Nessuno è come sembra, ma dobbiamo mantenere le apparenze per sopravvivere
sabato 26 novembre 2016
Fidel Castro è morto
L’annuncio del fratello Raul alla televisione cubana: E’ morto il comandante in capo della Rivoluzione cubana, Fidel Castro Ruiz. Un articolo di bilancio di Antonio Moscato
È morto a L’Avana Fidel Castro. Il «lider maximo» aveva 90 anni. Lo ha annunciato il fratello Raul, parlando alla Tv di Stato di Cuba. «Il 25 novembre alle 10.29 di sera è morto il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz – ha detto Raul, che dal 2008 era succeduto al fratello, molto malato, alla guida del Paese -. In base alla volontà espressa del compagno Fidel, i suoi resti saranno cremati i suoi resti. Nelle prime ore del mattino di sabato 26 il comitato organizzatore del funerale fornirà alla nostra gente informazioni dettagliate sull’organizzazione per l’omaggio che sarà tributato al fondatore della Rivoluzione cubana». Raul Castro ha concluso l’annuncio con la frase simbolo della rivoluzione cubana «Hasta la victoria siempre!» («Fino alla vittoria sempre»).
di Antonio Moscato
Fidel Castro l’uomo che ha retto per oltre sessant’anni sulla scena mondiale vedendo succedersi undici dei presidenti degli Stati Uniti, che avevano promesso di cancellare la rivoluzione cubana, ha chiuso la sua lunga e straordinaria vita, meno di un mese dopo la vittoria di Donald Trump, che ha sconfitto non solo Hillary Clinton ma anche il suo mentore Barack Obama, che aveva dovuto ammettere l’inutilità dell’embargo ma non aveva voluto o saputo eliminarlo.
Fidel Castro è stato venerato sinceramente dalla maggioranza dei cubani, ma anche considerato da altri responsabile di tutti i problemi dell’isola, anche di quelli ricevuti in eredità dalla dominazione spagnola, dal neocolonialismo statunitense, dall’influenza dell’URSS. In ogni caso è stato indubbiamente un grande trascinatore. Guevara, anche nel momento in cui stava lasciando Cuba, aveva ribadito la sua grande ammirazione per lui, rispetto al quale si era collocato sempre in una posizione di discepolo. Eppure la sua cultura politica ed economica era molto più rigorosa e sistematica di quella di Fidel.
Anche nei decenni successivi alla morte di Guevara su diverse questioni di fondo Castro ha dimostrato comunque capacità notevoli, che hanno permesso di superare scogli pericolosi. Ha ad esempio mantenuto una relativa ma sostanziale autonomia dall’URSS perfino negli anni in cui ai critici ostili e prevenuti sembrava diventato un vero e proprio fantoccio di Mosca. In realtà per un lungo periodo Castro è stato sottoposto a una fortissima pressione esterna (con la frequente minaccia sovietica di una riduzione delle forniture indispensabili per aggirare il bloqueo) ma anche interna allo stesso partito cubano, in cui – soprattutto dopo il catastrofico fallimento della grande zafra del 1970 – fu costretto ad accettare un notevole ridimensionamento del suo ruolo, che continuava ad essere esaltato formalmente, ma era condizionato dall’obbligo di una preventiva approvazione “collegiale” dei suoi discorsi.
Nonostante questi condizionamenti, Fidel Castro fu capace di staccarsi dall’URSS tre o quattro anni prima del suo crollo, sia sul piano ideologico con la campagna directificación de errores, che si contrapponeva polemicamente alla perestrojka, sia preparandosi ad affrontare quello che fu definito il “periodo speciale in tempo di pace”, accumulando scorte di combustibile e studiando varie forme di risparmio energetico per sopravvivere all’eventualità di quel taglio quasi totale delle forniture di petrolio e di altri prodotti strategici da parte dell’URSS e dei paesi del Comecon che effettivamente vi fu, in forma particolarmente acuta tra il 1989 e il 1994.
Riuscì così a salvare il suo paese, nonostante l’embargo statunitense si fosse aggravato proprio dopo il crollo dell’URSS (cosa che dimostrava quanto fosse stato falso il pretesto addotto dagli USA per giustificare il blocco). Basta pensare comunque alla sorte penosa della maggior parte dei partiti comunisti filosovietici, compreso quello italiano, dopo il tracollo dell’URSS, per capire l’importanza della capacità di resistenza della piccola Cuba.
