mercoledì 16 dicembre 2015

fucile




















Soltanto qualche giorno fa, si commemorava la strage razzistacompiuta, in Piazza Dalmazia a Firenze, da Casseri nel 2011. Stamattina leggiamo di un colpo di fucile a piombini sparato ad altezza uomo, al buio, da un auto in corsa con due persone a bordo. E’ quanto è accaduto a via dell’Armellino, ad Anzio, intorno alle 18 di ieri. Chi era in quell’auto, ha volutamente preso di mira un giovane cittadino del Gambia, di 25 anni, che si trovava a poca distanza dall’ingresso del Cara. Il colpo ha ferito il giovane alla testa, fortunatamente solo di striscio. E solo il caso ha voluto che la sua ferita non fosse più grave e più profonda. Subito soccorso dagli altri ospiti del centro, il giovane è stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale Riuniti di Anzio e Nettuno, dove è stato medicato. Per lui, i medici hanno diagnosticato una prognosi di pochi giorni. Quello che ci rattrista, dinnanzi ad un simile atto di assoluta gravità, è che la stampa non ne abbia dato adeguatamente notizia. Inoltre, purtroppo, al momento non ci sono indizi di rilievo per riuscire ad arrivare all’identificazione della persona che ha potuto compiere il gesto. Gli ospiti del centro che hanno assistito all’episodio non sono stati in grado di indicare né il modello né il preciso colore dell’auto da cui è stato esploso il colpo, a causa della scarsa illuminazione della strada. A condannare quanto accaduto, fra i pochi, il Sindaco di Anzio, Luciano Bruschini: «Non ci devono essere alibi per un atto criminale vergognoso, compiuto da delinquenti, come quello di sparare contro un’altra persona che ha la colpa di avere un diverso colore della pelle – ha dichiarato il Primo cittadino – Esprimo la solidarietà della Città di Anzio al ragazzo coinvolto ed agli immigrati, ubicati ad Anzio dalla Prefettura d Roma, che rispettano le regole del vivere civile e le leggi dello Stato Italiano». Intanto, la polizia scientifica sta indagando sul caso. Restano inquietanti interrogativi e il silenzio dei media e delle istituzioni.
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/un-solo-colpo/

Cronache di ordinario razzismo - Identificazioni forzate e detenzione: le raccomandazioni europee all'Italia



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Identificare i migranti, anche con l’uso della forza. E’ la richiesta che arriva da Bruxelles all’Italia. E l’approvazione in commissione Bilancio di un emendamento alla legge di Stabilità, presentato con l’obiettivo di “razionalizzare le risorse finanziarie disponibili e ottimizzare l’impiego del personale nei procedimenti in materia di cittadinanza, immigrazione e asilo”, che nel concreto andrebbe adelargire più fondi per gli straordinari del “personale del ministero dell’Interno dedicato all’identificazione degli immigrati”,  sembra andare proprio nella direzione sollecitata a livello europeo.
Nel documento diffuso oggi (Progress Report on the Implementation of the hotspots in Italy) laCommissione europea chiede infatti a Roma di compiere gli sforzi necessari per portare avanti lemisure di identificazione obbligatoria, “anche con l’uso della forza se necessario”, e per detenere negli hotspots le persone che rifiuteranno di lasciare le proprie impronte digitali. “L’obiettivo di arrivare al 100% dei rilievi dattiloscopici deve essere raggiunto senza ritardo”, si legge nel documento.
Secondo la Commissione, nei controlli l’Italia si baserebbe su un sistema nazionale (Automated Fingerprinting Identification System-Afis), piuttosto che utilizzare i database europei, cosa che invece viene sollecitata a fare. Del resto, proprio in questi giorni è arrivata la notizia della possibile apertura di una procedura di infrazione avviata nei confronti di Italia, Grecia e Croazia, per mancata attuazione del regolamento Eurodac (regolamento (UE) n. 603/2013) che dispone l’effettivo rilevamento delle impronte digitali dei richiedenti asilo e la trasmissione dei dati al sistema centrale europeo entro 72 ore. Già a ottobre la Commissione aveva rilevato alcune mancanze dei tre paesi rispetto ai rilievi dattiloscopici dei migranti, arrivando ora all’invio di lettere di costituzione in mora, primo passo verso una procedura di infrazione (ne abbiamo parlato qui).
La creazione degli hotspot, i centri dove procedere alle immediate identificazioni, si inserisce in questa necessità tutta europea di segnalazione dei migranti, e della loro detenzione in caso di rifiuto: proprio per questo la Commissione rimprovera l’Italia in merito al ritardo nell’apertura dei centri rispetto alle scadenze prefissate. “Solo uno dei sei hotspots previsti è pienamente operativo”, spiega la Commissione nel documento, riferendosi al centro di Lampedusa, e sottolinea di essere in attesa che “altri due centri, a Pozzallo e Porto Empedocle, vengano aperti a giorni”. Gli hotspots di Taranto, Trapani e Augusta invece dovrebbero essere pronti “entro la fine di febbraio 2016”: luoghi dove le identificazioni vengono al momento effettuate all’interno di tende, e dove non ci sono posti per l’accoglienza delle persone, come si legge nel documento.
Solo pochi giorni fa, l’eurodeputata Barbara Spinelli ha presentato, insieme ad altri ventidue europarlamentari, un’interrogazione urgente sull’hotspot di Lampedusa, in cui le autorità italiane adotterebbero pratiche illegali in violazione dei diritti dei migranti e dei richiedenti asilo (ne abbiamo parlato qui). Viene da chiedersi se tali pratiche non siano in realtà in qualche modo sollecitate proprio dalle richieste avanzate dalle istituzioni europee, che dovrebbero comunque essere consapevoli di quanto denunciato da Spinelli, visto che, peraltro, funzionari dell’agenzia europea Frontex sono già operativi all’interno del centro, come scrive la stessa Commissione europea nel documento diffuso oggi.
In questo quadro, appare decisamente preoccupante che le pressioni europee non siano volte alla tutela dei diritti umani o al miglioramento delle condizioni di accoglienza, bensì all’identificazione obbligatoria, anche forzata, delle persone. Con tutte le violazioni dei diritti che questo può comportare, all’interno di centri chiusi e recintati.
Ma del resto questo sembra essere l’unico obiettivo dell’Unione europea, che annuncia per il mese di dicembre – sempre stando al testo diffuso dalla Commissione – lo schieramento in Italia di 165 esperti Frontex impegnati nelle identificazioni e nel controllo dei documenti, che andranno ad aggiungersi ai 52 esperti secondo la Commissione già presenti nelle strutture italiane. E’ prevista inoltre la presenza di funzionari Europol -l’ufficio di polizia europea- durante le operazioni di identificazione contemplate negli hotspots.
L’approccio adottato dalla Commissione nel documento conferma ancora una volta la posizione di chiusura assunta dall’Unione rispetto alle persone che provano a entrare nel territorio europeo. Una chiusura che auspica un nuovo rafforzamento del sistema di detenzione italiano finalizzato a facilitare le misure di rimpatrio forzato: “Alla luce dell’aumento dei migranti privi del diritto alla protezione internazionale [..] deve essere presa in considerazione un aumento delle capacità di detenzione dell’Italia”, scrive la Commissione.
Nel 2015, dal territorio italiano sono state rimpatriate forzatamente 14.113 persone. Nello stesso periodo, l’Italia ha partecipato a 11 rimpatri forzati coordinati da Frontex.
Cronache di ordinario razzismo - Identificazioni forzate e detenzione: le raccomandazioni europee all'Italia:



