venerdì 12 febbraio 2016

Contraccezione d’emergenza, questa sconosciuta - A ragion veduta

Sarà anche dovuto alla confusione di sigle, di nomi e soprattutto di giorni, fatto sta che in tema di contraccezione d’emergenza e di aborto chimico l’ignoranza, in Italia, sembra continuare a regnare sovrana. A certificarlo un’indagine effettuata dall’istituto di ricerca Swg di Trieste da cui emergono dati inquietanti, non solo in riferimento alle utenti ma soprattutto in riferimento agli operatori del settore. Pare infatti che una donna su tre sia tuttora convinta che per acquistare la pillola del giorno dopo occorra la ricetta del medico, ma quel che è peggio è che la stessa convinzione ce l’ha ben un farmacista su sette.
L’obbligo di ricetta era stato introdotto su parere del Consiglio superiore della sanità
Eppure è dal maggio dello scorso anno che l’obbligo della prescrizione medica è stato eliminato grazie a una determina dell’Aifa, e con esso anche l’assurdo obbligo del preliminare test di gravidanza. In realtà la ricetta è ancora necessaria se a richiedere il farmaco è una minorenne, ma va precisato che comunque la legge non prevede né che la minore sia accompagnata da un adulto, né che occorra acquisire il consenso di chi ne esercita la potestà genitoriale. L’obbligo di ricetta era stato introdotto contestualmente alla messa in commercio su parere del Consiglio superiore della sanità, nonostante l’Ema, agenzia europea del farmaco, avesse espresso parere favorevole alla trasformazione in farmaco da banco e la Commissione Europea avesse recepito tale parere. All’epoca l’Amci, associazione che riunisce i medici cattolici (come se “cattolico” fosse una specializzazione), si oppose duramente alle disposizioni di Bruxelles e i farmacisti cattolici si mossero perfino sul fronte legale. Evidentemente senza successo, almeno finora.
Ma vediamo di chiarire alcuni punti fondamentali. Il farmaco di cui si parla è l’EllaOne, la cui molecola attiva è l’ulipristal acetato, che fino a qualche tempo fa veniva definito “pillola dei cinque giorni dopo” in virtù del fatto che la sua efficacia può arrivare, appunto, fino a 120 ore dalla fecondazione dell’ovulo. Questo non vuol dire che l’efficacia sia costante durante tutto il periodo, è pur sempre nelle prime 24 ore che si ha una percentuale di successi intorno al 98%, in seguito la percentuale va ad abbassarsi progressivamente. La vera ragione per cui però si adottava tale definizione era la presenza di un altro farmaco, di più vecchia concezione, di minore efficacia e con maggiori effetti collaterali, a base di levonorgestrel che non andava oltre le 24 ore di efficacia e perciò era stato chiamato “pillola del giorno dopo”. Per quel farmaco è sempre stata necessaria la prescrizione medica anche se solo in pochi paesi (inutile dire che in queste cose l’Italia tende sempre a distinguersi). Oggi però il levonorgestrel è sulla via dell’obsolescenza, quindi quando si parla di pillola del giorno dopo ci si riferisce sempre all’EllaOne.
