sabato 26 novembre 2016

Fidel Castro è morto


L’annuncio del fratello Raul alla televisione cubana: E’ morto il comandante in capo della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruiz. Un articolo di bilancio di Antonio Moscato
È morto a L’Avana Fidel Castro. Il «lider maximo» aveva 90 anni. Lo ha annunciato il fratello Raul, parlando alla Tv di Stato di Cuba. «Il 25 novembre alle 10.29 di sera è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz – ha detto Raul, che dal 2008 era succeduto al fratello, molto malato, alla guida del Paese -. In base alla volontà espressa del compagno Fidel, i suoi resti saranno cremati i suoi resti. Nelle prime ore del mattino di sabato 26 il comitato organizzatore del funerale fornirà alla nostra gente informazioni dettagliate sull’organizzazione per l’omaggio che sarà tributato al fondatore della Rivoluzione cubana». Raul Castro ha concluso l’annuncio con la frase simbolo della rivoluzione cubana «Hasta la victoria siempre!» («Fino alla vittoria sempre»).
di Antonio Moscato
Fidel Castro l’uomo che ha retto per oltre sessant’anni sulla scena mondiale vedendo succedersi undici dei presidenti degli Stati Uniti, che avevano promesso di cancellare la rivoluzione cubana, ha chiuso la sua lunga e straordinaria vita, meno di un mese dopo la vittoria di Donald Trump, che ha sconfitto non solo Hillary Clinton ma anche il suo mentore Barack Obama, che aveva dovuto ammettere l’inutilità dell’embargo ma non aveva voluto o saputo eliminarlo.
Fidel Castro è stato venerato sinceramente dalla maggioranza dei cubani, ma anche considerato da altri responsabile di tutti i problemi dell’isola, anche di quelli ricevuti in eredità dalla dominazione spagnola, dal neocolonialismo statunitense, dall’influenza dell’URSS. In ogni caso è stato indubbiamente un grande trascinatore. Guevara, anche nel momento in cui stava lasciando Cuba, aveva ribadito la sua grande ammirazione per lui, rispetto al quale si era collocato sempre in una posizione di discepolo. Eppure la sua cultura politica ed economica era molto più rigorosa e sistematica di quella di Fidel.
Anche nei decenni successivi alla morte di Guevara su diverse questioni di fondo Castro ha dimostrato comunque capacità notevoli, che hanno permesso di superare scogli pericolosi. Ha ad esempio mantenuto una relativa ma sostanziale autonomia dall’URSS perfino negli anni in cui ai critici ostili e prevenuti sembrava diventato un vero e proprio fantoccio di Mosca. In realtà per un lungo periodo Castro è stato sottoposto a una fortissima pressione esterna (con la frequente minaccia sovietica di una riduzione delle forniture indispensabili per aggirare il bloqueo) ma anche interna allo stesso partito cubano, in cui – soprattutto dopo il catastrofico fallimento della grande zafra del 1970 – fu costretto ad accettare un notevole ridimensionamento del suo ruolo, che continuava ad essere esaltato formalmente, ma era condizionato dall’obbligo di una preventiva approvazione “collegiale” dei suoi discorsi.
Nonostante questi condizionamenti, Fidel Castro fu capace di staccarsi dall’URSS tre o quattro anni prima del suo crollo, sia sul piano ideologico con la campagna directificación de errores, che si contrapponeva polemicamente alla perestrojka, sia preparandosi ad affrontare quello che fu definito il “periodo speciale in tempo di pace”, accumulando scorte di combustibile e studiando varie forme di risparmio energetico per sopravvivere all’eventualità di quel taglio quasi totale delle forniture di petrolio e di altri prodotti strategici da parte dell’URSS e dei paesi del Comecon che effettivamente vi fu, in forma particolarmente acuta tra il 1989 e il 1994.