Il sostanziale consenso di cui Fidel Castro ha goduto e continua a godere a Cuba anche dopo aver lasciato per malattia le leve di comando, appare comunque incomprensibile a chi dimentica che per i cubani egli è stato prima di tutto un eroe dell’indipendenza nazionale, capace di sfidare prima gli Stati Uniti, poi l’URSS in diverse occasioni, dalla crisi dei missili ai due casi Escalante, dalle numerose polemiche sulle dubbie relazioni sovietiche con dittature latinoamericane, fino al tempestivo sganciamento finale.
E la sfida agli Stati Uniti non è stata una questione da poco: contrariamente alla versione di Washington, l’ostilità statunitense cominciò non solo prima di qualsiasi contatto di Castro e Guevara con l’URSS ma anche quando nessuna proprietà USA era stata ancora toccata. Molti celebri giornalisti italiani continuano a ripetere la leggenda di una rivoluzione pilotata dall’URSS, dimenticando che perfino i rapporti diplomatici tra Mosca e l’Avana furono ristabiliti solo nel maggio 1960, un anno e mezzo dopo la vittoria dei barbudos, e che a maggior ragione non c’era stato fino a quel momento nessuno scambio economico.
Anche la sfida a Batista non era stata cosa da poco. Anche se l’assalto alla Caserma Moncada era stato mal preparato, agli occhi di varie generazioni di cubani quell’impresa era apparsa un gesto di coraggio non comune, e gli errori dei giovani rivoluzionari erano passati in secondo piano di fronte al loro coraggio nello sfidare un dittatore sanguinario, che per giunta consolidò subito la sua fama facendo uccidere atrocemente quasi tutti gli insorti caduti nelle sue mani.
La tenacia nel trasformare una sconfitta militare in successo politico, preannunciando orgogliosamente nuovi tentativi di abbattere il tiranno, fin dalla famosa autodifesa in Tribunale più volte ripubblicata col titolo La storia mi assolverà, creò la premessa per una popolarità nazionale che permise a Fidel di non soccombere a un’altra impresa ugualmente mal preparata, la spedizione del Granma, caratterizzata da una notevole improvvisazione, che aveva fatto rischiare una catastrofe definitiva. La popolarità di quel giovane avvocato che aveva osato sfidare Batista gli aveva assicurato subito una rete di protezione da parte dei primi contadini incontrati sulle pendici della Sierra Maestra. Così poco più di una dozzina di sopravvissuti avevano continuato senza esitare in un’impresa che sembrava impossibile contro un esercito di 50.000 soldati, riforniti costantemente dalla base USA di Guantanamo. È questo il grande merito di Fidel riconosciuto da Guevara, e ancor oggi da molte generazioni di cubani: il rifiuto di ogni rassegnazione all’ineluttabilità dell’esistente, la capacità di lottare controcorrente per creare le condizioni che ancora non sono mature.
Quello sbarco quasi catastrofico si era presto rivelato una forzatura necessaria: aveva suscitato entusiasmo nelle città, disorientamento nelle forze batistiane, che avevano inizialmente dati per morti Fidel Castro e “il medico comunista Ernesto Guevara”. I primi sopravvissuti erano riusciti a superare la prima fase difficilissima perché, se la preparazione tecnica e militare era del tutto inadeguata, quella politica si basava su un’analisi corretta delle contraddizioni del paese e su un minimo di organizzazione precedente della popolazione della zona. Non si chiamava “partito”, ma il movimento 26 luglio (che aveva preso il nome dalla data dell’assalto al Moncada) ne svolgeva di fatto le funzioni nella “pianura” e a Santiago. Per questo i guerriglieri hanno potuto reggere ad attacchi condotti da forze militari enormemente superiori, dotate di aerei e mezzi corazzati.
Quando Fidel arriverà all’Avana, una settimana dopo Guevara e Camilo Cienfuegos, una colomba bianca si poserà sulla sua spalla: una conferma che gli dei del panteon afrocubano lo proteggevano. Popolarmente verrà chiamato Caballo: simbolo di forza e sinonimo di numero 1 nella cabala.
