ufficio di Patrizia, la madre di Aldro, al fine di chiedere l’impunità per gli assassini del figlio.
In quella stessa piazza, sotto il Comune, si è tenuto oggi un presidio partecipatissimo e determinato da persone di tutte le età. #stopthecoisp recitava lo striscione principale, con la folla a salutare con commozione e rabbia le parole dei genitori di Federico, Lino e Patrizia, che hanno preso parola brevemente verso le 18.
Un presidio che si è riempito anche della presenza degli studenti delle scuole superiori ferraresi, dei tifosi della Spal, “Noi per sempre al fianco della famiglia Aldrovandi!” “La nostra memoria è la vostra condanna! Aldro Vive!” erano alcuni degli striscioni, accompagnati con canti e cori in memoria di Federico.
Una bella giornata di ricordo attivo di Federico, solo uno dei tanti casi di brutalità e violenza poliziesca di questo paese. La stessa Patrizia Aldrovandi si è detta stupita della presenza così ingente di persone al presidio,a cui erano presenti anche Ilaria Cucchi, Domenica Ferulli, Lucia Uva.
Ovvero altre vittime di una violenza sentita due volte da chi, come Patrizia, da otto anni subisce anche l’infamia del tentativo di voler cancellare la memoria dei fatti di quel 25 settembre. Le parole recentissime di Giovanardi a LaZanzara sono infatti l’ennesimo simbolo di questa doppia violenza, che oggi Ferrara ha voluto però fortemente rispedire al mittente.


