mercoledì 4 giugno 2014

4 Giugno 1944 : Bruno Buozzi assassinato dalle ss insieme ad altri 13 compagni di lotta


Era stato costretto a lasciare la scuola dopo le elementari e fece, da ragazzo, il meccanico aggiustatore. Quando si trasferì a Milano, trovò lavoro come operaio specializzato alle Officine Marelli e poi alla Bianchi. Nel 1905 aderì al sindacato degli operai metallurgici e al PSI, militando nella frazione riformista di Turati. Nel 1920 fu tra i promotori del movimento per l’occupazione delle fabbriche. Più volte eletto deputato socialista prima della presa del potere da parte del fascismo, Bruno Buozzi nel 1926 espatriò in Francia, dove continuò, nella Concentrazione antifascista, l’attività unitaria contro il regime di Mussolini.
Durante la guerra di Spagna, per incarico del suo partito, diresse l’opera d’organizzazione, raccolta e invio di aiuti alla Repubblica democratica attaccata dai franchisti. Alla vigilia dell’occupazione tedesca di Parigi, Buozzi si trasferì a Tours. Lo tradì il comprensibile desiderio di visitare, a Parigi, la figlia partoriente. Nel febbraio del 1941 fu, infatti, arrestato dai tedeschi nella Capitale francese. Rinchiuso dapprima nelle carceri della Santé, fu successivamente trasferito in Germania e, di qui, in Italia dove rimase per due anni al confino in provincia di Perugia.
Riacquistata la libertà alla caduta del fascismo, ai primi di agosto del 1943, Bruno Buozzi fu nominato dal governo Badoglio, insieme al comunista Giovanni Roveda e al democristiano Gioacchino Quarello, commissario alla Confederazione dei sindacati dell’industria. Durante l’occupazione nazista di Roma, Buozzi trovò ospitalità presso un amico colonnello e, quando questi dovette darsi alla macchia, cercò un altro precario rifugio, dove fu sorpreso dalla polizia.
Era il 13 aprile 1944. Fermato per accertamenti e condotto in via Tasso, i fascisti scoprirono la vera identità del sindacalista. Il CLN di Roma tentò a più riprese, ma senza successo, di organizzarne l’evasione e il 1° giugno 1944, quando gli americani erano ormai alle porte della Capitale, il nome di Bruno Buozzi fu incluso dalla polizia tedesca in un elenco di 160 prigionieri destinati ad essere evacuati da Roma. La sera del 3 giugno, con altri 12 compagni, Buozzi fu caricato su un camion tedesco, che si avviò lungo la via Cassia, ingombra di truppe in ritirata. In località La Storta, forse per la difficoltà di proseguire, l’automezzo si fermò e i prigionieri furono fatti scendere. Rinchiuso in un fienile per la notte, all’indomani il gruppo fu brutalmente sospinto in una valletta e Bruno Buozzi – sembra per ordine del capitano delle SS Erich Priebke – fu trucidato con tutti i suoi compagni.
Dopo la Liberazione, a Bruno Buozzi sono state intitolate strade e piazze a Roma e in molte altre città d’Italia. Portano il suo nome anche cooperative, associazioni sportive, scuole. Una Fondazione Bruno Buozzi, che ha tra i suoi compiti quello di incrementare gli studi sul sindacalismo, si è costituita a Roma il 24 gennaio 2003. La presiede Giorgio Benvenuto.
Le Vittime
  • Gabor Adler, volontario ungherese, alias il capitano inglese "John Armstrong"', alias "Gabriele Bianchi"[5][6], inviato a Roma dagli inglesi in azione di spionaggio. Sepolto al Cimitero del Verano, riquadro 5[7].
  • Eugenio Arrighi, tenente (Fronte militare clandestino)
  • Alfeo Brandimarte, maggiore delle Armi navali (Fronte militare clandestino) - Medaglia d'oro al valor militare
  • Bruno Buozzi, operaio, dirigente sindacale, già deputato del PSI (Brigate Matteotti). Sepolto al Cimitero Monumentale del Verano, accanto alla tomba del Capitano Armstrong.
  • Luigi Castellani, insegnante
  • Vincenzo Converti, ragioniere (Brigate Matteotti)
  • Libero De Angelis, meccanico (Brigate Matteotti)
  • Edmondo Di Pillo, ingegnere (Brigate Matteotti) - Medaglia d'oro al valor militare
  • Pietro Dodi, generale di cavalleria nella riserva (Fronte militare clandestino) - Medaglia d'oro al valor militare
  • Saverio Tunetti, tenente (Fronte militare clandestino)
  • Lino Eramo, avvocato
  • Borian Frejdrik, ingegnere polacco (Brigate Matteotti)
  • Alberto Pennacchi, tipografo (Brigate Matteotti)
  • Enrico Sorrentino, capitano (Fronte militare clandestino)