Riuscì così a salvare il suo paese, nonostante l’embargo statunitense si fosse aggravato proprio dopo il crollo dell’URSS (cosa che dimostrava quanto fosse stato falso il pretesto addotto dagli USA per giustificare il blocco). Basta pensare comunque alla sorte penosa della maggior parte dei partiti comunisti filosovietici, compreso quello italiano, dopo il tracollo dell’URSS, per capire l’importanza della capacità di resistenza della piccola Cuba.
Il sostanziale consenso di cui Fidel Castro ha goduto e continua a godere a Cuba anche dopo aver lasciato per malattia le leve di comando, appare comunque incomprensibile a chi dimentica che per i cubani egli è stato prima di tutto un eroe dell’indipendenza nazionale, capace di sfidare prima gli Stati Uniti, poi l’URSS in diverse occasioni, dalla crisi dei missili ai due casi Escalante, dalle numerose polemiche sulle dubbie relazioni sovietiche con dittature latinoamericane, fino al tempestivo sganciamento finale.
E la sfida agli Stati Uniti non è stata una questione da poco: contrariamente alla versione di Washington, l’ostilità statunitense cominciò non solo prima di qualsiasi contatto di Castro e Guevara con l’URSS ma anche quando nessuna proprietà USA era stata ancora toccata. Molti celebri giornalisti italiani continuano a ripetere la leggenda di una rivoluzione pilotata dall’URSS, dimenticando che perfino i rapporti diplomatici tra Mosca e l’Avana furono ristabiliti solo nel maggio 1960, un anno e mezzo dopo la vittoria dei barbudos, e che a maggior ragione non c’era stato fino a quel momento nessuno scambio economico.
Anche la sfida a Batista non era stata cosa da poco. Anche se l’assalto alla Caserma Moncada era stato mal preparato, agli occhi di varie generazioni di cubani quell’impresa era apparsa un gesto di coraggio non comune, e gli errori dei giovani rivoluzionari erano passati in secondo piano di fronte al loro coraggio nello sfidare un dittatore sanguinario, che per giunta consolidò subito la sua fama facendo uccidere atrocemente quasi tutti gli insorti caduti nelle sue mani.
La tenacia nel trasformare una sconfitta militare in successo politico, preannunciando orgogliosamente nuovi tentativi di abbattere il tiranno, fin dalla famosa autodifesa in Tribunale più volte ripubblicata col titolo La storia mi assolverà, creò la premessa per una popolarità nazionale che permise a Fidel di non soccombere a un’altra impresa ugualmente mal preparata, la spedizione del Granma, caratterizzata da una notevole improvvisazione, che aveva fatto rischiare una catastrofe definitiva. La popolarità di quel giovane avvocato che aveva osato sfidare Batista gli aveva assicurato subito una rete di protezione da parte dei primi contadini incontrati sulle pendici della Sierra Maestra. Così poco più di una dozzina di sopravvissuti avevano continuato senza esitare in un’impresa che sembrava impossibile contro un esercito di 50.000 soldati, riforniti costantemente dalla base USA di Guantanamo. È questo il grande merito di Fidel riconosciuto da Guevara, e ancor oggi da molte generazioni di cubani: il rifiuto di ogni rassegnazione all’ineluttabilità dell’esistente, la capacità di lottare controcorrente per creare le condizioni che ancora non sono mature.
Quello sbarco quasi catastrofico si era presto rivelato una forzatura necessaria: aveva suscitato entusiasmo nelle città, disorientamento nelle forze batistiane, che avevano inizialmente dati per morti Fidel Castro e “il medico comunista Ernesto Guevara”. I primi sopravvissuti erano riusciti a superare la prima fase difficilissima perché, se la preparazione tecnica e militare era del tutto inadeguata, quella politica si basava su un’analisi corretta delle contraddizioni del paese e su un minimo di organizzazione precedente della popolazione della zona. Non si chiamava “partito”, ma il movimento 26 luglio (che aveva preso il nome dalla data dell’assalto al Moncada) ne svolgeva di fatto le funzioni nella “pianura” e a Santiago. Per questo i guerriglieri hanno potuto reggere ad attacchi condotti da forze militari enormemente superiori, dotate di aerei e mezzi corazzati.