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giovedì 28 marzo 2013

28 marzo 1997 Kater I Rades una strage di Stato dimenticata

La notte del 28 marzo  1997 una nave della marina militare italiana sperona la  Kater I Rades nel Canale d’Otranto morirono 81 persone
“Volevo farla rinavigare, volevo farla ripartire. E’come se si trovasse in mezzo a una tempesta e tutto il mare gli fosse scoppiato addosso. Ho cercato di farla riemergere in superficie, quello che si era inabissato doveva tornare a cavalcare le onde, con un nuovo messaggio di equilibrio tra presente e passato”. Qui, sulla banchina del porto di Otranto, quella notte se la ricordano tutti. Se la ricorda anche chi non c’era. Costas Varotsos, lo scultore venuto dalla Grecia e che da due mesi plasma vetro e ruggine, ha appena posato gli attrezzi da lavoro. La Kater I Rades è pronta per l’inaugurazione. “Che fatica tagliare in due la chiglia. È stato lo scoglio più duro. È lì, nella pancia di questa imbarcazione, che sono stati ritrovati i 57 morti”.
La ferita è ancora aperta su tutte e due le sponde del Canale d’Otranto. Da una parte quella del lutto, dall’altra quella della colpa, entrambe ancora da rimarginare. Quando quella sera del 28 marzo del ’97, in acque internazionali, la Kater I Rades, la motovedetta albanese, entrò in collisione o, meglio, venne speronata dalla Sibilla, una corvetta della Marina militare italiana, l’urto fu violentissimo. Le donne e i bambini erano corsi giù, in quello che doveva essere il riparo più sicuro, ma che divenne una trappola. 24 corpi non sono mai stati ritrovati. Ma i superstiti, 34, ne ricordano i volti, i nomi, hanno memoria lunga, raccontano quegli attimi, quella paura. Lo fanno su questo molo, dove sono arrivati per l’occasione. Lo hanno fatto nelle aule di tribunale, a Lecce, dove sono venuti ogni volta che si è tenuta un’udienza del lungo processo che si è chiuso tra la loro rabbia e la loro indignazione. Il 29 giugno 2011, alle due del mattino, la sentenza in secondo grado ha condannato a tre anni il pilota albanese della nave, Namik Xhaferi, e a due anni il comandante della Sibilla, Fabrizio Laudadio, per omicidio colposo, reato derubricato per lesioni colpose. In dibattimento, dalla pubblica accusa era stato anche chiesto che la Marina militare e lo Stato italiano fossero assolti perché “incolpevoli dello speronamento della nave albanese”. Una strage, per chi l’ha vissuta, per cui nessuno sta pagando abbastanza.
Lecce , Corte di Appello, 29 giugno 2011 ore 02,00 del mattino: 13 ore di camera di consiglio e 14 anni di attesa per una sentenza amara per tutti coloro che speravano di avere  giustizia di una strage assurda come quella del 28 marzo del 1997 nel canale d’Otranto.
Tre anni al pilota albanese  della nave Xhaferi e due anni al comandante Laudadio della corvetta Sibilla, condannati per omicidio colposo,  reato derubricato per lesioni colpose, un pugno di euro come risarcimento per le parti civili.
Una sentenza per la quale nessuno pagherà con il carcere o misure alternative,  ma che “fortunatamente” non accoglie quanto addirittura era stato richiesto in dibattimento dalla Pubblica accusa, ovvero che di fatto Marina Militare e Stato Italiano andassero totalmente assolti,  poiché “incolpevoli dello speronamento della nave albanese” nel corso di un’operazione di respingimento di profughi in acque internazionali  e che di fatto criminalizzava la volontà degli albanesi  di fuggire dalla  Valona in piena guerra civile, a bordo di quella piccola imbarcazione.
Una sentenza che è in linea con quanto scrivemmo come associazioni antirazziste brindisine a poche ore dall’affondamento di quella nave , ovvero che a pagare, se pur lievemente, sarebbero stati solo gli ultimi di una lunga catena di responsabilità,  e  che conferma come noi, i superstiti del naufragio e alcuni avvocati, in quel lontano 97, avessimo ragione sull’indicare in un Tribunale Internazionale il solo soggetto a cui rivolgerci per la violazione di diritti e trattati internazionali avvenuta in quelle poche miglia che dividono l’Albania dalla costa pugliese d’Italia.
Spariti dai processi di primo grado i ministri dell’allora governo Prodi  e gli ammiragli competenti che avevano dato ordine alle due navi italiane , la Zefiro e la Sibilla, di intercettare e respingere le carrette del mare albanesi; nel frattempo rese introvabili, distrutte, lacunose e  tali da non essere utilizzabili come prova cardine di quelle responsabilità, le comunicazioni, radio, telefoniche, dispacci diplomatici, ecc.
Dall’altro lato, lo Stato albanese fragilmente costretto a dipendere dagli aiuti esterni e in primis dall’Italia è rimasto di fatto in disparte, forse non volendo inimicarsi la classe politica del nostro paese , non  ha mai spinto affinché  fosse intrapreso  il percorso di un giudizio internazionale e  da esso oggi,  nel contesto attuale, in cui si chiede che il paese dell’Aquile entri a far parte dell’area Euro,  è impensabile che ci si aspetti uno scatto di orgoglio nazionale.