* * *
Fidel Castro era nato il 13 agosto del 1926 a Birán, nella provincia cubana di Oriente. Il padre, immigrato dalla Spagna, era diventato abbastanza benestante (aveva circa diecimila ettari), pur rimanendo a lungo analfabeta e sempre un po’ “padre padrone”. L’ambiente di formazione iniziale, a contatto con la natura, era durato molto poco, perché la madre aveva incoraggiato il suo trasferimento nel capoluogo della provincia, Santiago, per studiare dapprima privatamente e poi in un collegio salesiano. Più volte richiamato per indisciplina, aveva poi ottenuto nel 1939 l’iscrizione a un istituto tenuto dai gesuiti a Santiago, per passare nel 1942 al prestigioso collegio Belén, sempre dei gesuiti, all’Avana.
I biografi concordano nel segnalare che già in quegli anni eccelle in diversi sport, e si fa notare anche per i risultati nello studio. Quando Fidel arriva all’Università, dove si iscrive a Giurisprudenza, emerge come dirigente studentesco. Ma guarda anche fuori dell’isola. Nel 1948 si era trovato a Bogotà per un convegno studentesco internazionale che non si poté tenere perché esplose una violentissima protesta popolare, con migliaia di morti, in risposta all’uccisione del leader della sinistra colombiana Jorge Eliecer Gaitán. Fidel fu descritto su vari giornali colombiani e cubani come il vero organizzatore del “Bogotazo”, che era stata invece un’insurrezione assolutamente spontanea, in risposta a un crimine che avviò la lunga stagione della violencia in Colombia. In ogni caso, quell’episodio gli diede una notevole popolarità nell’università, e una spinta ulteriore a un impegno politico.
Fidel Castro tendeva sempre a retrodatare la sua formazione marxista e il suo orientamento comunista, ma non a caso, quando aveva deciso di entrare in politica nel 1947, aveva scelto di iscriversi a una formazione nazionalista vagamente di sinistra, il partito rivoluzionario “ortodosso”, guidato da Eddy Chibás, in cui si era fatto rapidamente strada. Nel 1951 Chibás, che era considerato sicuro vincitore delle elezioni presidenziali dell’anno successivo, si era suicidato in diretta durante una trasmissione radiofonica, per non essere riuscito a fornire prove indiscutibili della corruzione di un ministro, di cui era certo, senza poter però rivelare le sue fonti. Fidel Castro non era il numero due di Chibás, ma certo potè beneficiare dei riflessi di una popolarità grandissima del suicida. Comunque le elezioni non si tennero, per il colpo di Stato di Batista, e Fidel assunse il ruolo di continuatore di Chibás, che aveva come simbolo elettorale una scopa, e denunciò il dittatore alla corte suprema, chiedendo che lo condannasse a un secolo di reclusione. Naturalmente la corte rispose che non era suo compito, e Castro decise di far cadere Batista con una insurrezione popolare. Fu allora che Castro cominciò a pensare a preparla con un gesto clamoroso, come l’assalto al Cuartel Moncada. Intanto, subito dopo la laurea, aveva cominciato a presentarsi come una specie di “avvocato dei poveri”.
Nelle sue ricostruzioni recenti degli anni universitari e dei due anni che intercorrono tra la laurea e la clamorosa entrata in politica con la sfida al colpo di Stato di Batista, Fidel ha sempre insistito nel presentarsi già allora come “marxista-leninista”, e nell’amplificare la portata dei suoi studi marxisti. Ma in tutti i suoi scritti di quegli anni, anche a non credere alle sue frequenti proclamazioni di “non comunismo” ribadite durante la guerriglia e poi per almeno un anno dopo la vittoria, e che potrebbero essere state “tattiche” come lui sostiene (cioè fatte “per non spaventare i cubani”…), non ci sono molte tracce di un linguaggio e di un programma marxista. Ma evidentemente sapeva però ascoltare e interpretare i sentimenti e le aspirazioni delle masse.