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sabato 8 agosto 2015

8 agosto 1956 Memorie dal profondo. Marcinelle





Un incendio scoppiato a quota 975 della miniera, nel distretto carbonifero di Charleroi, 262 morti a causa di un incidente banale, UCCISI SUL LAVORO soprattutto dalla “premeditata” imprevidenza, dalla mancanza di elementari misure di protezione, dalla disorganizzazione. Si è trattato della prima “strage sul lavoro” dell’immigrazione italiana all’estero, in base ad accordi tra i Governi belga e italiano, lo scambio di forza lavoro e braccia in cambio di quote di carbone per la “ripresa economica” dell’Italia, distrutta dalla guerra e dal regime fascista.
Per molti anni, nessuna carica istituzionale, a partire dal Presidente della Repubblica Italiana, nessun esponente di Governi si è recato sul luogo della strage di Marcinelle, nessuno si impegnò a sostenere i familiari delle vittime, nessun intervento istituzionale durante l’inchiesta successiva al disastro sul lavoro, con una giustizia inerte di fronte a questo “massacro annunciato”.
Già il solo fatto di rievocare la strage di Marcinelle, non dovrebbe lasciare silenziosi o insensibili coloro che oggi, in Italia come nella “civile” Unione Europea con tante direttive sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, parla di “flussi programmati” e di “integrazione”, o di “invasione”, quando si riferisce al fenomeno dell’immigrazione. Come non si può dimenticare questa strage sul lavoro, non si può cancellare quello che subirono i nostri antenati, bisnonni, le condizioni di emigrati e immigrati nei Paesi “ricchi” per uscire dalla quotidiana miseria, alla ricerca della “fortuna”, di un destino e di un futuro migliore, spesso pagato a caro prezzo di vite umane, come a Marcinelle, o più semplicemente con anni di disprezzo, mancanza di rispetto per la dignità di emigrati, di sfruttamento e di intolleranza, se non di discriminazione razzista vera e propria.
In Italia, nonostante la crisi permanente, la recessione economica, con un uso anche spropositato di cassaintegrazione, mobilità, licenziamenti collettivi, precariato e tanto lavoro sommerso e “al nero”, che quantifica in diminuzione la forza lavoro codificata e quindi riduce sensibilmente, con un gioco di prestigio anche il numero ACCERTATO DI MORTI SUL LAVORO e DA LAVORO, rispetto solo a qualche anno fa, l’Italia rimane pur sempre un PAESE DOVE LA SALUTE E’ CONSIDERATA COME UNA MERCE E LA SICUREZZA, NON SOLO SUI LUOGHI DI LAVORO MA SUI TERRITORI, E’ VISTA DA PADRONI E GOVERNANTI COME “UN COSTO” DA RIDURRE PER MANTENERE, IN REGIME DI “CRISI PERMANENTE”, UN MARGINE PUR MINIMO DI PROFITTO E UNA BUONA OCCASIONE PER LUCROSE SPECULAZIONI FINANZIARIE…
Noi non dimentichiamo, non scordiamo Marcinelle e la Lezione che ci ha lasciato, come non scordiamo la Thyssenkrupp, l’Umbria Olii, Molfetta, Trani, Ravenna, Genova, L’Ilva di Taranto, Marghera, Monfalcone, Palermo…Viareggio, Roma e tante altre.
NOI NON DIMENTICHIAMO, PERCHE’ CHI NON HA MEMORIA NON HA UN FUTURO E NONOSTANTE TUTTO SIAMO ANCORA DISPOSTI A LOTTARE COLLETTIVAMENTE E AD ESSERE SOLIDALI …PER UN ALTRO FUTURO…POUR UN AUTRE FUTUR
COMITATO 5 APRILE DI ROMA nodo locale della RETE NAZIONALE SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO E SUI TERRITORI

martedì 30 giugno 2015

30 giugno 1960 Genova Manifestazione Antifascista



Come nascono le grandi lotte del luglio 1960? Il pretesto, la scintilla, è data dalla convocazione del Congresso nazionale del MSI (oggi AN) che doveva essere tenuto a Genova il 2-3 e 4 luglio 1960. Quanto la cosa fosse provocatoria lo dimostra la scelta di Genova, città medaglia d'oro della guerra di liberazione, città che era insorta unanime nel luglio 1948, all'epoca dell'attentato a Togliatti rimanendo in mano del popolo armato per due giorni. Come se ciò non bastasse, il MSI aveva preannunciato la presenza al Congresso del criminale di guerra Basile che, uccisore e torturatore di partigiani, avrebbe dovuto tornare nella città che aveva sofferto per le sue gesta efferate.

