venerdì 5 settembre 2014

Morti sul lavoro, la mattanza che non si arresta

di Carlo Soricelli
Nei primi 8 mesi del 2014 sono morti sui luoghi di lavoro 423 lavoratori, tutti documentati in appositi file. Se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere si superano i 900 morti. L’aumento dei morti sui luoghi di lavoro rispetto ai primi 8 mesi del 2013 è del 7,6%. La cosa che sgomenta di più è che parlano sempre di cali incredibili tutti gli anni, mentre non è affatto vero, se si prendono in considerazione tutte le morti sul lavoro che ricordiamo ancora una volta non sono solo quelle monitorate dal’INAIL istituto dello Stato che registra solo i propri assicurati, e in tantissimi non lo sono. Praticamente nonostante l’opinione pubblica pensi il contrario a causa della propaganda, anche governativa di chi si è succeduto nel corso di questi anni, i morti sul lavoro non sono mai calati, e questo nonostante si siano persi  per la crisi milioni di posti di lavoro. In questo momento l’agricoltura con il  39,8% del totale ha un picco incredibile delle morti. In questo comparto il 72,6 % sono morti in un modo drammatico: schiacciati dal trattore che guidavano.
Dall’inizio dell’anno sono 122 e ben 112 da quando il 28 febbraio abbiamo mandato una mail a Renzi, Martina e Poletti, avvertendoli dell’imminente strage che di lì a pochi giorni sarebbe ricominciata col ribaltamento dei trattori. E’ così tutti gli anni. Chiedevamo loro di fare una campagna informativa sulla pericolosità del mezzo  e di proporre una legge sulla messa in sicurezza delle cabine di questo mezzo che uccide così facilmente. Inutile scrivere che non si sono mai degnati di rispondere. In edilizia i morti sui luoghi di lavoro sono il 22,9% del totale, con le solite cadute dall’alto che provocano tantissime morti in edilizia. Nell’industria il 9,8%, il 7,8% nell’autotrasporto. Poi ci sono tutti i lavoratori morti nei vari servizi alle imprese. Percentualmente le morti sul lavoro sono distribuite in eguale misura in tutte le fasce d’età, a parte l’agricoltura, dove le vittime hanno un’età mediamente più alta. Gli stranieri morti sui luoghi di lavoro sono il 10% sul totale e i romeni sono sempre i più numerosi con il 45% delle morti sui luoghi di lavoro tra gli stranieri. Le altre morti sono da ricercarsi nelle diverse attività, principalmente nel terziario.
MORTI SUI LUOGHI DI LAVORO NELLE PROVINCE ITALIANE
Valle d’Aosta (1 morto) Aosta 1, Piemonte (36 morti) Torino 14, Alessandria 7, Asti 2, Biella 0, Cuneo 10, Novara 2, Verbano-Cusio-Ossola 1, Vercelli. Liguria (8 morti) Genova 5, Imperia 0, La Spezia 1, Savona 1.Lombardia (44 morti) Milano 6, Bergamo 5, Brescia 8, Como 0, Cremona 4, Lecco 0, Lodi 2, Mantova 7, Monza 2, Brianza 1, Pavia 6, Sondrio 2, Varese 2.Trentino-Alto Adige (15 morti) Trento 4, Bolzano 11,Veneto (36 morti)Venezia 7, Belluno 2, Padova‎ 3, Rovigo 1, Treviso 5, Verona 12, Vicenza 5. Friuli-Venezia Giulia (5 morti) Trieste 1, Gorizia 0, Pordenone 1, Udine 3. Emilia-Romagna (38 morti)Bologna 4. Forlì-Cesena 6, Ferrara 6, Modena 5, Parma 6, Piacenza 3, Ravenna 5, Reggio Emilia 2, Rimini 1.Toscana (16 morti) Firenze 2, Arezzo 6, Grosseto 1, Livorno 1, Lucca 1, Massa Carrara 0, Pisa‎ 4, Pistoia 1, Prato 0, Siena 0.Umbria (11 morti) Perugia 8, Terni 3.Marche (15 morti) Ancona 1, Ascoli Piceno 5(compresi i 4 