Il problema maggiore di Fidel era l’economia: il volontarismo che era servito a tentare l’impossibile sfidando Batista, non funzionava altrettanto per organizzare Cuba. Bastano alcuni esempi: la cosiddetta “offensiva rivoluzionaria” del 1968, e soprattutto le ripetute chiusure dei mercati contadini per ragioni ideologiche. Per anni le vendite clandestine (non percepite dalla popolazione come un crimine) hanno consolidato la loro linea sotterranea di distribuzione, e il risultato peggiore è stato che, vietando tutto, è stato permesso o tollerato tutto. Le vendite dirette di prodotti da parte dei piccoli contadini sono state in sostanza messe sullo stesso piano di illegalità delle ben più gravi sottrazioni di prodotti statali venduti di contrabbando da lavoratori e soprattutto direttori di negozi e imprese (analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’Unione sovietica e i paesi affini negli ultimi decenni della loro esistenza).
Forte di un appoggio popolare indiscusso, Fidel Castro ha concentrato nelle sue mani un potere immenso, ma dopo la morte del Che e della sua compagna Celia Sánchez, lo ha gestito in solitudine. Ha “allevato” giovani collaboratori, ma li ha sostituiti bruscamente appena li ha visti troppo autonomi: Carlos Aldana, Roberto Robaina, Felipe Pérez Roque, Carlos Lage Dávila, José Luis Rodríguez García e tanti altri ministri. D’altra parte aveva la convinzione di doversi occuparepersonalmente di tutto, dal colore dei taxi dell’Avana alla costruzione di infrastrutture per il turismo.
La visita del papa Giovanni Paolo II ha rappresentato un trionfo su chi aspettava il crollo di Cuba, ma a lunga scadenza la Chiesa ha ottenuto di più, e si è visto quando è arrivato Benedetto XVI, che ha trovato un terreno più fertile, e si è mosso con arroganza. Il nuovo presidente, Raúl, è più debole e ha bisogno del sostegno della gerarchia cattolica: deve pagare quindi un prezzo maggiore, accettando che essa svolga un ruolo di opposizione di fatto, moderata ma autonoma. Con Francesco è apparso più chiaro il ruolo aperto di mediazione della Chiesa, ormai rafforzata, nelle trattative tra il governo cubano e l’amministrazione degli Stati Uniti.
Papa Benedetto XVI e Francesco hanno reso comunque omaggio a Fidel, che ormai dopo la malattia era solo un privato cittadino, anche se circondato da un grande amore popolare. D’altra parte in ogni occasione di visite di lavoro a Cuba, non mancavano di visitare Fidel tutti i leader latinoamericani, non solo i “radicali” Chávez o Morales, ma anche i moderati Lula o Kirchner.
Negli ultimi anni Fidel Castro, appena rimessosi dalla fase più acuta del suo male, ha ripreso a scrivere le sue “Riflessioni”, a volte brevi come un epigramma, a volte lunghe come un saggio, spesso discutibili. Ma nessuno aveva osato limitare la sua libertà di comunicare ai cubani il suo pensiero, tanto grande era l’eco del suo grande prestigio storico, e la differenza tra il suo carisma e quello dello scialbo successore.
Di fronte alla minaccia rappresentata dall’elezione di Trump, Raúl Castro ha annunciato grandi manovre militari. Tuttavia, nonostante il relativo isolamento per i bruschi cambi di governo in Argentina e Brasile e le difficoltà di quello del Venezuela, la difesa dell’isola sarà più facile se ritroverà le caratteristiche originali che avevano permesso il trionfo della rivoluzione, e l’avevano trasformata per molti anni in un punto di riferimento non solo nel continente americano, mentre l’imperialismo statunitense aveva dovuto rinunciare ai tentativi di aperta riconquista. E sarà più facile farlo richiamandosi al ruolo che nel primo decennio dopo la vittoria ebbero, insieme, Fidel Castro e Che Guevara.