Insomma un iter che ci ricorda le tante stragi di Stato, da Piazza fontana, a Bologna, Brescia, Ustica, che insanguinarono  gli anni della nostra generazione .
Un processo che nonostante tutti i “sabotaggi” informativi della prima ora è riuscito ad andare avanti solo all’ostinazione di noi antirazzisti brindisini e pugliesi e dei superstiti e dei familiari delle vittime, che fecero divenire un caso politico la richiesta di recupero della Kater i Rades, affichè le versioni di Stato sull’accaduto fossero smentite attraverso l’analisi dello scafo e il recupero dei corpi.
Oggi, quella  che fu una bara per un centinaio di donne e bambini albanesi, giace arrugginita in un’area dismessa della Marina e solo grazie alle proteste degli antirazzisti e degli avvocati delle parti civili, essa non è stata rottamata ma, se  non si  provvederà a fermare l’incuria degli uomini e il passare del tempo, di quella tragedia non rimarrà traccia.
Forse l’unico risarcimento alle vittime sarebbe quello di restaurare quella bara collettiva e riportarla a Valona per farne un monumento a tutte le tragedie del mare , ma anche monito a tutti coloro che con linguaggi xenofobi e razzisti ad ogni emergenza da flussi migratori invocano misure folli e criminali come il respingimento in mare dei profughi e misure segregazioniste antimmigrati
Noi  antirazzisti pugliesi continueremo a chiedere giustizia  per le vittime della Karer come quelle di tutte le tragedie dell’immigrazione e saremo sempre al fianco dei migranti, come ieri 28 marzo  quando abbiamo manifestato insieme ai familiari albanesi dinanzi al Tribunale di Lecce.( vedi http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/kater_appello.htm)
Oggi il nostro cuore è ancora di più vicino al loro, vicino ai genitori  e ai familiari di Basha Zhylien 3 anni, Demiri Lindita 12 anni, Greco Kristi 3 mesi, Xhavara Credenza  6 mesi , Sula Kedion 2 anni, Bestrova Dritero 10 anni e Kostantin 2 anni, Xhavara Gerald  5 anni Xhavara Kamela 10 anni e… tante altre anime di angeli gettati in un abisso del canale d’Otranto, in un giorno in cui il nostro paese fu colpito dalla follia razzista antialbanese
Anche questa è la storia del “Battello di rada” partito da una Valona in piena guerra civile . Il relitto, abbandonato per anni nel porto di Brindisi, doveva essere demolito. Lo aveva disposto la Corte d’Appello di Lecce, nella scorsa primavera. È stato il Comune di Otranto, su spinta dell’associazioneIntegra Onlus, a bloccarne lo smantellamento. “Per noi sarebbe stata un’offesa a tutto quello che siamo stati. Recuperare quel relitto, trasformarlo in opera d’arte, non è semplicemente un modo per chiedere scusa agli albanesi. È anche un esercizio di memoria per noi. Dopo quella tragedia, lo Stato italiano ha capito che non potevamo più continuare con i respingimenti in mare, sono stati uno strazio. Una nave in mare aperto la si accoglie, in ogni caso. E il nostro porto è tuttora aperto a questo”.
Luciano Cariddi, che ha voluto l’opera, è anche il sindaco che a Otranto ha riaperto il “Don Tonino Bello”, il centro di primissima accoglienza per gli immigrati. Era chiuso da cinque anni. Dal luglio del 2010 non ha più smesso di funzionare. Prima c’erano gli albanesi, ora ci sono gli afghani, gli egiziani, gli iracheni. “Gente in fuga, a cui abbiamo l’obbligo e la voglia di dare pace. È per loro – ribadisce Cariddi – che la Kater è diventata il monumento all’umanità migrante, ‘L’Approdo’”.
È qui l’altra Lampedusa. Su questa banchina. La nuova porta dell’Europa ha la forma della prua recuperata e il colore del vetro che è stato lavorato. “Materiale trasparente, che ti obbliga a guardare al di là, non pellicola di separazione – precisa lo scultore greco – perché questo Adriatico torni ad essere fluido, via di comunicazione e non frontiera”. La Kater I Rades è il simbolo dell’Europa di oggi che sta per implodere. “Anche la mia Grecia e anche la nostra Italia si trovano in mezzo alla tempesta, come lo è stata quest’imbarcazione quella notte del ’97. Forse quella tragedia voleva avvertici della deviazione degli obiettivi dell’Europa unita. Non abbiamo saputo virare per tempo. E ora da qui suoniamo l’allarme contro la xenofobia che è tornata a dilagare per le nostre strade”. Così dice Varotsos, che al suo fianco ha voluto ci fosse anche un gruppo di ragazzi della Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo. Sono venuti da Egitto, Siria, Cipro, Albania, Montenegro, Francia e ci saranno anche loro nella “residenza internazionale per il contemporaneo e le migrazioni”. Quest’opera collettiva è l’incipit di quest’altro racconto, di quest’altro capitolo che si aggiunge alla storia della Kater I Rades e degli sbarchi sulle coste salentine e italiane. Il lutto e la colpa non si cancellano, ma si rielaborano, come nei funerali, in Grecia, quando la gente si saluta e dice “Vita a voi”. Ecco, Otranto oggi agli albanesi e ai nuovi migranti vuole dire proprio questo, “Vita a voi”.