Questo congresso del MSI si poteva tenere dopo quindici anni dalla conclusione della guerriglia partigiana solo perché nel 1960 a Roma siedeva un governo democristiano presieduto da Tambroni, che era appoggiato per la prima volta dai voti dell'estrema destra. La repubblica «fondata sul lavoro» era nei suoi organi costitutivi antifascista di nome, ma non di fatto. Tra il 1948 ed il 1950 la polizia sotto il Ministro degli Interni Scelba aveva represso moti operai e contadini. Bilancio di poco più di due anni: 62 morti, 3.126 feriti, 92.169 arrestati, tutti tra gli anti-fascisti. Nel 1960, quando sale al potere il governo Tambroni di centro-destra con l'appoggio esterno dei missini, la Pubblica Sicurezza comprende 75.000 uomini, di cui 45.000 inquadrati militarmente nella Celere e nella Mobile; mentre i Carabinieri e la Guardia di Finanza ammontano a 180.000 persone. Pier Giuseppe Murgia fornisce i seguenti dati, per più versi illuminanti, dei prefetti e dei questori nel 1960. I prefetti di 1.a classe sono 64: tutti, meno due, sono stati funzionari del Ministero degli Interni del governo fascista. I vice prefetti sono 241: tutti hanno fatto la loro carriera nella burocrazia del regime fascista. Gli ispettori generali di PS sono dieci, di cui sette hanno prestato la loro opera sotto il regime fascista. I questori sono 135 di cui 120 sono entrati nella polizia sotto il fascismo. Tutto questo, a distanza di sedici anni dalla caduta del fascismo, dimostra come la burocrazia statale fosse rimasta intatta rispetto al periodo fascista.

Quando si ventila l'idea che il Congresso nazionale del MSI venga convocato a Genova, Tambroni nomina Lutri questore di quella città. Lutri, durante il fascismo, era stato capo della squadra politica di Torino ed era noto per avere arrestato durante la Resistenza numerosi esponenti partigiani di «Giustizia e libertà». In città si era, intanto, accumulata una tensione soprattutto di tipo sociale. Genova costituisce una delle sacche di vecchia industrializzazione ed ha il porto e l'intera industria in crisi a seguito della riconversione civile dell'economia di guerra completata negli ultimi anni. A Genova poi la trasformazione era stata più pesante che altrove, con la fine dell'industria di guerra e la perdita di centralità della città, che in quegli anni vede scomparire anche tutta una serie di industrie leggere, dove erano occupate anche molte donne. Chiude infatti una rete di aziende tessili, dell'abbigliamento, anche un'industria chimica come la Mira Lanza.

Appena conosciuta la volontà di convocare il Congresso missino, a metà giugno, i partiti borghesi antifascisti (PCI, PSI, PRI, PR, PSDI) iniziano la campagna contro la convocazione, affiggendo in tutta Genova un manifesto a caratteri cubitali dove si legge «MSI — FASCISMO — NAZISMO» «NAZISMO — CAMERE A GAS». Il manifesto, di poche parole, ha un grande impatto sulla cittadinanza, perché fa riferimento a esperienze dirette che tutti avevano vissuto (1). Il 19 giugno il MSI tenta l'anteprima, inaugurando una sua sede a Chiavari. La risposta della città è immediata: migliaia di lavoratori bloccano la strada dove dovrebbe aprirsi la sede, nella quale rimangono rinchiusi cinque fascisti, ed impediscono agli altri di potervi affluire. Il 24 giugno a Genova un comizio, convocato dalla CGIL, viene vietato dalla Questura.

Il 25 giugno vi è uno sciopero generale dei portuali genovesi che sfilano dal porto fino al Sacrario dei Partigiani in Via XX Settembre, mentre una delegazione si reca in Prefettura a protestare contro la convocazione del Congresso. Contemporaneamente centinaia di professori ed assistenti della Università di Medicina, Scienze e Fisica sospendono gli esami e si recano in corteo alla Casa dello Studente, già sede delle camere di tortura delle SS. Altro comizio e relativo corteo con un migliaio di partecipanti viene organizzato dalle sezioni giovanili dei vari partiti antifascisti. Quando il corteo giunge all'altezza di Via XX Settembre, la Celere lo carica con camionette, manganelli e fumogeni. La reazione è immediata: lanci di pietre partono dal Ponte Monumentale. Scontri tra la forza pubblica e i giovani si susseguono davanti alla Chiesa di S. Stefano, in Corso Andrea Podestà, in Via Carcassi e in tutte le strade che si diramano da Via XX Settembre. I caroselli si infittiscono e si protraggono per qualche ora. Alle ore 20 l'epicentro degli scontri si sposta verso Piazza Corvetto, a Largo Lanfranco e davanti alla Prefettura.

Il 26 giugno si riuniscono tutti gli appartenenti ai Comitati di Liberazione Nazionale della Liguria e decidono le varie forme di protesta e di resistenza per impedire la convocazione del congresso missino. Poi, il primo grande comizio: nell'enorme Piazza della Vittoria parla Pertini davanti a 30.000 lavoratori. Il MSI non disarma, anzi arriva alla provocazione aperta annunciando che Carlo Emanuele Basile sarà a Genova «un'altra volta», per presiedere il congresso fascista. Basile era stato capo della Provincia di Genova durante la Repubblica di Salò ed era uno dei più odiati torturatori di partigiani.

Si giunge così al 30 giugno, con lo sciopero generale proclamato a Genova, che sarà la prova di forza contro il governo. Al mattino migliaia di donne portano tonnellate di fiori al Sacrario dei Caduti. Alle ore 15 tutti i lavoratori di Genova scendono nelle strade. Si forma un corteo, lungo chilometri, di 100.000 lavoratori che dai vicoli del porto e dalla cinta dei quartieri industriali, da Sampierdarena, da Voltri, da Conegliano, da Bolzaneto, da Sestri Ponente, invade il centro sfila in Via Garibaldi, Via XXV Aprile, Piazza De Ferrari. In piazza un sindacalista della Camera del Lavoro invita la folla a disperdersi. Nessuno gli ubbidisce; anzi i lavoratori risalgono indietro Via XX Settembre e in Piazza De Ferrari circondano cinque camionette della polizia. La Celere attacca la folla prima con un getto di acqua colorata a mezzo di autobotti, poi con lacrimogeni e caroselli. Diecine di migliaia di persone rispondono con pietre, bottiglie, tavole e sedie dei bar, sedie delle case, assi di legno dei cantieri edili, in scontri che si frazionano per tutto il centro. Colpi d'arma da fuoco partono dai celerini e un giovane rimane ferito. Epicentro degli scontri sono Piazza De Ferrari, Via Petrarca, Piazza Matteotti, Piazza Dante, sottoporta Soprana, Via Ravecca e Via Fieschi. In Piazza De Ferrari una camionetta, che non riesce a fendere la folla, viene bloccata e bruciata; un ufficiale della polizia viene gettato nella vasca della piazza e molti celerini sono malmenati e disarmati. Intanto altre tre camionette vengono incendiate in Via Petrarca, in Piazza Dante e avanti il Credito Italiano. Dai tetti alcuni poliziotti sparano, mentre un elicottero della polizia coordina e dirige l'azione. Nella stessa piazza Dante sorge una barricata formata da varie auto in sosta. Più di cento agenti rimangono feriti o contusi e feriti anche una sessantina di dimostranti. Cinquanta i lavoratori arrestati. Alle ore 20 la battaglia di strada continua con immutata intensità: si adoperano vasi da fiori, paletti e colonnine segnaletiche divelte. La demoralizzazione si impadronisce degli agenti, tantoché la questura convoca presso di sé i dirigenti dell'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) ai quali si appella per riportare la calma. Costoro girano con megafoni tra i manifestanti invitandoli a cessare gli scontri. La folla non ubbidisce subito perché ha la percezione di un tradimento e di un tranello, ma poi vede che la Celere si ritira e allora si allinea agli ordini dell'ANPI. Così il 30 giugno i lavoratori genovesi rimangono padroni delle strade, mentre carabinieri e Celere sono obbligati a ripiegare a presidio degli uffici pubblici.