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C’è poi la cosiddetta Ru486, la pillola abortiva che non ha nulla a che vedere con i contraccettivi d’emergenza, anche se una certa letteratura ha tutto l’interesse a confondere i vari farmaci per far passare il falso principio che si tratta pur sempre di aborto. Naturalmente non è così; una cosa è parlare di interruzione della gravidanza, quindi di una fase che inizia dopo l’annidamento dell’ovulo fecondato, e un’altra è parlare di espellere un ovulo che non si è ancora annidato. Per la Ru486 la ricetta non serve perché semplicemente non è possibile acquistarla. La sua somministrazione avviene esclusivamente in ambito ospedaliero, quasi sempre in regime di ricovero ordinario (a volte in day hospital, dipende dalla Regione) anche se è possibile dimettersi volontariamente dopo l’assunzione.
Un farmacista su cinque ammette spudo­rata­mente la ferma inten­zione di violare la legge
Il quadro normativo è dunque chiarissimo, anche se perfettibile a dirla tutta, ma sappiamo bene che l’importanza del rispetto delle norme è diversa se visto con occhi clericalisti piuttosto che da un punto di vista laico. Sebbene nessun farmacista possa rifiutarsi di vendere il farmaco, ben il 18% dichiara candidamente che non lo cederebbe mai in assenza di ricetta a prescindere da quello che dicono le norme. In pratica quasi un farmacista su cinque ammette spudo­rata­mente la ferma inten­zione di violare la legge e indovinate un po’? La principale ragione alla base di questa presa di posizione è di ordine religioso. Infatti, il 61% dei farmacisti cattolici si dichiara contrario alla contraccezione d’emergenza, molto probabilmente perché ritiene la legge della Chiesa superiore a quella degli uomini. In aggiunta, quasi la metà dei farmacisti si dice in disaccordo con la decisione dell’Aifa e tre quarti di essi sostengono che la mancanza dell’obbligo di prescrizione renderebbe troppo facile l’accesso al farmaco e ne incentiverebbe quindi l’abuso.
Tollerabilità e sicu­rezza sono state riba­dite dagli orga­nismi compe­tenti
Il presidente della Smic, Società Medica Italiana per la Contraccezione, Emilio Arisi è naturalmente del parere opposto e snocciola i suoi dati a sostegno della tesi: solo il 2,5% delle donne italiane in età fertile ha fatto ricorso alla contraccezione d’emergenza, il che pone il nostro Paese al di sotto della media europea. Nessun incentivo quindi, semmai certamente un disincentivo per il ricorso all’aborto, come afferma anche Francesca Merzagora della Onda che si unisce ad Arisi nello stupore per la percentuale di farmacisti (53%) che ritiene il farmaco pericoloso, quando la suatollerabilità e sicu­rezza sono state riba­dite dagli orga­nismi compe­tenti di tutto il mondo.
Tra l’altro proprio in questo momento la contraccezione in generale, sia essa preventiva o d’emergenza, assume importanza ancora maggiore alla luce delle conseguenze delle infezioni da Zika sulle donne in gravidanza, o meglio sui loro figli, con il sospetto tra l’altro che il virus sia trasmissibile sessualmente. Invece no, ci si ostina a voler anteporre i propri precetti morali perfino alla sicurezza delle persone. In particolare nell’America latina il ricorso all’EllaOne potrebbe evitare la nascita di numerosi bambini malformati. Anzi, sarebbe la soluzione estrema al problema, visto che da quelle parti pochissimi paesi ammettono il ricorso all’interruzione di gravidanza. Chissà perché, poi.
Massimo Maiurana
Contraccezione d’emergenza, questa sconosciuta - A ragion veduta:



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martedì 9 febbraio 2016

Zumbi, lo Spartaco nero :: Il pane e le rose - classe capitale e partito


Il 6 febbraio è la data in cui ricorre la distruzione del Quilombo dos Palmares, avvenuta nel 1694. Il Quilombo di Palmares fu una comunità autonoma creata da africani fuggiti alla schiavitù nelle piantagioni brasiliane. Fu il più emblematico dei Quilombo e il suo mito divenne un simbolo (sempre attuale) della lotta degli africani contro la schiavitù.
I Quilombo erano comunità politicamente indipendenti fondate da schiavi evasi. In Brasile ne furono fondate diverse, composte da decine di migliaia di persone. Gli schiavi appartenevano ad etnie assai differenti, ma nel Quilombo vivevano fraternamente sulla base di una forma di comunismo primitivo. Il Quilombo dos Palmares era il più importante e numeroso, circa 8000 persone, il più organizzato, e resistette 67 anni agli attacchi dell’esercito schiavista portoghese. Era insediato nella zona ad ovest di Salvador de Bahia, oggi stato dell’Alagoas, ed occupava un territorio grande quanto il Portogallo. Nel 1630 gli olandesi invasero la regione del nordeste del Brasile e gli schiavi delle piantagioni di canna da zucchero ne approfittarono per fuggire. Nel 1644 gli olandesi tentarono di distruggere il Quilombo di Palmares ma vennero respinti dai quilombolas. Nel 1654 i portoghesi cacciarono gli olandesi dal nordeste. Nello stesso anno nacque Zumbi, il capo leggendario della resistenza dei Quilombos. Ancora bambino viene rapito dai soldati portoghesi e venduto ad un prete gesuita, a Porto Calvo, servendo il quale impara portoghese e latino. A 15 anni fugge e torna a Palmares dove, nello stesso anno suo zio, Ganga Zumbi diventa mocabo (leader) del Quilombo. Nel 1675 Zumbi si dimostra un grande organizzatore militare contro i portoghesi che, dopo una sanguinosa avanzano nel territorio del Quilombo. Dopo una ritirata di cinque mesi l’esercito degli ex-schiavi contrattacca ed obbliga i portoghesi a ritirarsi a Recife. Zumbi è uno dei capi principali dell’esercito nero, ha vent’anni. Nel corso della lotta di assiste alla nascita di nuovi quilombos, detti mocambo (città), insediamenti protetti da muri di palizzate. Il mocambo principale era nella Serra da Barriga, detto Cerca do Macao, ma sorsero anche Sucupira, Tabocas, Zumbi, Osegna Acotirene, Dambrapanga, Sabalangà, Andalaquituche, ecc. ed altre città ciascuna delle quali comprendeva intorno agli 8000 abitanti.
Tutte queste città di ex schiavi erano federate ed interdipendenti, rette da una forma di comunismo primitivo. Palmares si estendeva dal confine sinistro di São Francisco fino al capo di São Agostinho, era una repubblica con una rete di undici città (mocambos). Nel 1678, il governatore della Capitania de Pernambuco, stanco del lungo conflitto col Quilombo de Palmares, si riappacificò col leader Ganga Zumba. Fu offerta la libertà a tutti gli schiavi fuggitivi a condizione che il quilombo si sottomettesse all'autorità della corona Portoghese; la proposta fu accettata. Zumbi era contrario ad accettare l'offerta di libertà per le persone del quilombo finché gli altri neri del Brasile fossero rimasti schiavi. Rifiutò la proposta e continuò la lotta contro lo schiavismo, spodestando Ganga Zumba, divenendo il nuovo leader del Quilombo di Palmares. Il Quilombo continuò ad esistere per altri 15 anni, divenendo la meta di tutti gli schiavi evasi del Brasile. La speranza di raggiungere il Quilombo e la libertà, alimentava evasioni sempre più massicce. Nel Quilombo venne ripristinata la religione originaria dei popoli africani, il Candomblè, il culto degli orixas, rifiutando il credo dei colonialisti.

Il danno per l’impero portoghese era immenso e grande era il rischio che l’esistenza del Quilombo alimentasse la fine della schiavitù in tutti i paesi che la praticavano. Inoltre il fatto che una intera popolazione vivesse in repubblica e senza un regime di proprietà privata rendeva inquiete le classi dominati, e la Chiesa portoghese, la più retriva ed oppressiva, faceva pressioni affinché si mettesse fine ad una “repubblica di pagani”. Dopo 15 anni di leadership di Zumbi, fu ordinato al bandeirante di San Paulo, Domingos Jorge Velho, di invadere il Quilombo ed il 6 febbraio del 1694 la capitale di Palmares, Macaco, fu distrutta e Zumbi ferito. L’esercito portoghese, formato in maggioranza da mercenari ed ex detenuti e benedetto dalla Chiesa, disponeva di navi, cannoni, armi da fuoco ed aveva l’ordine di non fare prigionieri. Non vi fu pietà per nessuno: anziani, donne bambini furono fucilati nel mucchio o finiti a colpi di pugnale. Zumbi fu infine catturato in un'imboscata nella Serra dos Irmãos ("foresta dei fratelli"); pugnalato, resistette, ma fu giustiziato insieme ad altri 20 guerrieri due anni dopo nella battaglia tenutasi il 20 novembre 1695. La sua testa fu tagliata e staccata ed il suo pene inserito nella bocca. A Recife la testa fu esposta in una piazza pubblica (Praça do Carmo) per impaurire gli schiavi e smentire la leggenda secondo cui Zumbi fosse immortale. Il 14 marzo 1696 il governatore di Pernambuco Caetano de Melo e Castro scrisse al re del Portogallo: "Ho chiesto che fosse esposta la sua testa nel posto più in vista di questa piazza per impaurire i neri che per superstizione ritengono Zumbi immortale."

Nell'immaginario collettivo Zumbi divenne lo Spartaco dei popoli neri: nel 1995 la data della sua morte fu adottata come giorno della Coscienza Negra. Zumbi viene ricordato nella musica popolare brasiliana: Jorge Ben Jor gli ha dedicato musica e versi di incredibile bellezza e Caetano Veloso lo ha citato nei versi finali del suo "Sampa".
Lucio Garofalo

Fonte

Zumbi, lo Spartaco nero :: Il pane e le rose - classe capitale e partito:



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NAPOLI Intervista ad Alessandro sull'aggressione fascista al Rione Alto