piloti del Tornado), Fermo 3, Macerata 2, Pesaro-Urbino 3.Lazio (36 morti)Roma 15, Frosinone 3, Latina 4, Rieti 6, Viterbo 8.Abruzzo (20 morti) L’Aquila 7, Chieti 7, Pescara 1, Teramo 5.Molise (7 morti)Campobasso 3, Isernia 4,Campania (29 morti)  Napoli 8, Avellino 4, Benevento 4, Caserta 4, Salerno 9,Puglia (24 morti) Bari 12, BAT 1, Brindisi 0, Foggia 1, Lecce 7, Taranto 3.Basilicata (4 morti) Potenza 3, Matera 1. Calabria ( 13 morti) Catanzaro 3, Cosenza 3, Crotone 1, Reggio Calabria 1, Vibo Valentia 5.Sicilia (30 morti) Palermo 8, Agrigento 3, Caltanissetta 5, Catania 2, Enna 2, Messina 3, Ragusa 1, Siracusa 3, Trapani‎ 3.Sardegna (9 morti) Cagliari 0, Carbonia-Iglesias 2, Medio Campidano 1, Nuoro 2, Ogliastra 1, Olbia-Tempio 0, Oristano 3, Sassari‎ 0. Quando leggete questa terribile sequenza ricordatevi sempre che se si aggiungono anche i morti sulle strade e in itinere i morti sul lavoro sono almeno il doppio e tante vittime sulle strade muoiono per turni dove si dovrebbe dormire, per orari prolungati e stanchezza accumulata, per lunghi percorsi per andare e tornare dal lavoro. Non sono segnalati a carico delle province le morti sulle autostrade.
Se si analizzano con obbiettività questa raccolta dati si evidenzia un’incredibile mattanza, che fa comprendere come opera chi ci sta governando e che ci ha governato in questi ultimi anni. Se è vero che l’INAIL registra costantemente dei cali delle morti tra i propri assicurati, e questo lo scrivo ormai da diversi anni, ed è una verità molto scomoda, anche per come vengono indirizzate le ingenti risorse che lo Stato mette per la Sicurezza, questo cosa vuol dire, se l’Osservatorio Indipendente di Bologna invece può dimostrare dati alla mano che praticamente da quando è stato aperto il 1° gennaio 2008 i morti sui luoghi di lavoro sono addirittura aumentati? Che sono calati gli occupati in posti tutelati e con assicurazioni degne di questo nome. Che le vittime sul lavoro si sono solo spostate da lavori a tempo indeterminato a lavori precari, in nero e grigio. Che la mancanza di tutele per le Partite IVA Individuali e altre importanti categorie di lavoratori, oltre a quelli che lavorano in nero e in grigio, provocano un aumento degli infortuni, anche mortali. Che il Sindacato svolge una funzione determinante per la Sicurezza dei lavoratori, ricordando che dove sono presenti in modo organizzato le morti sul lavoro sono quasi inesistenti. Sono semplici verità che la nostra classe dirigente fa finta di non vedere. La mancanza di tutele uccide i lavoratori che non possono opporsi, pena il licenziamento, anche alla mancata sicurezza sul lavoro. E chi ci governa cosa fa? Ignora queste tragedie e aumenta la precarietà per chi lavora. In questo contesto abolire l’unico baluardo che è rimasto per la tutela dei lavoratori, l’ormai famigerato articolo 18, che tra l’altro è già praticamente abolito dalla Fornero e dal Ministro Poletti con la legge delega, vuol dire che gli italiani non avranno più un lavoro “buono” cioè a tempo indeterminato, ma solo stipendi da fame, calpestio dei diritti e inSicurezza sul lavoro. E questo provocherà un danno enorme non solo per i lavoratori ma per tutti il sistema produttivo, del resto basta vedere i danni che ha già fatto questo stupido liberismo al paese.
* Curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro

“Sentivo le urla dei detenuti torturati”… Rossano Calabro come Guantánamo?


“Una parola di troppo e quelli ti pestavano”. La testimonianza di un detenuto messo in libertà. “Appena entrato mi hanno pestato. ho chiesto un medico e me l’hanno negato”. Si chiama D.M., ha 38 anni, ha subito una condanna a cinque anni per furto, falso e lesioni, ha scontato gran parte delia pena e ora è ai domiciliari. Ha passato diversi anni nel carcere di Rossano, e adesso racconta la sua esperienza. Terribile.
Che purtroppo conferma alcune delle tristi scoperte fatte qualche settimana fa dalla deputata del Pd Enza Bruno Bossio in seguito a una visita “improvvisa” nella prigione. D.M. dice che appena arrivò in carcere, alla prima visita, fu pestato. Preso a calci in testa. Perse dei denti, chiese di poter vedere un medico ma non ci fu niente da fare.
Poi finì nella sua cella, la numero 24, e da lì sentiva le urla e i lamenti dei detenuti che venivano picchiati. Dice che li portavano al reparto isolamento e lì li picchiavano. Perché venivano picchiati? “Bastava niente – dico D.M. – uno sguardo, una parola di troppo”. Perché non ha denunciato prima questa barbarie? “Avevo paura di ritorsioni”
L’ombra di una specie di “Guantánamo” avvolge la Casa di Reclusione di Rossano, già al centro di una ispezione ministeriale all’indomani della grave denuncia della parlamentare Pd Enza Bruno Bossio, che nel corso di una visita interna alla struttura penitenziaria aveva scoperto situazioni inammissibili, violenze e condizioni di vivibilità impossibili per i detenuti.
L’eco mediatico della denuncia dell’on. Bruno Bossio, ripresa dal nostro giornale da Radio Radicale, ha trasmesso coraggio a chi ritiene di avere subito violenze e sopraffazioni, ma senza mai denunciare alle autorità preposte per paura di eventuali ritorsioni.
Ora rompe il silenzio un signore di 38 anni, del quale vi diamo solo le iniziali, per ragioni evidenti di prudenza: D.M., attualmente in regime di detenzione domiciliare per una condanna che riguarda reati contro il patrimonio commessi a Corigliano Calabro.
Sta scontando una pena di 5 anni e 5 mesi per rapina, falso e lesioni. Gli è rimasto solo qualche residuo, poi tornerà in libertà. L’uomo si racconta, riferisce fatti e circostanze. Lo fa per i suoi ex compagni di cella – dice – per tutelarli, per difenderli da “vili” aggressioni senza scrupoli e dal tenore squadrista.
Il metodo cavalca il modello “brigatista”: “colpirne uno per educarne cento”. Siamo nell’agosto del 2012 quando il 38enne mette piede all’interno della casa di reclusione. Viene collocato nella cella numero 24. Inizia dunque la sua prigionia. Si adagia sulla brandina e inizia a leggere.
Nel primo pomeriggio due agenti di polizia penitenziaria lo prelevano al fine di effettuare i rilievi dattiloscopici, la visita medica e, a seguire, l’ispezione corporale, come da rituale, unitamente alla consegna di tutto il vettovagliamento.
Cosa succede durante la perquisizione? Al detenuto viene chiesto di denudarsi e di procedere alla esecuzione di flessioni. È in questo momento che uno degli agenti sferra inaspettatamente un pugno che colpisce lateralmente la parte destra del cranio: il mento dell’uomo sbatte contro un muro, salta qualche dente, l’incisivo destro. Il detenuto si accascia a terra, sanguinante.
Poi, come se nulla fosse accaduto, viene condotto in cella. Chiede la visita di un medico dentista, ma dall’altra parte trova solo dinieghi. Nell’ora di colloquio con i familiari opta per il silenzio, sospetta possa essere ascoltato e teme ripercussioni non solo per se stesso e per la famiglia. Non parla solo della sua vicenda, anche della vita carceraria. Svela alcuni misteri: “I pestaggi avvengono in isolamento” – denuncia l’uomo.
“Dalla cella 24 si sentiva di tutto”. L’eco delle urla di dolore e di sofferenza di chi è sottoposto a una vera e propria tortura rimbomba nelle stanze dei detenuti, pronto a rispondere rumoreggiante con il tintinnio delle sbarre. Basta una parola di troppo o un mancato saluto per scatenare l’ira furente di qualche frustrato in divisa. Il 38enne rimarca come vittime prescelte siano prevalentemente soggetti detenuti in media sicurezza, tra cui gli stranieri, presi particolarmente di mira.
“Il carcere non rieduca, non riabilita – afferma D.M. – ma aggrava la condizione mentale dei detenuti che, una volta tornati liberi, acuiscono l’azione criminale”. Infine, le famose leggi non scritte del carcere tendenti a punire severamente chi commette reati contro donne e bambini. Qui il meccanismo è trasversale. Questa volta i presunti carnefici non sono più interni all’apparato penitenziario ma sono gli stessi detenuti.
Alzano un muro umano dietro il quale avviene la tortura, la sevizia, nei confronti di chi ha commesso reati che violano i regolamenti rigidi del popolo carcerario. Episodi di inaudita gravità, narrati da un recluso che ha visto, sentito, e solo ora riferito di quel che accade a Rossano. Una struttura ritenuta recentemente dal Sappe (sindacato autonomo polizia penitenziaria) rieducativa e in grado di favorire il reinserimento sociale.
La stessa organizzazione sindacale sottolineava la carenza della dotazione organica, di uomini e di mezzi. E rimarcava inoltre come gli istituti di pena oggi siano divenuti luogo di tutti i disagi della società: stranieri, tossicodipendenti, malati psichiatrici. Criticità comprensibili ma che non giustificano l’inaudita violenza denunciata oggi da un detenuto.
 