E' a questo punto che i dirigenti del movimento riescono a convincere i dimostranti a tornare a casa. Scrisse Scalfari: «Soltanto l'opera di persuasione dei capi delle associazioni partigiane, che avevano promosso la manifestazione, era alla fine riuscita a calmare temporaneamente gli animi e a ottenere che la gente tornasse a casa». La lotta è però solo rimandata: per il 2 luglio viene proclamato lo sciopero generale in concomitanza con l'inizio del Congresso missino. Ma il governo non vuole cedere. Il giorno prima Portoria è bloccata da un triplo sbarramento di filo spinato; in Piazza De Ferrari cavalli di frisia impediscono l'accesso ai cantieri edili; carabinieri, agenti e guardie di finanza presidiano gli edifici pubblici; il teatro Margherita (ove doveva avere luogo il congresso) è presidiato dalla polizia insieme a tutte le strade laterali, banche e stazioni ferroviarie; tre compagnie autocarrate bloccano la cintura intermedia della città. Rinforzi di carabinieri affluiscono da tutte le città del Piemonte e numerosi battaglioni di celerini sono chiamati da varie città d'Italia. In totale affluiscono a Genova 7.000 tra poliziotti e carabinieri «con l'ordine di sparare sui manifestanti». Alla Camera il Presidente del consiglio Tambroni conferma che il congresso si farà.

Ma tutta Genova nella notte tra l'1 e il 2 luglio scende ancora una volta nella lotta di strada in un clima pre-insurrezionale: venti trattori agricoli, alla testa di una colonna proveniente da Portoria, avanzano per abbattere gli sbarramenti di filo spinato con cui la polizia aveva isolato Piazza De Ferrari e Via XX Settembre. Nei quartieri del porto nella notte di vigilia si erano confezionate centinaia di bombe molotov; nella cinta industriale intorno alla città si erano ricostituite le vecchie formazioni partigiane armate pronte a scendere in città; nei quartieri del Porto, di Via Madre di Dio, di Porta S. Andrea si erano costruite barricate alte due metri di pietre e legname. Si calcola che 500.000 lavoratori fossero mobilitati e pronti a scendere al centro il 2 luglio. E' a questo punto, all'alba del giorno 2, che il governo comprende di avere perso la partita e, per evitare rotture gravi, revoca alle ore 6 del mattino al MSI, il permesso di tenere il Congresso, mentre ottiene dai partiti di «sinistra» e dai sindacati la garanzia del mantenimento dell'ordine! Nelle lotte di quei giorni vennero arrestati 98 lavoratori genovesi: di questi 23 saranno ancora detenuti il 19 agosto 1960, quando verrà celebrato il processo che irrorerà molti anni di reclusione.




(La cronaca degli eventi è tratta da Renzo Del Carria: Proletari senza rivoluzione. Vol.V, ed. Savelli 1977, pagg. 13-19)

(1) Va ricordato, per correttezza storica e politica, che il Pci (togliattiano) tra l'agosto 1939 e il giugno 1941, sulla scia del patto Hitler-Stalin, prese le difese della Germania nazista di contro agli imperialisti democratici. La sua riconversione democratico-imperialistica avvenne dopo la rottura del patto scellerato, provocato dell'invasione tedesca della Russia.



Fonte: http://capireperagire.blog.tiscali.it/2005/06/29/genova__30_giugno___2_luglio_1960_1554214-shtml

http://www.fdca.it/repressione/ge-1960.htm




30 giugno 1960 Genova Manifestazione Antifascista



Come nascono le grandi lotte del luglio 1960? Il pretesto, la scintilla, è data dalla convocazione del Congresso nazionale del MSI (oggi AN) che doveva essere tenuto a Genova il 2-3 e 4 luglio 1960. Quanto la cosa fosse provocatoria lo dimostra la scelta di Genova, città medaglia d'oro della guerra di liberazione, città che era insorta unanime nel luglio 1948, all'epoca dell'attentato a Togliatti rimanendo in mano del popolo armato per due giorni. Come se ciò non bastasse, il MSI aveva preannunciato la presenza al Congresso del criminale di guerra Basile che, uccisore e torturatore di partigiani, avrebbe dovuto tornare nella città che aveva sofferto per le sue gesta efferate.

Questo congresso del MSI si poteva tenere dopo quindici anni dalla conclusione della guerriglia partigiana solo perché nel 1960 a Roma siedeva un governo democristiano presieduto da Tambroni, che era appoggiato per la prima volta dai voti dell'estrema destra. La repubblica «fondata sul lavoro» era nei suoi organi costitutivi antifascista di nome, ma non di fatto. Tra il 1948 ed il 1950 la polizia sotto il Ministro degli Interni Scelba aveva represso moti operai e contadini. Bilancio di poco più di due anni: 62 morti, 3.126 feriti, 92.169 arrestati, tutti tra gli anti-fascisti. Nel 1960, quando sale al potere il governo Tambroni di centro-destra con l'appoggio esterno dei missini, la Pubblica Sicurezza comprende 75.000 uomini, di cui 45.000 inquadrati militarmente nella Celere e nella Mobile; mentre i Carabinieri e la Guardia di Finanza ammontano a 180.000 persone. Pier Giuseppe Murgia fornisce i seguenti dati, per più versi illuminanti, dei prefetti e dei questori nel 1960. I prefetti di 1.a classe sono 64: tutti, meno due, sono stati funzionari del Ministero degli Interni del governo fascista. I vice prefetti sono 241: tutti hanno fatto la loro carriera nella burocrazia del regime fascista. Gli ispettori generali di PS sono dieci, di cui sette hanno prestato la loro opera sotto il regime fascista. I questori sono 135 di cui 120 sono entrati nella polizia sotto il fascismo. Tutto questo, a distanza di sedici anni dalla caduta del fascismo, dimostra come la burocrazia statale fosse rimasta intatta rispetto al periodo fascista.