da Movimento Operaio, il blog di Antonio Moscato
lunedì 21 novembre 2016
Pomodoro/Basilicata: si chiude la stagione tra lavoro grigio e caporalato
Da agosto a ottobre 2016, il team Terragiusta di Medici per i Diritti Umani (MEDU), in collaborazione con Arci Iqbal Masih di Venosa, ha operato in Basilicata, nell’area del Vulture-Alto Bradano, in numerosi insediamenti informali ubicati nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilone. Con una clinica mobile, il team ha prestato prima assistenza medica
e orientamento socio-sanitario a circa 200 migranti provenienti per la
gran parte dall’Africa sub sahariana occidentale. La quasi totalità dei braccianti
visitati (90%) dichiara di essere stato assunto regolarmente, ma allo
stesso tempo molti lavoratori lamentano di aver ricevuto solo la
comunicazione dell’avvenuta assunzione senza aver mai firmato
un contratto di lavoro e per quanto concerne l’intermediazione di
manodopera, il 70% dei braccianti intervistati ha dichiarato di lavorare
per conto di un caporale. Nonostante l’apertura di due centri di accoglienza a Palazzo San Gervasio e a Venosa, MEDU stima che anche quest’anno circa 1000 lavoratori
stranieri abbiano trovato rifugio in case abbandonate, baracche e tende
nei comuni di Venosa, Palazzo San Gervasio e Montemilone, costituitesi
dopo lo sgombero del cosiddetto “ghetto” di Boreano (noi ne avevamo
parlato in particolare qui e qui).
Si tratta di edifici fatiscenti, dislocati in luoghi isolati e privi di
acqua, luce e servizi igienici. Per il terzo anno quindi i centri hanno
funzionato da semplici dormitori, peraltro con
standard insufficienti, invece di assolvere alla funzione per la quale
erano stati concepiti, quella cioè di offrire servizi a tutela dei
lavoratori e di agevolare l’incontro tra questi e i datori di lavoro. La
Basilicata ha rappresentato nel corso degli ultimi
anni, e in particolare a partire dal 2014, un laboratorio di pratiche
volte al superamento dell’illegalità e dello
sfruttamento lavorativo in agricoltura. Molti dei provvedimenti
adottati, seppur virtuosi nell’intento, si sono dimostrati però solo
parzialmente efficaci, rappresentando l’avvio di un percorso e non la soluzione al problema.
Clicca qui per leggere tutto il report di Medici per i diritti umani (Medu)
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/pomodorobasilicata-si-chiude-la-stagione-lavoro-grigio-caporalato/
Clicca qui per leggere tutto il report di Medici per i diritti umani (Medu)
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/pomodorobasilicata-si-chiude-la-stagione-lavoro-grigio-caporalato/
Una questione di umanità
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa a seguito dell’ennesimo sgombero dell’accampamento che tentava di dare accoglienza ai migranti transitanti di Roma. E’ da tempo che seguiamo la vicenda del Baobab (ne abbiamo parlato, in particolare, qui e qui),
e come Lunaria, cosi come tutte le altre realtà firmatarie di questo
comunicato, non possiamo esimerci dall’esprimere la nostra solidarietà
ai migranti transitanti ed ai volontari e alle volontarie del Baobab, e
non possiamo esimerci dal chiedere la fine degli sgomberi e la rapida
predisposizione di una soluzione che possa garantire una accoglienza degna.
UNA QUESTIONE DI UMANITA’: Solidarietà ai migranti transitanti e agli attivisti del Baobab
Mercoledì mattina è andato in scena l’ennesimo sgombero – il sesto in poco più di un mese e mezzo – dell’accampamento informale organizzato dai volontari del Baobab per tentare di dare accoglienza ai migranti transitanti della Capitale. La gravità della violenza di mercoledì mattina è accresciuta dal fatto che dalle forze dell’ordine è stato intimato agli attivisti che “se si azzardano a montare nuove tende, verranno sgomberati ogni giorno”.
Come se non bastasse gli effetti personali dei migranti sono stati, per l’ennesima volta, gettati nella spazzatura insieme alle donazioni fatte dalla cittadinanza. Inoltre, a causa della presenza di un gazebo, è partita una ridicola e vessatoria denuncia per occupazione di suolo pubblico.
Giovedì, invece, piazzale Spadolini è stato recintato, adducendo come giustificazione la necessità di compiere dei lavori di ristrutturazione. Ricordiamo che poco più di una settimana fa è stato murato l’accesso al parcheggio coperto sul lato Est della Tiburtina, da tempo inutilizzato ed usato dai migranti per ripararsi dal freddo. In seguito, dopo uno sgombero a Piazzale Spadolini, si era ricreato un accampamento informale davanti all’Hotel Africa ma, anche questo, nell’arco di ventiquattro ore è stato smantellato. Inoltre, questa mattina, dei blindati sono tornati a Piazzale Spadolini per impedire la ricostituzione di un presidio di solidarietà, mettendo in fuga i migranti lì presenti.