Quando Fidel arriverà all’Avana, una settimana dopo Guevara e Camilo Cienfuegos, una colomba bianca si poserà sulla sua spalla: una conferma che gli dei del panteon afrocubano lo proteggevano. Popolarmente verrà chiamato Caballo: simbolo di forza e sinonimo di numero 1 nella cabala.
* * *
Fidel Castro era nato il 13 agosto del 1926 a Birán, nella provincia cubana di Oriente. Il padre, immigrato dalla Spagna, era diventato abbastanza benestante (aveva circa diecimila ettari), pur rimanendo a lungo analfabeta e sempre un po’ “padre padrone”. L’ambiente di formazione iniziale, a contatto con la natura, era durato molto poco, perché la madre aveva incoraggiato il suo trasferimento nel capoluogo della provincia, Santiago, per studiare dapprima privatamente e poi in un collegio salesiano. Più volte richiamato per indisciplina, aveva poi ottenuto nel 1939 l’iscrizione a un istituto tenuto dai gesuiti a Santiago, per passare nel 1942 al prestigioso collegio Belén, sempre dei gesuiti, all’Avana.
I biografi concordano nel segnalare che già in quegli anni eccelle in diversi sport, e si fa notare anche per i risultati nello studio. Quando Fidel arriva all’Università, dove si iscrive a Giurisprudenza, emerge come dirigente studentesco. Ma guarda anche fuori dell’isola. Nel 1948 si era trovato a Bogotà per un convegno studentesco internazionale che non si poté tenere perché esplose una violentissima protesta popolare, con migliaia di morti, in risposta all’uccisione del leader della sinistra colombiana Jorge Eliecer Gaitán. Fidel fu descritto su vari giornali colombiani e cubani come il vero organizzatore del “Bogotazo”, che era stata invece un’insurrezione assolutamente spontanea, in risposta a un crimine che avviò la lunga stagione della violencia in Colombia. In ogni caso, quell’episodio gli diede una notevole popolarità nell’università, e una spinta ulteriore a un impegno politico.
Fidel Castro tendeva sempre a retrodatare la sua formazione marxista e il suo orientamento comunista, ma non a caso, quando aveva deciso di entrare in politica nel 1947, aveva scelto di iscriversi a una formazione nazionalista vagamente di sinistra, il partito rivoluzionario “ortodosso”, guidato da Eddy Chibás, in cui si era fatto rapidamente strada. Nel 1951 Chibás, che era considerato sicuro vincitore delle elezioni presidenziali dell’anno successivo, si era suicidato in diretta durante una trasmissione radiofonica, per non essere riuscito a fornire prove indiscutibili della corruzione di un ministro, di cui era certo, senza poter però rivelare le sue fonti. Fidel Castro non era il numero due di Chibás, ma certo potè beneficiare dei riflessi di una popolarità grandissima del suicida. Comunque le elezioni non si tennero, per il colpo di Stato di Batista, e Fidel assunse il ruolo di continuatore di Chibás, che aveva come simbolo elettorale una scopa, e denunciò il dittatore alla corte suprema, chiedendo che lo condannasse a un secolo di reclusione. Naturalmente la corte rispose che non era suo compito, e Castro decise di far cadere Batista con una insurrezione popolare. Fu allora che Castro cominciò a pensare a preparla con un gesto clamoroso, come l’assalto al Cuartel Moncada. Intanto, subito dopo la laurea, aveva cominciato a presentarsi come una specie di “avvocato dei poveri”.