Ferrara: provocazione del coisp contro Patrizia Aldrovandi


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Ennesima provocazione dei sindacalisti del coisp sotto le finestre dell’ufficio dove lavora Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, il giovane ucciso dalle botte di quattro poliziotti che il ‘sindacato’ di polizia continua a difendere.
Di tutta la variegata galassia sindacale della polizia di Stato, il coisp è la sigla che conta di meno. Per questo motivo i suoi dirigenti cercano visibilità con ogni mezzo, attraverso qualsiasi iniziativa la loro organizzazione riesca a concepire.
Da un po’ di tempo hanno deciso di concentrarsi su Ferrara e sulla vicenda Aldrovandi, e pur di ottenere qualche rigo in cronaca non esitano a sfruttare sfacciatamente la morte di Federico e a insultarne la memoria. Oltre che la madre.
Dopo il camioncino da ferramenta in giro per Ferrara, con il quale portavano la loro solidarietà ai quattro poliziotti che hanno massacrato di botte il 18enne ferrarese – e che sono stati condannati – dopo il presidio con tanto di applauso presso l’aula di tribunale dove si decidevano le sorti di Enzo Pontani, l’ultimo dei quattro per i quali il giudice ha deciso l’ingresso in prigione, questa mattina gli esponenti del Coisp hanno organizzato un sit-in direttamente sotto l’ufficio di Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, impiegata presso il comune di Ferrara.
Si sono radunati in tarda mattinata in Piazza Savonarola e hanno srotolato i soliti striscioni di solidarietà ai quattro colleghi condannati. Una sfida. Una vera e propria provocazione che denota arroganza e insensibilità. Oltre che il ruolo ambiguo e assai poco sindacale di certe sigle il cui scopo principale sembra essere più quello di difendere l’impunità delle divise che si macchiano di crimini e abusi piuttosto che quello di difendere i diritti di chi lavora onestamente. Da qui la continua ricerca dello scandalo, della provocazione, della polemica.
Una provocazione così sfacciata, quella messa in scena stamattina sotto gli uffici di Patrizia Aldrovandi, che è intervenuto anche il sindaco di Ferrara, Tagliani, nel tentativo di far spostare i sindacalisti. Ma per tutta risposta è stato spintonato da uno dei poliziotti presenti e si è preso pure del ‘maleducato’ dall’europarlamentare di destra Potito Salatto. 
Con grande coraggio e dignità, oltre che sofferenza, Patrizia Moretti ha deciso di scendere in piazza per esporre, con l’aiuto di due colleghe, la gigantografia del figlio martoriato.
Dopo gli insulti di rito da parte di un’anziana passante che urlava a Patrizia “vergogna, non l’hanno fatto apposta”, i poliziotti del Coisp si sono ammutoliti ed hanno abbassato lo sguardo. In silenzio. Così come dovrebbero rimanere, di fronte alla enorme e ingiustificata sofferenza generata dai loro colleghi responsabili della morte del giovane ferrarese e di tanti altri inermi e innocenti cittadini.



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I due marò, una farsa spacciata per dramma


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Senza pudore, tutto il nuovo parlamento si è mostrato incapace di reagire alla farsa orchestrata dal ministro degli Esteri Terzi in combutta con l’ala più sfacciatamente fascista del PDL: le sue dimissioni spettacolari non erano state discusse neppure col capo del Governo (che pagherà anche quest’ultimo smacco, conseguenza quasi inevitabile dell’aver scelto e spacciato come “tecnico” un mediocre fascistello), ed erano state preparate con la tribuna riempita con i familiari e i colleghi dei due marines assassini, presenti in divisa a nome del Cocer, che era già intervenuto inequivocabilmente nella vicenda. 
La parola più ricorrente in aula e sui media è stata “tragedia”, ma ci si riferiva sempre a quella delle famiglie dei due irresponsabili sparatori. Nessuno pensava ai due pescatori e alle loro famiglie. 
Molti commentatori hanno sottolineato l’incapacità dei “tecnici”. Ma Terzi era stato scelto da Monti in quota PDL, ben conoscendo il suo passato fascista e la sua ascesa al servizio della politica (aveva organizzato il famoso viaggio di Fini in Israele che aveva sancito l’alleanza con l’estrema destra sionista). Le sue forzature atlantiche sono state ricostruite efficacemente da Tommaso Di Francesco sul Manifesto. 
Che poi i due presunti tecnici, in rappresentanza per giunta della stessa area politica, si siano scontrati in aula, è un segno della profondità della crisi. Di Paola contro Terzi, che si scannino pure tra loro, sono entrambi nostri nemici… Una vicenda parallela e apparentemente diversa, il conflitto tra Caselli e Grasso, ci spinge a analoghe considerazioni sulla magistratura, all’interno della quale ci sono a volte lotte fratricide, ma più spesso prudenti adattamenti alle pressioni dei potenti. 
La campagna sui marò era stata preparata da tempo, come avevamo denunciato con pochi altri, ed è stata facilitata dalla complicità della pseudosinistra, incapace di fornire almeno qualche dato per smontare la retorica, gli insulti razzisti e le balle (un’altra nave nell’area della sparatoria, pseudoperizie di pseudoperiti che non hanno mai messo piede in India, presunta minaccia di pena di morte, ecc.). Nelle telefonate a “Prima pagina” di RAI3 sono emerse perfino grottesche proposte di espellere tutti gli indiani che lavorano onestamente in Italia, senza capire che gli interessi italiani in India sono ben più grandi, e che la politica irresponsabile del governo li ha messi in pericolo, spingendo gli imprenditori che fanno buoni affari in quel paese a implorare da Monti una correzione di linea. 
Naturalmente non è una sorpresa la viltà e debolezza di tutto il centro sinistra (non solo delle componenti più organicamente legate all’imperialismo italiano), che non ha mai detto una parola contro le frenesie interventiste. Ma è triste constatare anche l’inadeguatezza dell’intervento di Alessandro Di Battista a nome del gruppo M5S: la sua denuncia è rimasta sul generico, ed è caduto nella trappola delle mistificazioni della destra: ha mostrato di credere alla favola della minaccia di pena di morte per i due marò. Non c’è stata nessuna denuncia dello scandaloso intervento dei “nostri” militari a protezione di armatori privati. Una trovata, non a caso, del fanatico ex ministro della Difesa Ignazio Larussa, che ovviamente voleva accontentare la sua clientela di fascistoni allevati nei corpi speciali offrendo loro un lavoretto non pericoloso pagato 500 euro al giorno… 
Spero che nel caso di Di Battista si tratti solo di inesperienza e di una documentazione ricavata frettolosamente da Wikipedia, e non di un rapido adattamento al clima generale di un parlamento screditato da lunghe pratiche di servilismo al potere reale (che è fuori del parlamento). Non solo quello precedente, a cui alludeva nella sua timida rettifica Battiato: il malcostume di mettersi in vendita era presente in molte, moltissime legislature, e non solo nel parlamento italiano, ma sia pur con differenze di stile nella maggior parte dei parlamenti borghesi. Mi dispiace che Franco Battiato, con una forzatura volgare e sessista (caro Battiato, ma Scilipoti, De Gregorio, Fini, Mastella, Casini, ecc., di che sesso sono?) abbia indebolito la sua denuncia, che nella sostanza è condivisa da moltissimi concittadini. È mi dispiacerebbe ancor più se domani dovesse pagare solo lui.