Quando si ventila l'idea che il Congresso nazionale del MSI venga convocato a Genova, Tambroni nomina Lutri questore di quella città. Lutri, durante il fascismo, era stato capo della squadra politica di Torino ed era noto per avere arrestato durante la Resistenza numerosi esponenti partigiani di «Giustizia e libertà». In città si era, intanto, accumulata una tensione soprattutto di tipo sociale. Genova costituisce una delle sacche di vecchia industrializzazione ed ha il porto e l'intera industria in crisi a seguito della riconversione civile dell'economia di guerra completata negli ultimi anni. A Genova poi la trasformazione era stata più pesante che altrove, con la fine dell'industria di guerra e la perdita di centralità della città, che in quegli anni vede scomparire anche tutta una serie di industrie leggere, dove erano occupate anche molte donne. Chiude infatti una rete di aziende tessili, dell'abbigliamento, anche un'industria chimica come la Mira Lanza.

Appena conosciuta la volontà di convocare il Congresso missino, a metà giugno, i partiti borghesi antifascisti (PCI, PSI, PRI, PR, PSDI) iniziano la campagna contro la convocazione, affiggendo in tutta Genova un manifesto a caratteri cubitali dove si legge «MSI — FASCISMO — NAZISMO» «NAZISMO — CAMERE A GAS». Il manifesto, di poche parole, ha un grande impatto sulla cittadinanza, perché fa riferimento a esperienze dirette che tutti avevano vissuto (1). Il 19 giugno il MSI tenta l'anteprima, inaugurando una sua sede a Chiavari. La risposta della città è immediata: migliaia di lavoratori bloccano la strada dove dovrebbe aprirsi la sede, nella quale rimangono rinchiusi cinque fascisti, ed impediscono agli altri di potervi affluire. Il 24 giugno a Genova un comizio, convocato dalla CGIL, viene vietato dalla Questura.

Il 25 giugno vi è uno sciopero generale dei portuali genovesi che sfilano dal porto fino al Sacrario dei Partigiani in Via XX Settembre, mentre una delegazione si reca in Prefettura a protestare contro la convocazione del Congresso. Contemporaneamente centinaia di professori ed assistenti della Università di Medicina, Scienze e Fisica sospendono gli esami e si recano in corteo alla Casa dello Studente, già sede delle camere di tortura delle SS. Altro comizio e relativo corteo con un migliaio di partecipanti viene organizzato dalle sezioni giovanili dei vari partiti antifascisti. Quando il corteo giunge all'altezza di Via XX Settembre, la Celere lo carica con camionette, manganelli e fumogeni. La reazione è immediata: lanci di pietre partono dal Ponte Monumentale. Scontri tra la forza pubblica e i giovani si susseguono davanti alla Chiesa di S. Stefano, in Corso Andrea Podestà, in Via Carcassi e in tutte le strade che si diramano da Via XX Settembre. I caroselli si infittiscono e si protraggono per qualche ora. Alle ore 20 l'epicentro degli scontri si sposta verso Piazza Corvetto, a Largo Lanfranco e davanti alla Prefettura.

Il 26 giugno si riuniscono tutti gli appartenenti ai Comitati di Liberazione Nazionale della Liguria e decidono le varie forme di protesta e di resistenza per impedire la convocazione del congresso missino. Poi, il primo grande comizio: nell'enorme Piazza della Vittoria parla Pertini davanti a 30.000 lavoratori. Il MSI non disarma, anzi arriva alla provocazione aperta annunciando che Carlo Emanuele Basile sarà a Genova «un'altra volta», per presiedere il congresso fascista. Basile era stato capo della Provincia di Genova durante la Repubblica di Salò ed era uno dei più odiati torturatori di partigiani.

Si giunge così al 30 giugno, con lo sciopero generale proclamato a Genova, che sarà la prova di forza contro il governo. Al mattino migliaia di donne portano tonnellate di fiori al Sacrario dei Caduti. Alle ore 15 tutti i lavoratori di Genova scendono nelle strade. Si forma un corteo, lungo chilometri, di 100.000 lavoratori che dai vicoli del porto e dalla cinta dei quartieri industriali, da Sampierdarena, da Voltri, da Conegliano, da Bolzaneto, da Sestri Ponente, invade il centro sfila in Via Garibaldi, Via XXV Aprile, Piazza De Ferrari. In piazza un sindacalista della Camera del Lavoro invita la folla a disperdersi. Nessuno gli ubbidisce; anzi i lavoratori risalgono indietro Via XX Settembre e in Piazza De Ferrari circondano cinque camionette della polizia. La Celere attacca la folla prima con un getto di acqua colorata a mezzo di autobotti, poi con lacrimogeni e caroselli. Diecine di migliaia di persone rispondono con pietre, bottiglie, tavole e sedie dei bar, sedie delle case, assi di legno dei cantieri edili, in scontri che si frazionano per tutto il centro. Colpi d'arma da fuoco partono dai celerini e un giovane rimane ferito. Epicentro degli scontri sono Piazza De Ferrari, Via Petrarca, Piazza Matteotti, Piazza Dante, sottoporta Soprana, Via Ravecca e Via Fieschi. In Piazza De Ferrari una camionetta, che non riesce a fendere la folla, viene bloccata e bruciata; un ufficiale della polizia viene gettato nella vasca della piazza e molti celerini sono malmenati e disarmati. Intanto altre tre camionette vengono incendiate in Via Petrarca, in Piazza Dante e avanti il Credito Italiano. Dai tetti alcuni poliziotti sparano, mentre un elicottero della polizia coordina e dirige l'azione. Nella stessa piazza Dante sorge una barricata formata da varie auto in sosta. Più di cento agenti rimangono feriti o contusi e feriti anche una sessantina di dimostranti. Cinquanta i lavoratori arrestati. Alle ore 20 la battaglia di strada continua con immutata intensità: si adoperano vasi da fiori, paletti e colonnine segnaletiche divelte. La demoralizzazione si impadronisce degli agenti, tantoché la questura convoca presso di sé i dirigenti dell'ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) ai quali si appella per riportare la calma. Costoro girano con megafoni tra i manifestanti invitandoli a cessare gli scontri. La folla non ubbidisce subito perché ha la percezione di un tradimento e di un tranello, ma poi vede che la Celere si ritira e allora si allinea agli ordini dell'ANPI. Così il 30 giugno i lavoratori genovesi rimangono padroni delle strade, mentre carabinieri e Celere sono obbligati a ripiegare a presidio degli uffici pubblici.