Nelle sue ricostruzioni recenti degli anni universitari e dei due anni che intercorrono tra la laurea e la clamorosa entrata in politica con la sfida al colpo di Stato di Batista, Fidel ha sempre insistito nel presentarsi già allora come “marxista-leninista”, e nell’amplificare la portata dei suoi studi marxisti. Ma in tutti i suoi scritti di quegli anni, anche a non credere alle sue frequenti proclamazioni di “non comunismo” ribadite durante la guerriglia e poi per almeno un anno dopo la vittoria, e che potrebbero essere state “tattiche” come lui sostiene (cioè fatte “per non spaventare i cubani”…), non ci sono molte tracce di un linguaggio e di un programma marxista. Ma evidentemente sapeva però ascoltare e interpretare i sentimenti e le aspirazioni delle masse.
Il problema maggiore di Fidel era l’economia: il volontarismo che era servito a tentare l’impossibile sfidando Batista, non funzionava altrettanto per organizzare Cuba. Bastano alcuni esempi: la cosiddetta “offensiva rivoluzionaria” del 1968, e soprattutto le ripetute chiusure dei mercati contadini per ragioni ideologiche. Per anni le vendite clandestine (non percepite dalla popolazione come un crimine) hanno consolidato la loro linea sotterranea di distribuzione, e il risultato peggiore è stato che, vietando tutto, è stato permesso o tollerato tutto. Le vendite dirette di prodotti da parte dei piccoli contadini sono state in sostanza messe sullo stesso piano di illegalità delle ben più gravi sottrazioni di prodotti statali venduti di contrabbando da lavoratori e soprattutto direttori di negozi e imprese (analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’Unione sovietica e i paesi affini negli ultimi decenni della loro esistenza).
Forte di un appoggio popolare indiscusso, Fidel Castro ha concentrato nelle sue mani un potere immenso, ma dopo la morte del Che e della sua compagna Celia Sánchez, lo ha gestito in solitudine. Ha “allevato” giovani collaboratori, ma li ha sostituiti bruscamente appena li ha visti troppo autonomi: Carlos Aldana, Roberto Robaina, Felipe Pérez Roque, Carlos Lage Dávila, José Luis Rodríguez García e tanti altri ministri. D’altra parte aveva la convinzione di doversi occuparepersonalmente di tutto, dal colore dei taxi dell’Avana alla costruzione di infrastrutture per il turismo.
La visita del papa Giovanni Paolo II ha rappresentato un trionfo su chi aspettava il crollo di Cuba, ma a lunga scadenza la Chiesa ha ottenuto di più, e si è visto quando è arrivato Benedetto XVI, che ha trovato un terreno più fertile, e si è mosso con arroganza. Il nuovo presidente, Raúl, è più debole e ha bisogno del sostegno della gerarchia cattolica: deve pagare quindi un prezzo maggiore, accettando che essa svolga un ruolo di opposizione di fatto, moderata ma autonoma. Con Francesco è apparso più chiaro il ruolo aperto di mediazione della Chiesa, ormai rafforzata, nelle trattative tra il governo cubano e l’amministrazione degli Stati Uniti.
Papa Benedetto XVI e Francesco hanno reso comunque omaggio a Fidel, che ormai dopo la malattia era solo un privato cittadino, anche se circondato da un grande amore popolare. D’altra parte in ogni occasione di visite di lavoro a Cuba, non mancavano di visitare Fidel tutti i leader latinoamericani, non solo i “radicali” Chávez o Morales, ma anche i moderati Lula o Kirchner.
Negli ultimi anni Fidel Castro, appena rimessosi dalla fase più acuta del suo male, ha ripreso a scrivere le sue “Riflessioni”, a volte brevi come un epigramma, a volte lunghe come un saggio, spesso discutibili. Ma nessuno aveva osato limitare la sua libertà di comunicare ai cubani il suo pensiero, tanto grande era l’eco del suo grande prestigio storico, e la differenza tra il suo carisma e quello dello scialbo successore.
