giovedì 23 febbraio 2017

Luca Rossi come Carlo Giuliani e Stefano Cucchi: Gelato in Febbraio







E’ la sera del 23 Febbraio 1986. Luca Rossi
e Dario, giovani militanti di Democrazia Proletaria e studenti
universitari non ancora ventenni, stanno correndo per prendere la
filovia in Piazzale Lugano, quartiere Bovisa di Milano. In un altro
punto della stessa piazza, alcune persone discutono prima con calma e
poi sempre più animatamente e scoppia una rissa. Una delle persone
coinvolte è un agente fuori servizio in forza alla Digos, 

conosciuto in zona come un tipo arrogante e un po’ “balordo”, quasi sicuramente
(quasi perche’ nessuno al processo ha avuto il coraggio, o la
possibilita’ di testimoniarlo) era li’ in quel luogo o a prendere una
“mazzetta” o comunque in combutta con gli spacciatori della zona.
.



La rissa è un susseguirsi di pestaggi e discussioni e dopo oltre quindici
minuti finisce senza che l’agente chiami rinforzi. Due delle persone
coinvolte fuggono in auto ed il poliziotto incapace di affrontare la
situazione con la ragione e l’autorità richieste, estrae la sua pistola
d’ordinanza ed in posizione di tiro, facendo arbitrariamente e
illegittimamente uso delle armi, spara ad altezza d’uomo per colpire i
fuggitivi. Uno dei proiettili ferisce a morte Luca che si trovava a
passare per caso in quel luogo e in quel momento.
Ma non è un “caso” che consente al poliziotto di sparare. E’ una legge, la cosiddetta “Legge Reale”che conta al suo attivo negli anni decine e decine di vittime “per sbaglio”. La successiva sentenza definitiva, che chiude il processo
voluto dai familiari per ricerca di verità e giustizia e non certo per
vendetta, riconosce l’agente colpevole di omicidio colposo aggravato.
Diversamente da quella dei tanti uccisi
dalla legge Reale, la morte di Luca non fu però inghiottita dal buio: da
quel giorno, amici, parenti e compagni convennero al risoluto impegno
di contrastare l’osceno silenzio attorno alla schiera dei sommersi nel
nome della legge. Tra i risultati che ne vennero, vi fu la redazione di 625, libro bianco sulla legge Reale. Materiali sulle politiche di repressione e controllo sociale dato alle stampe nel 1990 a cura del Centro d’Iniziativa Luca Rossi
Le tappe processuali
1989 – Processo di 1° grado

L’agente Policino viene rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio volontario ma il
processo si chiude il 7 Aprile con una sentenza di condanna a 8 mesi per
omicidio colposo accidentale.
Manifestazioni di piazza e generale indignazione per la sentenza. Viene promossa una raccolta di firme
perchè la Procura Generale impugni la sentenza.

Maggio 1989
La Procura Generale ricorre contro la sentenza.

1990 – Processo d’Appello
Il 27 febbraio il poliziotto Policino viene condannato a 2 anni per omicidio colposo aggravato. Nel 1991 la Cassazione ratifica la condanna.

sabato 31 dicembre 2016

Per un 2017 Resistente e di LiberAzione. Buon anno a tutt@ !


Signori, il tempo della vita è breve.
Ma quand’anche la vita,
cavalcando la sfera del quadrante,
giungesse al suo traguardo dopo un’ora,
anche quel breve corso
sarebbe esageratamente lungo,
se trascorso in un’esistenza vile.
Se vivremo, vivremo per calcare
i nostri piedi sui corpi di re;
se morremo, morire sarà bello
trascinando alla morte anche dei principi.
Assicurate le vostre coscienze:
l’armi son belle e giuste
se giusto è il fine per cui son brandite.

William ShakespeareEnrico IV

venerdì 2 dicembre 2016

2 dicembre 1968 Avola, i braccianti uccisi tra mandorli e agrumi



Avola, i braccianti uccisi tra mandorli e agrumi
2 dicembre 1968: lo sciopero contro le gabbie salariali nel siracusano trasformato dalla polizia in una caccia a uomini disarmati

«Che cosa è successo? C’è stato un gran dispiacere perché non erano morte delle bestie, ma erano stati uccisi dei compagni.»
(Dalla testimonianza resa da un anziano operaio agricolo il 3 dicembre 1968 all’inviato di “Lotte agrarie”, periodico della Federbraccianti-Cgil.)
* * *
Avola 1968

E’ l’Italia del ‘68, scossa dalle manifestazioni degli studenti, alla vigilia di un’imponente stagione di lotte operaie. Ma è anche l’Italia dove la destra cerca e innesca provocazioni proprio per bloccare un sempre più esteso e incontrollabile movimento di masse giovanili e operaie. E’ l’Italia del dimissionario governo balneare di Giovanni Leone (in cui Franco Restivo è ministro dell’Interno).