Si tratta del quarto intervento delle forze dell’ordine in circa dieci giorni. Siamo davanti ad un accanimento che colpisce per violenza e gratuità.
Intanto stanotte centinaia di migranti, venuti da viaggi in cui hanno perso amici e familiari, dormiranno sotto la pioggia, esposti al freddo autunnale, con vestiti inadeguati e avendo come unico presidio sanitario quello organizzato da Medici per i diritti umani.
Proprio poco giorni fa Medu ha evidenziato come “con il freddo in aumento, centinaia di migranti in transito, tra cui molti minori, dormono in questi giorni all’addiaccio, sui marciapiedi, sull’asfalto, sotto i cavalcavia, in condizioni di gravissima precarietà con rischi per la loro sicurezza e per la salute”.
E’ evidente come il problema dei transitanti in questa città non possa essere delegato alla polizia né essere affrontato come una mera questione di ordine pubblico.
Il Campidoglio e la Regione Lazio devono assumersi le responsabilità politiche di questa situazione, garantendo e predisponendo una accoglienza dignitosa. Nel frattempo troviamo assurdo che si utilizzi un atteggiamento repressivo verso chi, come gli attivisti del Baobab, da mesi stanno solo cercando di sopperire alle mancanze della politica.
Non permettere loro di dar vita a degli accampamenti informali significa condannare centinaia di transitanti a non avere alcun tipo di assistenza. Una situazione di fatto assurda. Non solo, infatti, le istituzioni non si fanno carico di questa problematica ma impediscono anche ai volontari di predisporre dei presidi umanitari.
Come organizzazioni sociali operanti nella città non possiamo esimerci dall’esprimere tutta la nostra solidarietà ai migranti transitanti ed ai volontari e alle volontarie del Baobab; non possiamo esimerci dal chiedere la fine degli sgomberi degli accampamenti informali organizzati dalla cittadinanza e la predisposizione, nel più breve tempo possibile, di una soluzione che possa garantire una accoglienza degna.
Arci Roma, Gli Asini rivista, Ass. culturale Laura Lombardo Radice, A Sud, Casetta Rossa, Cinecittà Bene Comune, Coordinamento Legale Migranti in transito: A Buon Diritto, Action Diritti, Consiglio Italia per i Rifugiati, Radicali Roma; Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, CSOA La Strada, Da Sud, Fiom Roma e Lazio, Flc Roma e Lazio, Link Roma, Lunaria, Medu, Rete Miseria Ladra – promossa da Libera e Gruppo Abele.
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/una-questione-di-umanita/
UNA QUESTIONE DI UMANITA’: Solidarietà ai migranti transitanti e agli attivisti del Baobab
Mercoledì mattina è andato in scena l’ennesimo sgombero – il sesto in poco più di un mese e mezzo – dell’accampamento informale organizzato dai volontari del Baobab per tentare di dare accoglienza ai migranti transitanti della Capitale. La gravità della violenza di mercoledì mattina è accresciuta dal fatto che dalle forze dell’ordine è stato intimato agli attivisti che “se si azzardano a montare nuove tende, verranno sgomberati ogni giorno”.
Come se non bastasse gli effetti personali dei migranti sono stati, per l’ennesima volta, gettati nella spazzatura insieme alle donazioni fatte dalla cittadinanza. Inoltre, a causa della presenza di un gazebo, è partita una ridicola e vessatoria denuncia per occupazione di suolo pubblico.
Giovedì, invece, piazzale Spadolini è stato recintato, adducendo come giustificazione la necessità di compiere dei lavori di ristrutturazione. Ricordiamo che poco più di una settimana fa è stato murato l’accesso al parcheggio coperto sul lato Est della Tiburtina, da tempo inutilizzato ed usato dai migranti per ripararsi dal freddo. In seguito, dopo uno sgombero a Piazzale Spadolini, si era ricreato un accampamento informale davanti all’Hotel Africa ma, anche questo, nell’arco di ventiquattro ore è stato smantellato. Inoltre, questa mattina, dei blindati sono tornati a Piazzale Spadolini per impedire la ricostituzione di un presidio di solidarietà, mettendo in fuga i migranti lì presenti.