Di fronte alla minaccia rappresentata dall’elezione di Trump, Raúl Castro ha annunciato grandi manovre militari. Tuttavia, nonostante il relativo isolamento per i bruschi cambi di governo in Argentina e Brasile e le difficoltà di quello del Venezuela, la difesa dell’isola sarà più facile se ritroverà le caratteristiche originali che avevano permesso il trionfo della rivoluzione, e l’avevano trasformata per molti anni in un punto di riferimento non solo nel continente americano, mentre l’imperialismo statunitense aveva dovuto rinunciare ai tentativi di aperta riconquista. E sarà più facile farlo richiamandosi al ruolo che nel primo decennio dopo la vittoria ebbero, insieme, Fidel Castro e Che Guevara.

da Movimento Operaio, il blog di Antonio Moscato

lunedì 21 novembre 2016

Pomodoro/Basilicata: si chiude la stagione tra lavoro grigio e caporalato

 Da agosto a ottobre 2016, il team Terragiusta di Medici per i Diritti Umani (MEDU), in collaborazione con Arci Iqbal Masih di Venosa, ha operato in Basilicata, nell’area del Vulture-Alto Bradano, in numerosi insediamenti informali ubicati nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilone. Con una clinica mobile, il team ha prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a circa 200 migranti provenienti per la gran parte dall’Africa sub sahariana occidentale. La quasi totalità dei braccianti visitati (90%) dichiara di essere stato assunto regolarmente, ma allo stesso tempo molti lavoratori lamentano di aver ricevuto solo la comunicazione dell’avvenuta assunzione senza aver mai firmato un contratto di lavoro e per quanto concerne l’intermediazione di manodopera, il 70% dei braccianti intervistati ha dichiarato di lavorare per conto di un caporale. Nonostante l’apertura di due centri di accoglienza a Palazzo San Gervasio e a Venosa, MEDU stima che anche quest’anno circa 1000 lavoratori stranieri abbiano trovato rifugio in case abbandonate, baracche e tende nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilone, costituitesi dopo lo sgombero del cosiddetto “ghetto” di Boreano (noi ne avevamo parlato in particolare qui e qui). Si tratta di edifici fatiscenti, dislocati in luoghi isolati e privi di acqua, luce e servizi igienici. Per il terzo anno quindi i centri hanno funzionato da semplici dormitori, peraltro con standard insufficienti, invece di assolvere alla funzione per la quale erano stati concepiti, quella cioè di offrire servizi a tutela dei lavoratori e di agevolare l’incontro tra questi e i datori di lavoro. La Basilicata ha rappresentato nel corso degli ultimi anni, e in particolare a partire dal 2014, un laboratorio di pratiche volte al superamento dell’illegalità e dello sfruttamento lavorativo in agricoltura. Molti dei provvedimenti adottati, seppur virtuosi nell’intento, si sono dimostrati però solo parzialmente efficaci, rappresentando l’avvio di un percorso e non la soluzione al problema.
Clicca qui per leggere tutto il report di Medici per i diritti umani (Medu)
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/pomodorobasilicata-si-chiude-la-stagione-lavoro-grigio-caporalato/

Una questione di umanità

 Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa a seguito dell’ennesimo sgombero dell’accampamento che tentava di dare accoglienza ai migranti transitanti di Roma. E’ da tempo che seguiamo la vicenda del Baobab (ne abbiamo parlato, in particolare, qui e qui), e come Lunaria, cosi come tutte le altre realtà firmatarie di questo comunicato, non possiamo esimerci dall’esprimere la nostra solidarietà ai migranti transitanti ed ai volontari e alle volontarie del Baobab, e non possiamo esimerci dal chiedere la fine degli sgomberi e la rapida predisposizione di una soluzione che possa garantire una accoglienza degna.