Si prepara il primo governo di centrosinistra di Rumor e Nenni mentre il socialista Sandro Pertini è stato appena eletto presidente della Camera. E, nell’appendice di questa Italia, i trentaduemila braccianti della provincia di Siracusa sono impegnati da molte settimane (ma chi lo sa? chi ne scrive?) in una durissima vertenza con un’agraria tra le più ricche, le più potenti ma anche le più intransigenti del Mezzogiorno. Non è una vertenza qualsiasi. Intanto per la duplice posta, di evidente valenza: la parificazione delle zone salariali dell’agrumeto e dell’ortofrutta (una sottospecie delle famigerate “gabbie”), e la fine del mercato delle braccia che ha i suoi sfacciati, liberi centri di contrattazione nelle piazze di tutta la provincia e persino nel cuore della città d’Aretusa, in piazza Stesicoro. E poi perché si sa che una vittoria (o una sconfitta) nelle campagne di Siracusa non solo sarebbe decisiva per quella lotta di quei braccianti, ma farebbe da traino (o da freno) alle analoghe vertenze aperte nelle altre zone dell’Isola: dall’altrettanto ricca piana catanese alle più povere province dell’interno, dove vegetano altri agrari, parassiti.

Per la vertenza di Siracusa si è ormai alle strette. Dopo tre settimane di sciopero, i risparmi degli operai agricoli sono agli sgoccioli. Aranci e limoni marciscono sugli alberi.

Le serre sono da troppo tempo prive del riscaldamento necessario per far maturare i primaticci. Alle porte di Avola, lungo lo stradone che da Cassibile (proprio in un agrumeto di quel paese fu firmato il 3 settembre del ’43 l’armistizio che sanciva la resa incondizionata dell’Italia alle potenze alleate) porta a Ragusa, c’è un bivio per Marina di Avola.
Avola 1968

Lì, il pomeriggio di venerdì 29 novembre, un centinaio di braccianti sta seduto in terra, blocca la strada. Il sindaco socialista di Avola Giuseppe Denaro, il deputato comunista Nino Piscitello, il pretore Cassata, il segretario della Federbraccianti siracusana Orazio Agosta convincono gli scioperanti a sospendere il blocco. Andranno loro, anzi torneranno loro, per l’ennesima volta, dal prefetto D’Urso perché si decida a convocare nuove, immediate trattative. Seppur poco convinti, i braccianti vanno a casa.

Ma il prefetto, ottenuto lo sgombero, rinvia la convocazione delle parti all’indomani: «Sono stanco», fa dire e se ne va a casa. E l’indomani gli agrari non si presentano. Il prefetto ne giustificherà l’assenza prendendo per buono, e facendo proprio, un pretesto impudente: «Che volete farci? Questi blocchi stradali a intermittenza impediscono ai proprietari - chi viene da una parte e chi dall’altra - di riunirsi e di preparare le controproposte». E allora nuovo rinvio dell’incontro, prima a martedì poi, dal momento che la tensione cresce di ora in ora, l’anticipo alla sera di domenica, quando però in rappresentanza dei padroni si presenta solo un funzionario privo di qualsiasi potere di trattare e men che mai di firmare un eventuale, comunque improbabile accordo. Piscitello tempesta di telefonate la presidenza della Regione a Palermo, e soprattutto i ministri del Lavoro e degli Interni a Roma dove figuriamoci se, a crisi aperta, c’è qualcuno che ha tempo da perdere dietro alla vertenza dei braccianti di una lontana provincia.
«Costi quel che costi»

Così lunedì 2 dicembre è inevitabile che nel siracusano sia proclamato lo sciopero generale, in appoggio ai braccianti. Tutto chiuso in città, tutto fermo in provincia.

Già all’alba, al solito bivio di Avola, c’è di nuovo raduno di braccianti, ben più grosso stavolta: sono almeno in cinquemila. Molti stanno seduti in strada, altri mangiano pane e formaggio nelle campagne intorno o sui muri a secco che dividono agrumeti e mandorleti. Racconterà il sindaco Denaro: «Il prefetto D’Urso mi aveva telefonato alle otto del mattino.
Avola 1968

Un vero e proprio avvertimento: il blocco di Avola deve sparire, i braccianti devono andarsene, costi quel che costi». E’ minaccia aperta, frutto non solo dell’arroganza di un funzionario (che pure rappresenta il potere centrale) ma certo anche di pressioni degli agrari su quello stesso governo sordo da settimane ai richiami sempre più allarmati di sindacati e partiti di sinistra. I braccianti non se ne vanno? E allora che siano fatti sloggiare, «costi quel che costi» come ha intimato il prefetto.