martedì 3 giugno 2014

Tunisia Intervista Lina Ben Mhenni





Della campagna "Anch'io ho bruciato un posto di polizia" si è parlato durante l'intensa e ricco l'atelier che ha visto protagonisti i"Centre Mediatique Comunitaire" - CMC del sud della Tunisia allaConferenza  Freedom Of Expression a Tunisi.
"Un sogno che si è fatto realtà", ha affermato Khaled Amani di Accun raccontando l'inizio della storia: le prime carovane di Ya Basta in Tunisia e l'idea di dar vita ad esperienze concrete di informazione libera.
Da allora in due anni grazie ai progetti  Periferie Attive del GVC e Shaping The Mena Coalition of freedoom of expression di Un Ponte per ... e la patnership in ambedue dell'Associazione Ya Basta , materialmente i tre centri a Sidi Bouzid, Mentzel Bouzaienne e Regueb oggi sono una realtà.
Come hanno spiegato gli attivisti delle associazioni che li gestiscono ogni CMC ha la sua specificità ma ognuno concretizzato non solo l'accesso alla rete in maniera aperta e partecipata ma soprattutto sta rappresentando una esperienza di produzione di comunicazione, di comunità e di condivisione sociale.
All'atelier hanno partecipato anche Aziz Amami, il blogger da poco rilasciato grazie ad un'ampia mobilitazione  dopo essere stato arrestato provocatoriamente con l'accusa di consumo di droga e Lina Ben Mhenni.
Ambedue impegnati nella campagna "Anch'io ho bruciato un posto di polizia" per denunciare come i giovani e non solo che hanno dato vita alla rivoluzione oggi siano processati con l'accusa provocatorie volte a criminalizzare l'opposizione (sono già più di 130 i processi in corso) e di contro lemorti e dei violenze fatte dalla polizia restino impunite.
Aziz ha ringraziato tutti quelli che si sono mobilitati per la sua libertà ed ha aperto l'intervento dicendo che i protagonisti di questa prima vittoria sono stati i media alternativi. "Internet è un campo di battaglia come la realtà, in cui si tratta di combattere per la libertà di ognuno" ha affermato. "Rivendicare diritti fondamentali, la dignità contro chi vorrebbe mettere a tacere chi si oppone. Ci sono delle linee rosse da costruire con forza per dire che non si può torturare, non si può arrestare arbitrariamente, arrivare a privare adirittura i fermati dell'avvocato. Noi abbiamno dei diritti e non possiamo farceli togliere. C'è chi  ha ucciso e oggi è impunito questo è inaccettabile.Dobbiamo continuare la nostra battaglia" ha concluso il giovane blogger.
Alla conclusione del suo intervento abbiamo intervistato Lina Ben Mhenni per capire meglio cosa sta succedendo in Tunisia oggi e come si stia cercando di restringere le libertà attaccando chi ha contribuito realmente alla caduta di Ben Ali. 
Oggi che abbiamo un nuovo governo detto “di tecnocrati”, che si suppone dovrebbero preparare le elezioni, la situazione in Tunisia  non è così buona come cercano di far credere ai tunisini e al mondo intero. La situazione è in regressione a tutti i livelli. Per me la cosa più importante per passare alla costruzione di un nuovo paese è la giustizia transizionale.