UNA QUESTIONE DI UMANITA’: Solidarietà ai migranti transitanti e agli attivisti del Baobab
Mercoledì mattina è andato in scena l’ennesimo sgombero – il sesto in poco più di un mese e mezzo – dell’accampamento informale organizzato dai volontari del Baobab per tentare di dare accoglienza ai migranti transitanti della Capitale. La gravità della violenza di mercoledì mattina è accresciuta dal fatto che dalle forze dell’ordine è stato intimato agli attivisti che “se si azzardano a montare nuove tende, verranno sgomberati ogni giorno”.
Come se non bastasse gli effetti personali dei migranti sono stati, per l’ennesima volta, gettati nella spazzatura insieme alle donazioni fatte dalla cittadinanza. Inoltre, a causa della presenza di un gazebo, è partita una ridicola e vessatoria denuncia per occupazione di suolo pubblico.
Giovedì, invece, piazzale Spadolini è stato recintato, adducendo come giustificazione la necessità di compiere dei lavori di ristrutturazione. Ricordiamo che poco più di una settimana fa è stato murato l’accesso al parcheggio coperto sul lato Est della Tiburtina, da tempo inutilizzato ed usato dai migranti per ripararsi dal freddo. In seguito, dopo uno sgombero a Piazzale Spadolini, si era ricreato un accampamento informale davanti all’Hotel Africa ma, anche questo, nell’arco di ventiquattro ore è stato smantellato. Inoltre, questa mattina, dei blindati sono tornati a Piazzale Spadolini per impedire la ricostituzione di un presidio di solidarietà, mettendo in fuga i migranti lì presenti.
Si tratta del quarto intervento delle forze dell’ordine in circa dieci giorni. Siamo davanti ad un accanimento che colpisce per violenza e gratuità.
Intanto stanotte centinaia di migranti, venuti da viaggi in cui hanno perso amici e familiari, dormiranno sotto la pioggia, esposti al freddo autunnale, con vestiti inadeguati e avendo come unico presidio sanitario quello organizzato da Medici per i diritti umani.
Proprio poco giorni fa Medu ha evidenziato come “con il freddo in aumento, centinaia di migranti in transito, tra cui molti minori, dormono in questi giorni all’addiaccio, sui marciapiedi, sull’asfalto, sotto i cavalcavia, in condizioni di gravissima precarietà con rischi per la loro sicurezza e per la salute”.
E’ evidente come il problema dei transitanti in questa città non possa essere delegato alla polizia né essere affrontato come una mera questione di ordine pubblico.
Il Campidoglio e la Regione Lazio devono assumersi le responsabilità politiche di questa situazione, garantendo e predisponendo una accoglienza dignitosa. Nel frattempo troviamo assurdo che si utilizzi un atteggiamento repressivo verso chi, come gli attivisti del Baobab, da mesi stanno solo cercando di sopperire alle mancanze della politica.
Non permettere  loro di dar vita a degli accampamenti informali significa condannare centinaia di transitanti a non avere alcun tipo di assistenza. Una situazione di fatto assurda. Non solo, infatti, le istituzioni non si fanno carico di questa problematica ma impediscono anche ai volontari di predisporre dei presidi umanitari.
Come organizzazioni sociali operanti nella città non possiamo esimerci dall’esprimere tutta la nostra solidarietà ai migranti transitanti ed ai volontari e alle volontarie del Baobab; non possiamo esimerci dal chiedere la fine degli sgomberi degli accampamenti informali organizzati dalla cittadinanza e la predisposizione, nel più breve tempo possibile, di una soluzione che possa garantire una accoglienza degna.
Arci Roma, Gli Asini rivista, Ass. culturale Laura Lombardo Radice, A Sud, Casetta Rossa, Cinecittà Bene Comune, Coordinamento Legale Migranti in transito: A Buon Diritto, Action Diritti, Consiglio Italia per i Rifugiati, Radicali Roma; Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, CSOA La Strada, Da Sud, Fiom Roma e Lazio, Flc Roma e Lazio, Link Roma, Lunaria, Medu, Rete Miseria Ladra –  promossa da Libera e Gruppo Abele.