Detto e fatto: alla due del pomeriggio sei furgoni e alcune camionette della Celere scaricano al bivio di Avola novanta agenti, un’avanguardia di quel famigerato battaglione speciale di stanza a Catania che costituisce la forza d’urto sempre all’erta per le imprese peggiori (come quella del luglio ‘60, proprio nella città dell’Etna, dopo i morti di Reggio Emilia, Palermo, Licata). Il vicequestore Camperisi è pronto a dare l’ordine di sgombero. Il sindaco telefona al prefetto gridando: «Che la polizia non faccia sciocchezze! Qui stanno arrivando anche donne e bambini!». Per tutta risposta D’Urso intima a Denaro di indossare la fascia tricolore: «Lei pensi piuttosto a collaborare con la polizia! ».

Gli agenti sono già con gli elmetti, pronti a inastare i lacrimogeni sulle canne dei moschetti. Deciso a forzare il blocco con la violenza, e prevedendo la legittima reazione dei braccianti, il vicequestore Camperisi dispone persino che sia creata una trincea per l’imminente battaglia: un commando di poliziotti pone di traverso sullo stradone una betoniera. Il blocco, quello vero, ormai l’ha fatto la Celere. Ed è il via alla provocazione. I tradizionali squilli di tromba non valgono come usuale avvertimento: sono il segnale di dare il via all’aggressione senza perdere altro tempo.

Da dietro la betoniera partono a grappoli le bombe lacrimogene: dieci, venti, cinquanta.

I braccianti, colti di sorpresa, fuggono per le campagne a ripararsi dai fumi.

Ma presto si accorgono che non c’è bisogno di mettersi al riparo: il vento rispedisce al mittente i gas mettendo nei guai gli agenti, e rendendo furibondi ufficiali e vicequestore. Un lacrimogeno però esplode tra alcuni braccianti, colpendone uno.

Esasperati, i suoi compagni si difendono come possono, scardinano i muretti e ne scagliano le pietre sulla strada per impedire almeno i forsennati caroselli che le camionette hanno cominciato a fare per creare panico. Allora via radio il vicequestore Camperisi chiede immediati rinforzi. Tempo mezz’ora, da dietro un curvone alle spalle dei braccianti sbuca un altro centinaio di poliziotti, tutti armati sino ai denti come quelli che già fronteggiano gli scioperanti.
«Li stiamo ammazzando»

Ormai è guerra. Gli operai sono presi letteralmente tra due fuochi. Vomitano piombo di fronte a loro e alle loro spalle i mitra Beretta, i moschetti, e le pistole di almeno due calibri diversi, il 9 e il 7,65. Colpi a raffica, centinaia di proiettili: l’indomani Nino Piscitello scaricherà alla Camera due chili e mezzo di bossoli. Sono colpi precisi, diretti con cura ad alzo zero da quando un ufficiale - per dare l’esempio ad agenti esitanti - ha strappato di mano il moschetto ad un graduato ed ha sparato dritto contro un gruppo che tentava di ripararsi dietro un muretto.

Paolo Caldarella alza una mano in segno di tregua: un colpo gliela trapasserà. Poi cade Giorgio Garofalo: una fucilata gli ha forato in otto punti le anse intestinali (si salverà grazie a tre operazioni).

Un’altra fucilata spezza un femore ad Antonino Gianò. E Sebastiano Agostino è colpito al petto poco lontano da Orazio Agosta.

Quando non sono i moschetti e i mitra a farlo, sono le pistolettate che feriscono gravemente Giuseppe Buscemi, Paolo Caldarella, Rosario Migneco, Orazio Di Natale.

E’ un crescendo di violenza selvaggia, talmente insensata che a notte, all’ospedale di Siracusa, un agente colpito alla testa da una pietra continuerà per ore a gridare nel delirio: «Comandante! Comandante! E’ un’infamia... E’ il tiro al bersaglio... Lasci stare la pistola! Così li stiamo ammazzando!».

E infatti due braccianti moriranno tra atroci sofferenze.

Così viene ucciso Angelo Sigona, 25 anni da Cassibile: inseguito, braccato tra gli alberi, fucilato davanti ad un muretto. Raccolto in un lago di sangue da due compagni, non basteranno a salvarlo due interventi, prima all’ospedale di Noto e poi a quello di Siracusa. Così è ammazzato anche Giuseppe Scibilia, 47 anni da Avola, pure lui inseguito a trecento metri dal luogo degli scontri e centrato al petto. Non si saprà mai se ad ucciderlo sia stato quell’ufficiale visto da tutti (ma da nessuno identificato) mentre gridava ai suoi uomini che gli passassero i caricatori per il suo personale, allucinante western. Forse è lui il “comandante” citato nel delirio dall’agente ferito.

O forse no, perché in effetti, come racconterà più tardi Orazio Agosta, «tutti, ma proprio tutti, sparavano.

Ho visto poliziotti sparare anche contro i serbatoi delle motociclette dei braccianti perché prendessero fuoco e provocassero ancor più casino ». Venticinque minuti dureranno sparatorie e incendi e caroselli: da un lato duecento armi, dall’altro mille pietre. Da un lato, tra i braccianti, due morti e una diecina di feriti gravi; dall’altro, tra i poliziotti, quattro contusi ed un ferito, quello che nel delirio avrebbe confermato tutto l’orrore dell’impresa.