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LE INIZIATIVE DEL 18 E DEL 20 APRILE A ROMA PER VIK


Ecco il programma delle due iniziative che si terranno a Roma giovedì 18 e sabato 20 aprile, per ricordare Vittorio Arrigoni e sostenere la realizzazione dell’asilo a Gaza che porterà il suo nome.
Giovedì 18 aprile, dalle 17.30, in Via Baldassarre Orero n. 61 (Casalbertone), verrà presentato il progetto dell’asilo “Vittorio Arrigoni”, elaborato dall’associazione palestinese “Ghassan Kanafani”, che ha già realizzato altri cinque asili nella Striscia di Gaza. L’asilo intitolato a Vittorio sorgerà a Khan Younis, nel sud della Striscia. L’invito alla partecipazione è rivolto alle associazioni ed ai comitati di solidarietà con il popolo palestinese, all’associazionismo solidale, alle lavoratrici ed ai lavoratori della scuola e dei servizi sociali ed educativi ed a chiunque voglia contribuire ad un’impresa di solidarietà concreta con il popolo palestinese. Al termine del dibattito, aperitivo a sottoscrizione.
Sabato 20 aprile, alle 18.00, al cinema America occupato, in Via Natale Del Grande (Trastevere), incontro-dibattito con Patrizia Cecconi (Presidente degli Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese), l’avvocato Gilberto Pagani(legale della famiglia di Vittorio), il giornalista e cartoonist Vauro Senesi eGermano Monti (Freedom Flotilla Italia).
Saranno in funzione stand di gastronomia palestinese e di presentazione di prodotti della Striscia di Gaza esportati in violazione dell’embargo imposto da Israele.
Dalle 21.00, concerto con Stefano Saletti e Barbara Eramo (Banda Ikona 2)Provincia Zen e Radici nel Cemento. A seguire, live set a cura di Pan Tone Live Trio (Sludge Room Kollektive).
Il ricavato delle due iniziative contribuirà alla realizzazione dell’asilo “Vittorio Arrigoni” a Khan Younis.
Qui presto le informazioni sulle iniziative in altre città.
Firenze :
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Chi è Potito Salatto, l’europarlamentare solidale con gli assassini di Aldro