E' a questo punto che i dirigenti del movimento riescono a convincere i dimostranti a tornare a casa. Scrisse Scalfari: «Soltanto l'opera di persuasione dei capi delle associazioni partigiane, che avevano promosso la manifestazione, era alla fine riuscita a calmare temporaneamente gli animi e a ottenere che la gente tornasse a casa». La lotta è però solo rimandata: per il 2 luglio viene proclamato lo sciopero generale in concomitanza con l'inizio del Congresso missino. Ma il governo non vuole cedere. Il giorno prima Portoria è bloccata da un triplo sbarramento di filo spinato; in Piazza De Ferrari cavalli di frisia impediscono l'accesso ai cantieri edili; carabinieri, agenti e guardie di finanza presidiano gli edifici pubblici; il teatro Margherita (ove doveva avere luogo il congresso) è presidiato dalla polizia insieme a tutte le strade laterali, banche e stazioni ferroviarie; tre compagnie autocarrate bloccano la cintura intermedia della città. Rinforzi di carabinieri affluiscono da tutte le città del Piemonte e numerosi battaglioni di celerini sono chiamati da varie città d'Italia. In totale affluiscono a Genova 7.000 tra poliziotti e carabinieri «con l'ordine di sparare sui manifestanti». Alla Camera il Presidente del consiglio Tambroni conferma che il congresso si farà.

Ma tutta Genova nella notte tra l'1 e il 2 luglio scende ancora una volta nella lotta di strada in un clima pre-insurrezionale: venti trattori agricoli, alla testa di una colonna proveniente da Portoria, avanzano per abbattere gli sbarramenti di filo spinato con cui la polizia aveva isolato Piazza De Ferrari e Via XX Settembre. Nei quartieri del porto nella notte di vigilia si erano confezionate centinaia di bombe molotov; nella cinta industriale intorno alla città si erano ricostituite le vecchie formazioni partigiane armate pronte a scendere in città; nei quartieri del Porto, di Via Madre di Dio, di Porta S. Andrea si erano costruite barricate alte due metri di pietre e legname. Si calcola che 500.000 lavoratori fossero mobilitati e pronti a scendere al centro il 2 luglio. E' a questo punto, all'alba del giorno 2, che il governo comprende di avere perso la partita e, per evitare rotture gravi, revoca alle ore 6 del mattino al MSI, il permesso di tenere il Congresso, mentre ottiene dai partiti di «sinistra» e dai sindacati la garanzia del mantenimento dell'ordine! Nelle lotte di quei giorni vennero arrestati 98 lavoratori genovesi: di questi 23 saranno ancora detenuti il 19 agosto 1960, quando verrà celebrato il processo che irrorerà molti anni di reclusione.




(La cronaca degli eventi è tratta da Renzo Del Carria: Proletari senza rivoluzione. Vol.V, ed. Savelli 1977, pagg. 13-19)

(1) Va ricordato, per correttezza storica e politica, che il Pci (togliattiano) tra l'agosto 1939 e il giugno 1941, sulla scia del patto Hitler-Stalin, prese le difese della Germania nazista di contro agli imperialisti democratici. La sua riconversione democratico-imperialistica avvenne dopo la rottura del patto scellerato, provocato dell'invasione tedesca della Russia.



Fonte: http://capireperagire.blog.tiscali.it/2005/06/29/genova__30_giugno___2_luglio_1960_1554214-shtml

http://www.fdca.it/repressione/ge-1960.htm




30 giugno 1927: le mondine in sciopero



Questo canto di lotta di fine ottocento e inizio novecento, che ancora oggi rimane famoso e anima la cultura popolare e militante, è stato composto dalle mondine del nord-ovest italiano, per chiedere la diminuzione della giornata lavorativa da dodici a otto ore.
Il 30 giugno 1927, 10.000 mondine scioperano nel vercellese, novarese e biellese, per difendere il proprio salario dalla riduzione del trenta percento, che agrari e dittatura fascista vogliono apportare.
Le mondine, sono le donne che nelle risaie lavorano per otto- dodici ore al giorno per “modare” il riso, con i piedi e le braccia totalmente immersi nell’acqua e martoriate dal sole e dagli insetti. Il lavoro della mondina inizia a giugno e finisce a metà luglio, ed è pagato una miseria, anche perchè essendo un lavoro “per donne” è sottinteso che sia pagato ancora meno di quello dei braccianti.
Il lavoro in risaia è duro, anzi durissimo, e costringe spesso le donne, molte giovanissime, a vivere nei casolari delle cascine vicine ai campi di riso. Questa situazione di miseria e sfruttamento offre però alle donne la possibilità di vivere un periodo dell’anno libere dal maschilismo domestico e quotidiano, offrendo reali possibilità di vivere momenti socialità femminile altra rispetto a quella vissuta dalle donne costrette a tornare in famiglia dopo il lavoro.
I primi scioperi delle mondine risalgono alla metà dell’ottocento, ma quello del 30 giugno del ’27 è fra i più significativi del ciclo di lotte contadine sotto la dittatura fascista.
Da febbraio, a causa di una diminuzione dei prezzi del riso, il padronato agrario, in accordo con i rappresentanti dei sindacati fascisti, decide di diminuire i salari delle mondine del trenta percento.
Fra le mondine, le organizzazioni clandestine dei lavoratori e il PCI clandestino, si iniziano a tenere assemblee e riunioni in molti cascinali delle campagne di Vercelli, Novara e Biella.
La parola d’ordine è: difendere il salario!
Viene stampato il giornale clandesitino dei contadini poveri e delle mondine: “La Risaia”. Viene chiesto a tutte le mondine di iniziare a scioperare, e da aprile iniziano i primi blocchi del lavoro in risaia, sempre seguiti da una durissima repressione poliziesca.
Il 30 giugno sono 10.000 le mondine che scioperano e che manifestano nelle campagne. La repressione fascista porta 100 di loro, fra cui anche molti contadini , ad essere arrestate, e una decina a essere condannate ad alcuni mesi di carcere.
La mobilitazione delle mondine spaventa talmente tanto il fascismo che le riduzioni del salario vengono ridimensionate notevolmente.
Anche se questa lotta ottiene solo una vittoria parziale, ha il merito di radicare l’organizzazione comunista nelle campagne della bassa piemontese e aiuta il movimento antifascista di resistere e crescere.

lunedì 9 marzo 2015

Pedro vive nelle lotte!