Fulminea, la notizia della tragedia scuote l’Italia intera.
Avola 1968

Immediata la proclamazione per l’indomani di uno sciopero generale dei braccianti in tutto il Paese e di tutti i lavoratori in Sicilia. Non c’è bisogno di direttive: già nella stessa serata dell’eccidio ci sono state le prime manifestazioni di protesta.

Grande è l’imbarazzo nel governo dimissionario e soprattutto tra quanti lavorano - tra difficoltà di opposta natura - alla costituzione del governo di centrosinistra. E ancor più grande è l’irritazione, tra i socialisti, quando in un primo momento la presidenza del Consiglio prova a far ricadere sui braccianti la responsabilità dell’eccidio: ovvio, sassaiola dei lavoratori in sciopero e legittima reazione di «alcuni agenti» che «trovatisi isolati, di loro iniziativa hanno fatto uso delle armi». E’ la tesi fatta accreditare ufficialmente nel telegiornale della sera, e che non spiega la gravità degli eventi.

Sono davvero soltanto di “alcuni agenti” i chili di bossoli raccolti sul luogo della battaglia? E poi: il fuoco non è stato aperto su lavoratori che stavano avendo la meglio sulla polizia ma su centinaia di persone disarmate e in fuga disperata per i campi. Insomma, se pure non c’è stato un ordine specifico (ma non è inteso così quello sconsiderato «sgomberare, costi quel che costi» intimato dal prefetto?), evidente era la volontà - denunciano i sindacati - di dare una lezione ai braccianti, di far loro pagare una lunga vertenza.
La “grana” di Avola

L’irritazione in casa socialista ha anche un altro motivo: Aldo Moro ha già fatto sapere che la Dc non intende rinunciare agli Interni (che resteranno in sua mano, ininterrottamente, sin dopo Tangentopoli) e meno che mai è disposta a dimissionare Franco Restivo in seguito alla “grana di Avola”, come l’ha subito definita il giornale più autorevole di un’inquieta borghesia e di un padronato reso ancor più inquieto dalle avvisaglie dell’accordo Dc-Psi. Comunque, o proprio per questo, dura poco, molto poco, il tentativo così grossolano e tanto insostenibile di cambiare le carte in tavola. Giocano molti fattori ad imporre un intervento più realistico del Viminale e del ministro Restivo in persona: la proclamazione dello sciopero generale, la preoccupazione evidente di non aggravare la tensione già altissima, un avvertimento di Sandro Pertini (discreto ma energico, com’è suo costume, ed autorevolissimo ché presiede la Camera) che anche i socialisti non intenderanno mettere il bollo su pretestuose giustificazioni, la durissima reazione dell’opposizione di sinistra che reclama la convocazione straordinaria del Parlamento.

E allora, qualche minuto dopo le dieci di sera di quello stesso 2 dicembre, uno scarno ma inequivoco comunicato del Viminale smentisce la prima, più avventata versione: salta il questore di Siracusa Politi, rimosso dal ministro Restivo e collocato a disposizione proprio «in relazione ai luttuosi fatti di Avola». Bene, ma perché solo lui e non anche il vicequestore Camperisi che ha guidato la repressione? E perché solo il questore e non anche il prefetto D’Urso che è stato l’alleato costante degli agrari e che, con quella sua telefonata al sindaco di Avola, ha anticipato la determinazione di soffocare ad ogni costo la lotta dei braccianti? All’annuncio della rimozione del questore, Leone e Restivo fanno poi seguire una nota ufficiosa non solo per esprimere «il più profondo dolore per l’accaduto» ma anche per manifestare «il fermo intendimento di fare piena luce sugli avvenimenti ». La luce non sarà mai fatta, e gli interrogativi resteranno senza risposta.

Ma l’eccidio non resterà senza conseguenze. L’indignazione è così generale, le preoccupazioni talmente diffuse, la pressione delle confederazioni sindacali tanto forte, l’allarme nel padronato così evidente che da Roma parte l’ordine della Confagricoltura di tornare a trattare. Così, proprio mentre ancora è in corso lo sciopero generale e si preparano i funerali di Scibilia e Sigona, a Siracusa si riprendono - in pratica si aprono - le trattative sempre rifiutate o rinviate dagli agrari. Si tratta ad oltranza, con l’intervento dei segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil. Quindici ore ci vogliono per piegare le resistenze padronali, e alla fine l’accordo segnerà l’abolizione delle differenze salariali tra le due zone, l’aumento delle paghe, la rinuncia al mercato delle braccia (anche se tanto tempo dopo si ricomincerà, e stavolta saranno gli extracomunitari a patirne le conseguenze). Ma c’è anche e soprattutto un punto fermo: Avola diverrà la scintilla di una stagione politica che, comunque la si riguardi a tanti anni di distanza, porrà fine all’intervento della polizia nei conflitti sindacali. Un intervento che dal ‘47 ad allora aveva provocato quasi cento morti. Un elenco chiuso, appunto, dai nomi di Giuseppe Scibilia e di Angelo Sigona.
* * *