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/una-questione-di-umanita/

Se la scuola non include: la discriminazione di Liang

di Fiorella Farinelli
Tutti a scuola, al più presto, con gli stessi diritti e doveri degli italiani.  Questi, in sintesi, i principi del nostro ordinamento sull’inclusione scolastica dei figli dell’immigrazione. Ma qualche volta non è così. A Roma, per esempio, un ragazzino cinese arrivato lo scorso marzo per “ricongiungimento” sta incappando da  settembre in una sfilza di no. Nessuna delle scuole medie cui i genitori si sono rivolti, nel suo quartiere come in altri, gli ha aperto le porte . Solo due  hanno risposto alla richiesta in modo formale, nessuna si è occupata di indirizzarlo altrove, tutte si sono trincerate dietro classi già piene. Un rifiuto illegittimo. Il fatto che Liang – chiamiamolo così – non sia stato iscritto nei tempi regolamentari (entro  febbraio 2016, quando non era ancora in Italia) non ha rilevanza, visto che per norma   “l’iscrizione a una scuola può essere richiesta in qualunque periodo dell’anno scolastico”. Come quasi tutti i “ricongiunti” che arrivano  da adolescenti, anche Liang di italiano non ne sa quasi niente, ma l’obbligo per la scuola di accettarne comunque l’iscrizione (consentendo solo, e con apposita motivazione, l’inserimento in classi inferiori all’età anagrafica) non è affatto insensata, si  sa che non c’è via migliore, per lo studente straniero che debba familiarizzarsi al più presto con la lingua del paese ospite, che impararla dai compagni di scuola. Negli scambi comunicativi che si sviluppano  da subito, in palestra, nei laboratori di tecnologia, nelle ore di musica, espressione artistica, geografia, e poi via via in tutto il resto. Venticinque anni di scuole sempre più multilingue  hanno spiegato come si fa. E però questa volta niente da fare. Non solo. Un rifiuto  è arrivato  anche da un Centro per l’istruzione degli adulti, una scuola pubblica specializzata in percorsi formativi per gli stranieri,  perché per iscriversi occorre avere  16 anni, e il ragazzino cinese,  alla soglia ormai dei 15, non può essere ammesso. Di qui l’extrema ratio di un corso di italiano per 14-15enni in una delle tante scuole romane del volontariato, in attesa di soluzioni più appropriate. Che però, a diverse settimane dall’inizio della vicenda, ancora non si materializzano, sebbene l’amministrazione scolastica sia al corrente di tutto. Bisogna, ancora una volta, ricorrere agli avvocati?
Di casi così non ce ne sono tanti ma neppure pochi, e sono probabilmente destinati a moltiplicarsi: sia per le caratteristiche dei nuovi flussi migratori che per le crescenti contrarietà dei genitori italiani a classi “troppo” piene di stranieri. Ma il peggio si può evitare. In Emilia Romagna, per esempio, le Questure, che sanno dei “ricongiunti” prima che arrivino, ne informano per tempo l’amministrazione scolastica in modo da facilitare una corretta programmazione dell’offerta. Mentre in Lombardia e Friuli si sono fatti  accordi per abbassare a 15 anni l’età di accesso alle scuole per adulti. E’ un’età difficile, quella dei 14-15enni,  per i ricongiunti  come per i minori non accompagnati (più di 23mila da gennaio 2016). Troppo grandi di età o troppo segnati dall’esperienza per accedere, quando le medie o le superiori li rifiutino, alle classi della primaria. E spesso troppo giovani, invece, per poter cogliere l’unica e preziosa opportunità offerta dai Centri dove si può  imparare la lingua, conseguire la licenza media, accedere a diplomi o qualificazioni professionali. Ma a Roma e nel Lazio si stenta, finora, a imparare da chi fa meglio, fino al punto da non turbarsi più che tanto se un ragazzino come Liang, pur tutelato dalla legge, resta fuori della porta.  Una cosa  tanto più assurda considerando che, con l’”accordo di integrazione” (2012) del ministro Maroni, l’evasione dall’obbligo di istruzione dei figli porta di filato alla perdita del permesso di soggiorno  dei genitori.