E spunta una sua interrogazione al parlamento europeo sul bambino di Padova portato via «brutalmente» dalla polizia.
Si chiama Potito Salatto e ieri mattina era in piazza Savonarola, a Ferrara, per portare la propria solidarietà al personale delle due volanti – Alfa due e Alfa tre – che la notte del 25 settembre 2005 intervennero in via dell’Ippodromo: Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto. Gli assassini di Federico Aldrovandi. «Io rappresento l’Europa», ha detto con notevole pelo sullo stomaco al sindaco di Ferrara, che chiedeva al sit-in di indietraggiare di qualche metro, giusto per non urlare davanti a una madre il proprio supporto ai carnefici di suo figlio.
Salatto, europarlamentare in quota Fli, dice di sé: «In molti mi considerano un politico atipico e di questa etichetta, devo ammetterlo, vado parecchio fiero. Sarà perché mi tengo a debita distanza dai palazzi del potere e mi trovo più a mio agio tra la gente comune, a stretto contatto con la cosiddetta società civile. Da loro, d’altronde, ho ricevuto la mia legittimazione, ho avuto l’incarico di rappresentarli in Europa dopo diversi anni senza l’ombra di ruoli istituzionali». E meno male, l’amico di Alfa Due e Alfa Tre è stato eletto per la prima volta consigliere comunale a Roma per la Dc nel 1976. Poi: consigliere regionale del Lazio, vicepresidente e assessore fino al 1994. Da lì un lungo tragitto nel mondo delle associazioni capitoline, viaggi in Kosovo e Albania. Nel 2009 è stato eletto all’Europarlamento nelle file del Pdl, un anno dopo è fuggito per andare a rifugiarsi tra i finiani. La carriera tipo del politico di medio livello che, a fine corsa, viene mandato a svernare in quel grande cimitero degli elefanti che è il parlamento europeo.
Nel marzo 2009, la guardia di finanza di Foggia lo denuncia per falso e truffa aggravata nell’ambito di un’indagine per un raggiro sanitario da 21 milioni di euro.
Il 16 ottobre scorso, Salatto – insieme ad altri colleghi del Ppe – ha presentato al consesso di Strasburgo un’interrogazione relativa ad un «Episodio di maltrattamento di un bambino da parte di agenti di polizia», riferendosi a quanto avvenuto a Padova pochi giorni prima. «Nonostante l’invocazione di aiuto da parte del bambino nei confronti della madre – si legge nel testo – e il suo diniego verso l’invito a seguire i poliziotti, gli stessi procedevano brutalmente e conducevano forzatamente il minore all’interno dell’auto di servizio ignorandone le richieste di soccorso. Secondo gli psicologi il bambino dopo questo episodio potrebbe rimanere traumatizzato a vita». Discorso ampiamente condivisibile, ma allora è lecito domandarsi, alla luce di quanto avvenuto ieri a Ferrara: che ci faceva l’uomo che parlava apertamente di «brutalità poliziesca» nel bel mezzo di una manifestazione di solidarietà nei confronti di quattro poliziotti condannati in via definitiva per l’omicidio di un ragazzo? Cosa ci faceva lì, mentre la mamma di Federico, Patrizia Moretti, esponeva le immagini di suo figlio in un lago di sangue?

Il padre di Federico Aldrovandi risponde su Facebook alla manifestazione contro suo figlio


Il padre di Federico Aldrovandi risponde su Facebook alla manifestazione contro suo figlio

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Caro Federico, è pazzesco, assurdo ed inconcepibile difenderti ancora e ancora dal male, nonostante lo Stato attraverso “brave persone” ti abbia chiesto scusa.”, lo scrive su Facebook Lino Aldrovandi, papà di Francesco, il ragazzo di 18 anni la cui storia - purtroppo – conosciamo tutti fin troppo bene. 
Ieri pomeriggio gli agenti del Coisp (sindacato di polizia “indipendente”) di Ferrara hanno manifestato sotto la finestra dell’ufficio di Patrizia Moretti, la mamma di Federico, la loro “solidarietà ai quattro agenti di polizia condannati per l’omicidio di Aldrovandi. “La legge non è uguale per tutti. I poliziotti in carcere, i criminali a casa. Solidarietà, amicizia, speranza, affetto per Luca, Paolo, Monica, Enzo”, recitava il loro striscione.
Una “coincidenza” che in tanti hanno chiamato per quella che è: una volgare provocazione. A cominciare dal sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, che ha cercato di convincere i poliziotti a spostarsi di qualche decina di metri, “per evitare strumentalizzazioni”. Nel frattempo, Patrizia Moretti era scesa in strada con la foto di suo figlio, il volto rigato di lacrime. Alla vista della foto del ragazzo massacrato i “manifestanti” si sono voltati di spalle quindi, finalmente, se ne sono andati.
Oggi il padre di Federico difende l’intervento del sindaco Tagliani, attaccato tra l’altro dall’europarlamentare Salato: “Onore al Sindaco Tagliani, onore al Sindaco Sateriale, onore al Capo della Polizia, onore al Ministro degli Interni prof. Giuliano Amato che in questa storia, come uomini delle istituzioni si sono prodigati di ricucire uno strappo “infame” e odioso sotto tutti i punti di vista”.
 