Sabato 9 marzo 1985. Trieste. Ore 11 del mattino. Pietro Maria Greco, detto Pedro, entra nel palazzo di via Giulia 39 dove abita in pedro1 un appartamento al terzo piano. Ad aspettarlo sul pianerottolo tre uomini che aprono il fuoco non appena lo vedono. Pedro ha la forza di scappare e di uscire in strada gridando "Aiuto! Mi accoppano!". Inutilmente. Uno degli uomini del commando è rimasto all'esterno del palazzo, e spara sul compagno già ferito. Pietro crolla a terra. Gli viene riservato un ultimo colpo ravvicinato alla nuca. L'uomo che ha sparato per ultimo si accorge che respira ancora. Lo perquisisce e lo ammanetta dietro la schiena. Pedro muore poco dopo all'ospedale. I tre uomini appartengono ad una task force di DIGOS e SISDE che ha ricevuto una soffiata sulla presenza di Pietro nello stabile di via Giulia, e l'ordine di ammazzarlo. Pietro Maria Greco, militante del movimento padovano, è uno dei 142 imputati del processo "7 aprile - troncone veneto", parte dell'enorme azione giudiziaria messa in piedi e portata avanti nel '79 dal P.M. padovano Pietro Calogero. Il Teorema Calogero cerca di dimostrare come l'Autonomia sia il bacino di reclutamento militanti delle Brigate Rosse, e come i teorici dell'Autonomia e di Potere Operaio del nord-est siano quadri del partito armato. Nel marzo '85 Pedro è latitante per la seconda volta. Infatti nei suoi confronti era già stato spiccato un primo mandato di cattura nell'80, poi prosciolto per mancanza di prove un anno dopo, e un secondo mandato nell'82. "NEL CORSO DEL DIBATTIMENTO, iniziato nel dicembre '84, LA SUA POSIZIONE ERA NOTEVOLMENTE MIGLIORATA, visto che per lui, come per molti altri imputati, stava emergendo un'assoluta mancanza di indizi."^ L'omicidio di Pedro fa ripartire gli ingranaggi del movimento padovano, che scende in strada con un corteo di 10.000 persone il 17 marzo, dopo oltre sei anni di preclusione della piazza da parte delle autorità. Dalla sera del 9 nascono spontanee assemblee sui posti di lavoro e all'università. Per il lunedì successivo viene indetto lo sciopero degli studenti medi che si allarga subito a Rovigo, Venezia e a tutta la bassa padovana. Viene indetta un'assemblea regionale per l'11 marzo, cui partecipano diverse centinaia di compagni, e che si risolve in un corteo spontaneo per il centro cittadino. Si apre un processo di contro-inchiesta che rimette in moto tutti quegli strumenti di informazione che si erano persi da tempo. I muri delle strade tornano ad essere tappezzati di manifesti e volantini; radio Sherwood martella l'etere con interviste e aggiornamenti sul caso, impedendo di fatto che la magistratura elabori in tranquillità una versione "gestibile" dell'omicidio. Volantini e striscioni presentano al fondo tutti la medesima firma, netta e precisa, che non si può fraintendere:Tutti i Compagni del Movimento
"VOI SIETE LA MORTE, siete quelli [...] della tortura, dei milioni di disoccupati, dei centomila arresti all'anno, [...] delle stragi [...]
NOI SIAMO LA VITA, lottiamo per la vita, per una migliore qualità dell'esistenza per tutti i proletari quotidianamente, pubblicamente, con caparbietà. "
http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/679-9-marzo-1985-lassassinio-di-pedro

mercoledì 4 marzo 2015

Pedro vive nelle lotte!





Continuano in diverse città italiane le iniziative per ricordare l'uccisione del compagno Pietro Maria Greco "Pedro" da parte della Digos avvenuta trenta anni fa a Trieste. Qui di seguito il calendario dei prossimi giorni:
Mercoledì 4 marzo ore 18.00 presso la Mensa Marzolo occupata a Padova, proiezione video "Pedro vive nelle lotte" e dibattito sulle lotte degli anni '70 e '80 partendo dalla situazione del quartiere Portello di Padova.

sabato 7 marzo dalle ore 16.00 in via Giulia 39 e Piazza Volontari Giuliani a Trieste presidio sul luogo dell’assassinio di Pedro.

Sabato 7 marzo al tuttinpiedi di Mestre (ve) proiezione del video "Pedro vive nelle lotte"

Sabato 7 marzo Catania iniziativa antifascista con la proiezione del video "Pedro vive nelle lotte".

Domenica 8 marzo, dalle ore 18 al Centro Sociale Occupato Autogestito "A. Cartella" di Gallico - Reggio Calabria ricorderemo Pedro con video, materiale documentale e testimonianze, legando le lotte di ieri a quelle di oggi.

Domenica 8 marzo Bologna - circolo Iqbal, proiezione del video "Pedro vive nelle lotte" a seguire dibattito.

Mercoledì 11 marzo dalle ore 17.00 circa presso la Mensa Marzolo occupata a Padova, presidio itinerante al Portello attraverso i luoghi, gli avvenimenti, i protagonisti della lotta di classe degli anni '70 e '80, assieme a Pedro, uniti con un filo rosso alle lotte attuali.

Domenica 12 marzo Bologna - Università organizzata dal Cuam (nella tre giorni dedicata in ricordo di Francesco Lorusso)

12-13 marzo Venaus e Ivrea - cassa antirep delle Alpi Occidentali

Venerdì 13, sabato 14 e domenica 15 marzo presso la sede dell'Associazione culturale N.Pasian - Infospazio Chinatown Piazzetta Caduti della Resistenza a Padova, presidio permanente e iniziativa con volantinaggio in quartiere in ricordo di Pedro.