Si può obiettare  che si tratta di casi estremi, gli studenti stranieri  sono ormai più di 800mila (più del 55% nati qui), e sono numerose le scuole che si misurano con impegno  con plurilinguismo e multiculturalità. E’ anche nelle microcriticità però  che si rivela un sistema  connotato da processi di integrazione ancora troppo problematici. Qualche studioso la nostra integrazione scolastica l’ha definita non a caso  “basata sul ritardo”[1]. Sono i ritardi causati da inserimenti in classi inferiori all’età anagrafica – la scappatoia delle scuole incapaci di attivare laboratori linguistici – e sono quelli che poi si accumulano per bocciature e ripetenze. A 10 anni (scuola primaria, dove i nati in Italia  sono oltre il 70% ) sono quasi 1 su 5 gli stranieri in ritardo di un anno, e un altro 3% di due anni o più.  A 14 anni, in ritardo di un anno sono il 44%, di due anni il 13,5% di tre il 2,5%. A 18 anni, il ritardo schizza al 60%. Una patologia mortificante, che scoraggia dal proseguimento degli studi e che è  dovuta principalmente a inerzie e deficit professionali della scuola: perché anche quando l’italiano della comunicazione quotidiana c’è, a mancare sono spesso  gli strumenti linguistici per lo studio. E a cadere –  ad abbandonare prima del tempo finendo magari nel buco nero dei Neet , i giovani senza scuola e senza lavoro –  sono davvero tanti. Non è sensato questo spreco umano ed economico, non è per niente lungimirante. Tanto più che  gli studenti stranieri hanno di solito una marcia in più in termini di motivazione allo studio dato che attribuiscono alla scuola un ruolo decisivo di riscatto sociale, personale e familiare.
Gli studi che ogni anno si fanno sull’integrazione dei figli degli immigrati, pur rilevando  progressi e miglioramenti, continuano a mettere a fuoco criticità tanto consistenti quanto resistenti. Gli svantaggi in termini di partecipazione alle scuole per l’infanzia, l’emorragia di iscritti dopo la scuola media, l’addensarsi negli indirizzi della scuola superiore considerati di minor pregio e nei percorsi brevi di formazione professionale, i numeri bassissimi degli accessi all’università. E poi anche i guasti dovuti alla non attivazione di solidi e limpidi dispositivi di riconoscimento delle competenze o dei diplomi conseguiti nei paesi di provenienza. Mentre restano alti i rischi di estraneità culturale indotti da curricoli formativi ostinatamente italocentrici, pur nel profluvio delle indicazioni ministeriali sull’educazione all’intercultura. Lo specchio, insomma, di un paese che anche quando accoglie non è capace di integrare. Forse perché non vuole arrendersi all’evidenza del milione e mezzo di minori stranieri ad oggi residenti in Italia, e al loro essere parte ormai strutturale  dei “nostri” giovani (tanto più con l’andamento demografico che ci ritroviamo).
Ritardi, miopie, contrarietà che si riscontrano  anche altrove, a partire dall’iter disperatamente lungo del provvedimento legislativo che dovrebbe accelerare e agevolare l’accesso alla cittadinanza dei ragazzi che nati  o arrivati qui da bambini. Purché vadano a scuola regolarmente e purché concludano un ciclo di istruzione, dice il provvedimento approvato da un ramo del parlamento e fermo lì da mesi.
“Ius culturae”, appunto.
[1] Stefano Molina. Seconde generazioni e scuola italiana, in People First, Il capitale sociale e umano, S.I.P.I 2014

http://www.cronachediordinariorazzismo.org/la-scuola-non-include-la-discriminazione-liang/