Lino Aldrovandi non risparmia parole forti per gli agenti del COISP, “squadraccia mobile” secondo la copertina de il Manifesto di oggi:
“ha visto questa grigia o meglio “nera” mattina delle persone che dicono di essere dei poliziotti girare le spalle ad una madre a cui loro colleghi un vigliacco, infame e bastardo 25 settembre 2005, hanno soffocato, bastonato e alla fine ucciso senza una ragione un figlio. Non riesco a sopportarlo umanamente parlando. Vorrei chiedere semplicemente loro se si fossero comportati così, invertendo le parti. Non credo, forse sarebbero loro in galera se quella persona a terra fosse stato carne della loro carne. Non esiste destra o sinistra, esiste il rispetto della vita, forse questo sfugge a molti. Voltare le spalle non è rispetto della vita, è indifferenza…., uccide come quella maledetta mattina”
Il padre di Federico chiude poi augurandosi che il Ministro Cancellieri prenda opportune misure disciplinari di fronte ad un gesto inspiegabile ed assurdo.
Un abbraccio al mio Sindaco e uno meraviglioso ad una mamma, forse un po’ mamma di tutti, ma soprattutto di Federico.
Lino Aldrovandi, papà di Federico



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mercoledì 27 marzo 2013

NO MUOS - 30 marzo 2013

Le mancate autorizzazioni della Regione non fermano i lavori per la base militare statunitense del Muos. Se la legalità non serve, diventa decisiva la mobilitazione popolare. Sabato manifestazione nazionale a Niscemi.  Nonostante il pronunciamento unanime del Parlamento Siciliano,  nonostante la dichiarazione di guerra agli USA del Presidente Crocetta, nonostante le dichiarazioni ufficiali di ambasciatori consoli , valletti e cicisbei variopinti, nonostante revoche, sospensioni dei lavori, atti ufficiosi ed ufficiali, promesse rassicurazioni in cui tutti ci hanno messo la faccia, stamattina forzando il blocco e neutralizzando la resistenza del presidio, le forze spropositate (dell’ordine?) hanno scortato un tir con un container fino alla base ulmo scaricandolo accanto alle parabole sulla collina del muos. Tutto questo, unito alla visita di cortesia  del console  statunitense appare chiaramente  funzionale al tentativo di scompaginare e criminalizzare l’organizzazione  della manifestazione del 30 marzo. Un popolo calpestato, schiacciato,umiliato nel suo bisogno di emancipazione e di autodeterminazione vede ormai come unica alternativa  quella di rafforzare  e rendere permanente la mobilitazione popolare  contribuendo alla riuscita della manifestazione nazionale del 30 marzo ed intensificando i blocchi dei lavori della base della morte fino alla totale smilitarizzazione della sughereta. Guarda lo spot di convocazione della manifestazione nazionale No Muos a Niscemi http://www.nomuos.info/spot-manifestazione/

giovedì 21 marzo 2013

Il video che tutti dovremmo vedere

L'Atollo di Midway è unisola di 5,2 km², 3.000 ab. ca. situato nella parte occidentale dell'arcipelago delle Hawaii, nell'Oceano Pacifico. Scoperto nel 1859, costituisce oggi un comprensorio geografico sotto il controllo degli Stati Uniti, a cui furono annessi nel 1867. La civiltà, quella che produce la "plastica" è lontana 3.200 km. eppure... eppure... Vi prego. fate girare questo video, perché possiamo prendere coscienza di quel che possiamo fare di pessimo al nostro pianeta e ai suoi abitanti.