Matteo Lauria da il Garantista

lunedì 1 settembre 2014

Le combattenti delle YPJ demoliscono i tabù


Le donne hanno giocato un ruolo chiave nella difesa di Kobanê dopo la rivoluzione, ad hanno creato una trasformazione rivoluzionaria nel comportamento sociale.Le combattenti delle YPJ (Unità di protezione delle donne) in prima linea nella difesa diKobanê stanno infliggendo duri colpi alle bande di ISIS ed anche demolendo tabù basati sul dominio maschile. 

Le donne combattenti hanno affermato che non vedono solo le YPJ come un fronte di difesa,ma che loro le vedono come una fonte di libertà.Hanno raccontato a ANF dei cambiamenti nella società di Kobanê. 

Destan ha spiegato che prima di unirsi alle fila delle YPG 2 anni fa: “la mia vita era tra 4 mura. Non avevo vita sociale o economica”.Cambiamenti radicali dopo la rivoluzione hanno influenzato Destan e sua cugina della stessa età,e hanno deciso di unirsi alle YPJ.Alcuni mesi più tardicon la costituzione delle YPJ si sono unite alle loro fila. 

Per me non è solo questione di difendere la terra 
Destan ha risposto alla nostra domanda su cosa fosse cambiato dopo aver aderito al YPG / YPJ, dicendo:”Io prima non ero mai stata abituata a credere che una donna potesse essere uguale ad un uomo.Per esempio, nella nostra famiglia l’uomo era sempre ritenuto dominante e io lo avevo sempre considerato normale e legittimo.Qui c’è una comprensione genuina dell’uguaglianza e della libertà.Ho capito nelle fila delle YPJ che la dominazione maschile non era una parte normale della vita,ma che era al contrario contro l’ordine naturale.Questo ha creato un grande senso di libertà in me”. 

Destan è una di quelle che è stata in prima linea contro gli attacchi di ISIS che si sono intensificati da Luglio.Lei ha spiegato così la difesa dello“Sehit Xabur tepesi” [Collina del martire Khabur ], un evento significativo nella resistenza di Kobanê “Le nostre compagne hanno combattuto fino alla fine per evitare che le loro armi finissero nelle mani delle bande di ISIS”. 

Destan ha perso sua cugina Awaz negli scontri nel villaggio di Zor Mekhare nel fronte occidentale a Maggio. 

Anche altre due sue cugine,Shervan e Ruhat sono morte negli scontri quest’anno.Lei conclude:£Essere nelle YPG non è solo questione di difendere la terra,ma è anche amore per la libertà”. 

La mia cultura e la mia lingua 

Berfin non è stata nelle YPJ a lungo come Destan,Lei si è unità dopo che gli inviti alla mobilitazione sono stati diramati a seguito dell’avvio della resistenza di Kobane.Siccome lei è nuova,non le è stato permesso di prendere parte ai combattimenti. 

“Ho appoggiato le YPJ e auqndo gli utlimi attacchi sono iniziati,ho pensato che non potevo rimanere ai margini”è come Berfin ha descritto come si è unita alle YPJ. 

Berfin ha affermato: “prima di entrare nelle YPJ abbiamo sperimentato una grave assimilazione. Siamo stati alienati dalla nostra lingua e della nostra cultura da parte del regime che ha imposto la cultura araba. Qui sono venuta a conoscenza della mia lingua e della cultura. 

“Le YPJ hanno modificato la percezione che le donne sono carenti e non possono fare nulla. Ho studiato sette anni a scuola poi mi hanno portato via. Se non fosse stato per la rivoluzione, probabilmente mi sarei sposata e sarei stata una ragazza madre”. 

I valori culturali feudali sono stati infranti 

Una donna combattente di nome Roza,che si è unita alle file delle YPJ 6 mesi fa,riassume così gli ultimi 2 mesi di resistenza delle donne: 

“‘L’acquisizione più importante di questo conflitto è stata, a mio parere, la rottura di giudizi di valore feudali a Kobanê.Nell’ultimo mese le donne hanno combattuto al confine.Si può dire che le donne hanno inflitto il maggior numero di colpi schiaccianti alle bande ISIS. Molte donne sono morte dopo aver fatto una resistenza eroica. Spetta ora a noi portare avanti la lotta nel cammino di tutti coloro che sono caduti, in primo luogo delle donne. “ 

ANF 30 Agosto 2013
retekurdistan.it