giovedì 1 gennaio 2015

1 gennaio 1969 La Bussola





Il capodanno del 1969 fu un capodanno molto particolare. Diverso dalla solita celebrazione sterile e buonista, vuota dei riti di sfarzo e consumismo e ricca dell'immaginario delle lotte. Per una sera il capodanno dei borghesi e quello dei proletari attraversò lo stesso luogo, ma con dinamiche, esigenze e bisogni completamente diverse, anzi in reale contrapposizione. L'anno passato era stato ricco di eventi e novità sulla scena politica nazionale, un proliferare di nuovi scenari e di conflitti che iniziavano ad articolarsi secondo le proprie forme, e nel migliore degli auguri l'anno a seguire sarebbe stato altrettanto prospero. Prospero di nuovi antagonismi e lotte sociali. Ma per raccontare la notte tra il 31 dicembre del '68 e il 1 gennaio del '69 bisogna prima guardare ad un altro evento che l'aveva preceduto: la contestazione alla Scala di Milano. La dichiarazione sostanziale di una differenza che tagliava in due il paese, da un lato i ricchi con il loro sfarzo, le loro celebrazioni, il loro buongusto, il loro perbenismo e la rappresentazione dorata di un mondo corrotto e sudicio, e dall'altro gli studenti e i lavoratori alla conquista dei diritti manchevoli. La contestazione alla Scala era una dichiarazione di esistenza, anzi molto di più, una dichiarazione di guerra. E da quell'evento l'immaginario della contestazione alle celebrazioni dei borghesi si espanse e prese varie altre forme. Tra queste quella che si diede il capodanno del '69. La Versilia, terra in delle vacanze della middle-class era disseminata di locali chic dove impresari, politicanti e subrette andavano a passare il capodanno. Tra questi uno dei più rinomati era "La Bussola", tutt'ora esistente. I di Potere Operaio e del Movimento Studentesco pisano avevano deciso di andare a fare visita ai padroni organizzando una grande manifestazione in quella data davanti al locale. Nonostante nell'intenzione dei manifestanti ci fosse solo il lancio di ortaggi ai riveriti business-men dentro al locale e alle loro consorti, la tensione si alzò e avvennero una serie di scontri particolarmente violenti tra i manifestanti e le forze dell'ordine, accorse a difendere, guarda caso, il decoro dei clienti della Bussola. Il bilancio fu di 55 fermi e un ferito grave Soriano Ceccanti rimasto paralizzato a causa di una pallottola. Infatti in questa occasione le forze dell'ordine usarono spregiudicatamente le armi da fuoco contro i manifestanti. Questa data fu un vero e proprio spartiacque e l'alba di una nuova coscienza. Il dato politico che sembra superficialmente ideologico e che attraversa gli avvenimenti della Scala di Milano e della Bussola è in realtà molto più profondo. Va ad indicare la scollatura tra due mondi che difficilmente avrebbero potuto continuare a convivere e descrive una necessità reale, quella di un'eguaglianza non ipocrita e perbenista, ma reale e sociale. La stupidità consumistica da un lato, che si fa veicolo di una socialità falsa e raccapricciante, basata sul valore d'uso di un rapporto umano, e la lotta proletaria dall'altro, madre di una socialità reale e quotidiana. La voglia di rivalsa che attraversa l'Europa, che vuole entrare nei luoghi più privati del potere e dissacrarli, demitizzarli, riappropriarsene e farli vivere nuovamente in una maniera diversa. E i fuochi di artificio per una volta li sparammo noi.
Quella notte davanti alla Bussola,
nel freddo di San Silvestro.
Quella notte di Capodanno
non la scorderemo mai.
Arrivavano i signori,
sulle macchine lucenti
e guardavan con disprezzo
gli operai e gli studenti.
Le signore con l'abito lungo,
con le spalle impellicciate,
i potenti col fiocchino,
con le facce inamidate.
Eran gli stessi signori
che ci sfruttano tutto l'anno,
quelli che ci fan crepare
nelle fabbriche qui attorno.
Son venuti per brindare,
dopo un anno di sfruttamento,
a brindare per l'anno nuovo,
che gli vada ancora meglio.
Non resistono i compagni,
che li han riconosciuti,
ed arrivan pomodori
ed arrivano gli sputi.
Per difendere gli sfruttatori,
una tromba ha squillato,
mentre già i carabinieri
hanno corso ed han picchiato;
come son belli i carabinieri,
mentre picchiano con le manette
i compagni studenti medi
dai quattordici ai diciassette!
E non la smettono di picchiare
finché Garoppo non alza il dito:
sono l'immagine più fedele
del nostro ordine costituito.
Già vediamo i carabinieri
che si stanno organizzando
per iniziare la caccia all'uomo
con pantere ed autoblindo.
Non possiamo andare via,
né lasciare i dispersi,
siamo ormai tagliati fuori
per raggiunger gli automezzi.
Decidiamo di resistere
e si fan le barricate:
sono per meglio difenderci
dalle successive ondate.
Dalla prima barricata
alla zona dei carabinieri
sono circa quaranta metri
tutti sgombri e tutti neri.
Quando cominciano ad avanzare
uno di loro spara in aria.
i compagni tirano sassi
per cercare di fermarli.
Loro si fermano un momento
e poi continuano ad avanzare;
non è più uno soltanto,
sono in molti ora a sparare.
Dalla prima barricata
si vedon bene le pistole,
dalla seconda tutti pensano
che sian solo castagnole.
Ci riuniamo tutti assieme
alla seconda barricata,
i 'carruba' tornano indietro,
vista la brutta parata.
Ancora un'ora di avanti e indietro,
noi con i sassi loro sparando;
tutti crediamo che sparino a salve,
anche da dentro un'autoblindo.
Ad un tratto vedo cadere
un compagno alla mia destra
il ginocchio con un buco
ed il sangue sui calzoni.
Mi volto e grido: " Sparan davvero!
e corro indietro di qualche passo:
due compagni portano a spalle
il ferito nella gamba.
Correndo forte sulla strada,
con alle spalle i carabinieri,
vedo il Ceccanti, colpito a morte,
trasportato sul marciapiedi.
Malgrado gli sforzi di aiutarlo,
è difficile trovar soccorso
mentre i gendarmi ti corron dietro
e non ti danno un po' di riposo.
Trovata un'auto utilitaria
e portato via il Ceccanti,
più non ci resta altro da fare
che scappare tutti quanti.
Forse alla Bussola, per quella notte,
i signori si sono offesi,
lor che offendono e uccidono
per tutti gli altri dodici mesi.
Sarebbe meglio offenderli spesso
e non dare loro respiro
tutte le volte che lor signori
capitan sotto il nostro tiro.
A questo punto sembra opportuno
fare qualche considerazione
sulle diverse e brutte facce
che ci mostra oggi il padrone:
ha i soldi per comprarci,
la miseria per sfruttare,
i suoi armati per ucciderci,
la TV per imbrogliare.
Non ci resta che ribellarci
e non accettare il giuoco
di questa loro libertà,
che per noi vale ben poco.
L'orda d'oro Nanni Balestrini Primo Moroni
Quella notte davanti alla bussola