Quando, tanti anni dopo, Bruno Ugolini ricorderà per il suo giornale quella tragica giornata, scriverà: «Oggi, spulciando su Internet, in un sito dedicato alla storia di Avola, leggo: “Cittadina di 32mila abitanti, situata nel golfo di Noto,in territorio pittoresco e dirupato”. Non trovo cenno di quei suoi figli, Sigona e Scibilia. Eppure è merito loro se quel nome, Avola, suscita ancora tante emozioni».

Foto dell’epoca tratte dal sito della Cgil di Siracusa
Giorgio Frasca Polara
Roma, 2 dicembre 2004
da "Liberazione"
Brianza Popolare

sabato 26 novembre 2016

Fidel Castro è morto


L’annuncio del fratello Raul alla televisione cubana: E’ morto il comandante in capo della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruiz. Un articolo di bilancio di Antonio Moscato
È morto a L’Avana Fidel Castro. Il «lider maximo» aveva 90 anni. Lo ha annunciato il fratello Raul, parlando alla Tv di Stato di Cuba. «Il 25 novembre alle 10.29 di sera è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz – ha detto Raul, che dal 2008 era succeduto al fratello, molto malato, alla guida del Paese -. In base alla volontà espressa del compagno Fidel, i suoi resti saranno cremati i suoi resti. Nelle prime ore del mattino di sabato 26 il comitato organizzatore del funerale fornirà alla nostra gente informazioni dettagliate sull’organizzazione per l’omaggio che sarà tributato al fondatore della Rivoluzione cubana». Raul Castro ha concluso l’annuncio con la frase simbolo della rivoluzione cubana «Hasta la victoria siempre!» («Fino alla vittoria sempre»).
di Antonio Moscato
Fidel Castro l’uomo che ha retto per oltre sessant’anni sulla scena mondiale vedendo succedersi undici dei presidenti degli Stati Uniti, che avevano promesso di cancellare la rivoluzione cubana, ha chiuso la sua lunga e straordinaria vita, meno di un mese dopo la vittoria di Donald Trump, che ha sconfitto non solo Hillary Clinton ma anche il suo mentore Barack Obama, che aveva dovuto ammettere l’inutilità dell’embargo ma non aveva voluto o saputo eliminarlo.
Fidel Castro è stato venerato sinceramente dalla maggioranza dei cubani, ma anche considerato da altri responsabile di tutti i problemi dell’isola, anche di quelli ricevuti in eredità dalla dominazione spagnola, dal neocolonialismo statunitense, dall’influenza dell’URSS. In ogni caso è stato indubbiamente un grande trascinatore. Guevara, anche nel momento in cui stava lasciando Cuba, aveva ribadito la sua grande ammirazione per lui, rispetto al quale si era collocato sempre in una posizione di discepolo. Eppure la sua cultura politica ed economica era molto più rigorosa e sistematica di quella di Fidel.
Anche nei decenni successivi alla morte di Guevara su diverse questioni di fondo Castro ha dimostrato comunque capacità notevoli, che hanno permesso di superare scogli pericolosi. Ha ad esempio mantenuto una relativa ma sostanziale autonomia dall’URSS perfino negli anni in cui ai critici ostili e prevenuti sembrava diventato un vero e proprio fantoccio di Mosca. In realtà per un lungo periodo Castro è stato sottoposto a una fortissima pressione esterna (con la frequente minaccia sovietica di una riduzione delle forniture indispensabili per aggirare il bloqueo) ma anche interna allo stesso partito cubano, in cui – soprattutto dopo il catastrofico fallimento della grande zafra del 1970 – fu costretto ad accettare un notevole ridimensionamento del suo ruolo, che continuava ad essere esaltato formalmente, ma era condizionato dall’obbligo di una preventiva approvazione “collegiale” dei suoi discorsi.
Nonostante questi condizionamenti, Fidel Castro fu capace di staccarsi dall’URSS tre o quattro anni prima del suo crollo, sia sul piano ideologico con la campagna directificación de errores, che si contrapponeva polemicamente alla perestrojka, sia preparandosi ad affrontare quello che fu definito il “periodo speciale in tempo di pace”, accumulando scorte di combustibile e studiando varie forme di risparmio energetico per sopravvivere all’eventualità di quel taglio quasi totale delle forniture di petrolio e di altri prodotti strategici da parte dell’URSS e dei paesi del Comecon che effettivamente vi fu, in forma particolarmente acuta tra il 1989 e il 1994.
Riuscì così a salvare il suo paese, nonostante l’embargo statunitense si fosse aggravato proprio dopo il crollo dell’URSS (cosa che dimostrava quanto fosse stato falso il pretesto addotto dagli USA per giustificare il blocco). Basta pensare comunque alla sorte penosa della maggior parte dei partiti comunisti filosovietici, compreso quello italiano, dopo il tracollo dell’URSS, per capire l’importanza della capacità di resistenza della piccola Cuba.
Il sostanziale consenso di cui Fidel Castro ha goduto e continua a godere a Cuba anche dopo aver lasciato per malattia le leve di comando, appare comunque incomprensibile a chi dimentica che per i cubani egli è stato prima di tutto un eroe dell’indipendenza nazionale, capace di sfidare prima gli Stati Uniti, poi l’URSS in diverse occasioni, dalla crisi dei missili ai due casi Escalante, dalle numerose polemiche sulle dubbie relazioni sovietiche con dittature latinoamericane, fino al tempestivo sganciamento finale.