Quando uno osserva la situazione attuale vede che i criminali che hanno ucciso i nostri martiri, colpito i nostri feriti vengono liberati e non hanno avuto pene equivalenti ai crimini che hanno commesso. Dall'altra parte ci sono i giovani della rivoluzione che sono arrestati e giudicati per crimini che non esistono nemmeno, come il possesso di alcool o il consumo di droga, o comunque con pretesti che direi assolutamente deboli. Bisogna sottolineare che in questo periodo ogni giorno assistiamo a processi contro giovani, e meno giovani, tunisini: l'altro ieri c'è stato il processo contro cinquanta persone, tra cui una donna di settant'anni accusata di aver incendiato un posto di polizia.
La maggioranza delle  persone che sono arrestate oggi lo sono per aver incendiato un posto di polizia.
La mia domanda è: come si poteva fare una rivoluzione senza resistere alle forze di sicurezza, alle forze dell'ordine che ci stavano attaccando?
Se questi giovani e queste persone non fossero scese in strada, se non avessero manifestato, non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione. Dunque non ci sarebbero queste persone che oggi sono al potere e che ci stanno opprimendo di nuovo.
Ed ecco che arriviamo alla campagna “Anch'io ho incendiato un posto di polizia”, in seguito alla quale Aziz Amani è stato arrestato.
Aziz infatti non è stato arrestato per il consumo di droghe, come vorrebbero far credere alla gente, maperché ha parlato della situazione in Tunisia. Ha parlato di tutti i problemi connessi alla questione dei martiri e dei feriti dalle forze dell'ordine durante la rivoluzione, e anche di altre questioni, come i problemi economici o il debito. Non vogliono risolvere questi problemi ma vogliono vendere il paese. Questa per noi non è la soluzione. Le stesse politiche utilizzate da Ben Ali sono oggi utilizzate dal Governo dei tecnocrati e sono state utilizzate dai governi appoggiati dalla Troika e ancor prima da Ben Ali.
La situazione è ancora più orribile, come ho spiegato nel mio intervento alla Conferenza. All'inizio si è pensato che la libertà di espressione e della stampa fossero le conquiste della rivoluzione,visto che siamo tutti d'accordo che non ci sono stati altri cambiamenti a parte questo.
Ma queste libertà vengono calpestate giorno dopo giorno. Certo, oggi puoi dire tutto quello che vuoi ma rischi di essere arrestato, messo in prigione, torturato e addirittura ucciso.
Oggi non ci sono strumenti di informazione pubblici che danno voce ai problemi dei cittadini tunisini. Ho l'impressione che i tutti i media siano manipolati e controllati sia dagli uomini d'affari che dai politici e dalla Polizia e dal Ministero dell'Interno, che manipola l'informazione con il sindacato di polizia che riesce a convincere giornalisti, avvocati e cittadini che stanno facendo le cose giuste e che hanno ragione, che sono delle brave persone che stanno cercando di ricostruire questo paese.
E anche quando parliamo di media gestiti da cittadini bisogna dire che c'è un grande problema: ho spiegato nel mio intervento che ci sono quelli che hanno già lavorato sotto il regime di Ben Ali e vogliono un vero cambiamento e che sono stati raggiunti da dei giovani convinti di questa idea e poi c'è una seconda parte che è invece strumentalizzata, con operatori dell'informazione assunti da partiti politici o dal governo o da uomini d'affari per diffondere campagne di denigrazione contro chi si oppone, contro i dissidenti e contro le voci oneste che cercano di cambiare veramente la situazione.