E la sfida agli Stati Uniti non è stata una questione da poco: contrariamente alla versione di Washington, l’ostilità statunitense cominciò non solo prima di qualsiasi contatto di Castro e Guevara con l’URSS ma anche quando nessuna proprietà USA era stata ancora toccata. Molti celebri giornalisti italiani continuano a ripetere la leggenda di una rivoluzione pilotata dall’URSS, dimenticando che perfino i rapporti diplomatici tra Mosca e l’Avana furono ristabiliti solo nel maggio 1960, un anno e mezzo dopo la vittoria dei barbudos, e che a maggior ragione non c’era stato fino a quel momento nessuno scambio economico.
Anche la sfida a Batista non era stata cosa da poco. Anche se l’assalto alla Caserma Moncada era stato mal preparato, agli occhi di varie generazioni di cubani quell’impresa era apparsa un gesto di coraggio non comune, e gli errori dei giovani rivoluzionari erano passati in secondo piano di fronte al loro coraggio nello sfidare un dittatore sanguinario, che per giunta consolidò subito la sua fama facendo uccidere atrocemente quasi tutti gli insorti caduti nelle sue mani.
La tenacia nel trasformare una sconfitta militare in successo politico, preannunciando orgogliosamente nuovi tentativi di abbattere il tiranno, fin dalla famosa autodifesa in Tribunale più volte ripubblicata col titolo La storia mi assolverà, creò la premessa per una popolarità nazionale che permise a Fidel di non soccombere a un’altra impresa ugualmente mal preparata, la spedizione del Granma, caratterizzata da una notevole improvvisazione, che aveva fatto rischiare una catastrofe definitiva. La popolarità di quel giovane avvocato che aveva osato sfidare Batista gli aveva assicurato subito una rete di protezione da parte dei primi contadini incontrati sulle pendici della Sierra Maestra. Così poco più di una dozzina di sopravvissuti avevano continuato senza esitare in un’impresa che sembrava impossibile contro un esercito di 50.000 soldati, riforniti costantemente dalla base USA di Guantanamo. È questo il grande merito di Fidel riconosciuto da Guevara, e ancor oggi da molte generazioni di cubani: il rifiuto di ogni rassegnazione all’ineluttabilità dell’esistente, la capacità di lottare controcorrente per creare le condizioni che ancora non sono mature.
Quello sbarco quasi catastrofico si era presto rivelato una forzatura necessaria: aveva suscitato entusiasmo nelle città, disorientamento nelle forze batistiane, che avevano inizialmente dati per morti Fidel Castro e “il medico comunista Ernesto Guevara”. I primi sopravvissuti erano riusciti a superare la prima fase difficilissima perché, se la preparazione tecnica e militare era del tutto inadeguata, quella politica si basava su un’analisi corretta delle contraddizioni del paese e su un minimo di organizzazione precedente della popolazione della zona. Non si chiamava “partito”, ma il movimento 26 luglio (che aveva preso il nome dalla data dell’assalto al Moncada) ne svolgeva di fatto le funzioni nella “pianura” e a Santiago. Per questo i guerriglieri hanno potuto reggere ad attacchi condotti da forze militari enormemente superiori, dotate di aerei e mezzi corazzati.
Quando Fidel arriverà all’Avana, una settimana dopo Guevara e Camilo Cienfuegos, una colomba bianca si poserà sulla sua spalla: una conferma che gli dei del panteon afrocubano lo proteggevano. Popolarmente verrà chiamato Caballo: simbolo di forza e sinonimo di numero 1 nella cabala.
* * *
Fidel Castro era nato il 13 agosto del 1926 a Birán, nella provincia cubana di Oriente. Il padre, immigrato dalla Spagna, era diventato abbastanza benestante (aveva circa diecimila ettari), pur rimanendo a lungo analfabeta e sempre un po’ “padre padrone”. L’ambiente di formazione iniziale, a contatto con la natura, era durato molto poco, perché la madre aveva incoraggiato il suo trasferimento nel capoluogo della provincia, Santiago, per studiare dapprima privatamente e poi in un collegio salesiano. Più volte richiamato per indisciplina, aveva poi ottenuto nel 1939 l’iscrizione a un istituto tenuto dai gesuiti a Santiago, per passare nel 1942 al prestigioso collegio Belén, sempre dei gesuiti, all’Avana.
I biografi concordano nel segnalare che già in quegli anni eccelle in diversi sport, e si fa notare anche per i risultati nello studio. Quando Fidel arriva all’Università, dove si iscrive a Giurisprudenza, emerge come dirigente studentesco. Ma guarda anche fuori dell’isola. Nel 1948 si era trovato a Bogotà per un convegno studentesco internazionale che non si poté tenere perché esplose una violentissima protesta popolare, con migliaia di morti, in risposta all’uccisione del leader della sinistra colombiana Jorge Eliecer Gaitán. Fidel fu descritto su vari giornali colombiani e cubani come il vero organizzatore del “Bogotazo”, che era stata invece un’insurrezione assolutamente spontanea, in risposta a un crimine che avviò la lunga stagione della violencia in Colombia. In ogni caso, quell’episodio gli diede una notevole popolarità nell’università, e una spinta ulteriore a un impegno politico.
Fidel Castro tendeva sempre a retrodatare la sua formazione marxista e il suo orientamento comunista, ma non a caso, quando aveva deciso di entrare in politica nel 1947, aveva scelto di iscriversi a una formazione nazionalista vagamente di sinistra, il partito rivoluzionario “ortodosso”, guidato da Eddy Chibás, in cui si era fatto rapidamente strada. Nel 1951 Chibás, che era considerato sicuro vincitore delle elezioni presidenziali dell’anno successivo, si era suicidato in diretta durante una trasmissione radiofonica, per non essere riuscito a fornire prove indiscutibili della corruzione di un ministro, di cui era certo, senza poter però rivelare le sue fonti. Fidel Castro non era il numero due di Chibás, ma certo potè beneficiare dei riflessi di una popolarità grandissima del suicida. Comunque le elezioni non si tennero, per il colpo di Stato di Batista, e Fidel assunse il ruolo di continuatore di Chibás, che aveva come simbolo elettorale una scopa, e denunciò il dittatore alla corte suprema, chiedendo che lo condannasse a un secolo di reclusione. Naturalmente la corte rispose che non era suo compito, e Castro decise di far cadere Batista con una insurrezione popolare. Fu allora che Castro cominciò a pensare a preparla con un gesto clamoroso, come l’assalto al Cuartel Moncada. Intanto, subito dopo la laurea, aveva cominciato a presentarsi come una specie di “avvocato dei poveri”.
Nelle sue ricostruzioni recenti degli anni universitari e dei due anni che intercorrono tra la laurea e la clamorosa entrata in politica con la sfida al colpo di Stato di Batista, Fidel ha sempre insistito nel presentarsi già allora come “marxista-leninista”, e nell’amplificare la portata dei suoi studi marxisti. Ma in tutti i suoi scritti di quegli anni, anche a non credere alle sue frequenti proclamazioni di “non comunismo” ribadite durante la guerriglia e poi per almeno un anno dopo la vittoria, e che potrebbero essere state “tattiche” come lui sostiene (cioè fatte “per non spaventare i cubani”…), non ci sono molte tracce di un linguaggio e di un programma marxista. Ma evidentemente sapeva però ascoltare e interpretare i sentimenti e le aspirazioni delle masse.
Il problema maggiore di Fidel era l’economia: il volontarismo che era servito a tentare l’impossibile sfidando Batista, non funzionava altrettanto per organizzare Cuba. Bastano alcuni esempi: la cosiddetta “offensiva rivoluzionaria” del 1968, e soprattutto le ripetute chiusure dei mercati contadini per ragioni ideologiche. Per anni le vendite clandestine (non percepite dalla popolazione come un crimine) hanno consolidato la loro linea sotterranea di distribuzione, e il risultato peggiore è stato che, vietando tutto, è stato permesso o tollerato tutto. Le vendite dirette di prodotti da parte dei piccoli contadini sono state in sostanza messe sullo stesso piano di illegalità delle ben più gravi sottrazioni di prodotti statali venduti di contrabbando da lavoratori e soprattutto direttori di negozi e imprese (analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’Unione sovietica e i paesi affini negli ultimi decenni della loro esistenza).
Forte di un appoggio popolare indiscusso, Fidel Castro ha concentrato nelle sue mani un potere immenso, ma dopo la morte del Che e della sua compagna Celia Sánchez, lo ha gestito in solitudine. Ha “allevato” giovani collaboratori, ma li ha sostituiti bruscamente appena li ha visti troppo autonomi: Carlos Aldana, Roberto Robaina, Felipe Pérez Roque, Carlos Lage Dávila, José Luis Rodríguez García e tanti altri ministri. D’altra parte aveva la convinzione di doversi occuparepersonalmente di tutto, dal colore dei taxi dell’Avana alla costruzione di infrastrutture per il turismo.
La visita del papa Giovanni Paolo II ha rappresentato un trionfo su chi aspettava il crollo di Cuba, ma a lunga scadenza la Chiesa ha ottenuto di più, e si è visto quando è arrivato Benedetto XVI, che ha trovato un terreno più fertile, e si è mosso con arroganza. Il nuovo presidente, Raúl, è più debole e ha bisogno del sostegno della gerarchia cattolica: deve pagare quindi un prezzo maggiore, accettando che essa svolga un ruolo di opposizione di fatto, moderata ma autonoma. Con Francesco è apparso più chiaro il ruolo aperto di mediazione della Chiesa, ormai rafforzata, nelle trattative tra il governo cubano e l’amministrazione degli Stati Uniti.
Papa Benedetto XVI e Francesco hanno reso comunque omaggio a Fidel, che ormai dopo la malattia era solo un privato cittadino, anche se circondato da un grande amore popolare. D’altra parte in ogni occasione di visite di lavoro a Cuba, non mancavano di visitare Fidel tutti i leader latinoamericani, non solo i “radicali” Chávez o Morales, ma anche i moderati Lula o Kirchner.
Negli ultimi anni Fidel Castro, appena rimessosi dalla fase più acuta del suo male, ha ripreso a scrivere le sue “Riflessioni”, a volte brevi come un epigramma, a volte lunghe come un saggio, spesso discutibili. Ma nessuno aveva osato limitare la sua libertà di comunicare ai cubani il suo pensiero, tanto grande era l’eco del suo grande prestigio storico, e la differenza tra il suo carisma e quello dello scialbo successore.
Di fronte alla minaccia rappresentata dall’elezione di Trump, Raúl Castro ha annunciato grandi manovre militari. Tuttavia, nonostante il relativo isolamento per i bruschi cambi di governo in Argentina e Brasile e le difficoltà di quello del Venezuela, la difesa dell’isola sarà più facile se ritroverà le caratteristiche originali che avevano permesso il trionfo della rivoluzione, e l’avevano trasformata per molti anni in un punto di riferimento non solo nel continente americano, mentre l’imperialismo statunitense aveva dovuto rinunciare ai tentativi di aperta riconquista. E sarà più facile farlo richiamandosi al ruolo che nel primo decennio dopo la vittoria ebbero, insieme, Fidel Castro e Che Guevara.

da Movimento Operaio, il blog di Antonio Moscato

lunedì 21 novembre 2016

Pomodoro/Basilicata: si chiude la stagione tra lavoro grigio e caporalato

 Da agosto a ottobre 2016, il team Terragiusta di Medici per i Diritti Umani (MEDU), in collaborazione con Arci Iqbal Masih di Venosa, ha operato in Basilicata, nell’area del Vulture-Alto Bradano, in numerosi insediamenti informali ubicati nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilone. Con una clinica mobile, il team ha prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a circa 200 migranti provenienti per la gran parte dall’Africa sub sahariana occidentale. La quasi totalità dei braccianti visitati (90%) dichiara di essere stato assunto regolarmente, ma allo stesso tempo molti lavoratori lamentano di aver ricevuto solo la comunicazione dell’avvenuta assunzione senza aver mai firmato un contratto di lavoro e per quanto concerne l’intermediazione di manodopera, il 70% dei braccianti intervistati ha dichiarato di lavorare per conto di un caporale. Nonostante l’apertura di due centri di accoglienza a Palazzo San Gervasio e a Venosa, MEDU stima che anche quest’anno circa 1000 lavoratori stranieri abbiano trovato rifugio in case abbandonate, baracche e tende nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilone, costituitesi dopo lo sgombero del cosiddetto “ghetto” di Boreano (noi ne avevamo parlato in particolare qui e qui). Si tratta di edifici fatiscenti, dislocati in luoghi isolati e privi di acqua, luce e servizi igienici. Per il terzo anno quindi i centri hanno funzionato da semplici dormitori, peraltro con standard insufficienti, invece di assolvere alla funzione per la quale erano stati concepiti, quella cioè di offrire servizi a tutela dei lavoratori e di agevolare l’incontro tra questi e i datori di lavoro. La Basilicata ha rappresentato nel corso degli ultimi anni, e in particolare a partire dal 2014, un laboratorio di pratiche volte al superamento dell’illegalità e dello sfruttamento lavorativo in agricoltura. Molti dei provvedimenti adottati, seppur virtuosi nell’intento, si sono dimostrati però solo parzialmente efficaci, rappresentando l’avvio di un percorso e non la soluzione al problema.
Clicca qui per leggere tutto il report di Medici per i diritti umani (Medu)
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/pomodorobasilicata-si-chiude-la-stagione-lavoro-grigio-caporalato/