Si tratta del quarto intervento delle forze dell’ordine in circa dieci giorni. Siamo davanti ad un accanimento che colpisce per violenza e gratuità.
Intanto stanotte centinaia di migranti, venuti da viaggi in cui hanno perso amici e familiari, dormiranno sotto la pioggia, esposti al freddo autunnale, con vestiti inadeguati e avendo come unico presidio sanitario quello organizzato da Medici per i diritti umani.
Proprio poco giorni fa Medu ha evidenziato come “con il freddo in aumento, centinaia di migranti in transito, tra cui molti minori, dormono in questi giorni all’addiaccio, sui marciapiedi, sull’asfalto, sotto i cavalcavia, in condizioni di gravissima precarietà con rischi per la loro sicurezza e per la salute”.
E’ evidente come il problema dei transitanti in questa città non possa essere delegato alla polizia né essere affrontato come una mera questione di ordine pubblico.
Il Campidoglio e la Regione Lazio devono assumersi le responsabilità politiche di questa situazione, garantendo e predisponendo una accoglienza dignitosa. Nel frattempo troviamo assurdo che si utilizzi un atteggiamento repressivo verso chi, come gli attivisti del Baobab, da mesi stanno solo cercando di sopperire alle mancanze della politica.
Non permettere loro di dar vita a degli accampamenti informali significa condannare centinaia di transitanti a non avere alcun tipo di assistenza. Una situazione di fatto assurda. Non solo, infatti, le istituzioni non si fanno carico di questa problematica ma impediscono anche ai volontari di predisporre dei presidi umanitari.
Come organizzazioni sociali operanti nella città non possiamo esimerci dall’esprimere tutta la nostra solidarietà ai migranti transitanti ed ai volontari e alle volontarie del Baobab; non possiamo esimerci dal chiedere la fine degli sgomberi degli accampamenti informali organizzati dalla cittadinanza e la predisposizione, nel più breve tempo possibile, di una soluzione che possa garantire una accoglienza degna.
Arci Roma, Gli Asini rivista, Ass. culturale Laura Lombardo Radice, A Sud, Casetta Rossa, Cinecittà Bene Comune, Coordinamento Legale Migranti in transito: A Buon Diritto, Action Diritti, Consiglio Italia per i Rifugiati, Radicali Roma; Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, CSOA La Strada, Da Sud, Fiom Roma e Lazio, Flc Roma e Lazio, Link Roma, Lunaria, Medu, Rete Miseria Ladra – promossa da Libera e Gruppo Abele.
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/una-questione-di-umanita/
Se la scuola non include: la discriminazione di Liang
di Fiorella Farinelli
Tutti a scuola, al più presto, con gli stessi diritti e doveri degli italiani. Questi, in sintesi, i principi del nostro ordinamento sull’inclusione scolastica dei figli dell’immigrazione. Ma qualche volta non è così. A Roma, per esempio, un ragazzino cinese arrivato lo scorso marzo per “ricongiungimento” sta incappando da settembre in una sfilza di no. Nessuna delle scuole medie cui i genitori si sono rivolti, nel suo quartiere come in altri, gli ha aperto le porte . Solo due hanno risposto alla richiesta in modo formale, nessuna si è occupata di indirizzarlo altrove, tutte si sono trincerate dietro classi già piene. Un rifiuto illegittimo. Il fatto che Liang – chiamiamolo così – non sia stato iscritto nei tempi regolamentari (entro febbraio 2016, quando non era ancora in Italia) non ha rilevanza, visto che per norma “l’iscrizione a una scuola può essere richiesta in qualunque periodo dell’anno scolastico”. Come quasi tutti i “ricongiunti” che arrivano da adolescenti, anche Liang di italiano non ne sa quasi niente, ma l’obbligo per la scuola di accettarne comunque l’iscrizione (consentendo solo, e con apposita motivazione, l’inserimento in classi inferiori all’età anagrafica) non è affatto insensata, si sa che non c’è via migliore, per lo studente straniero che debba familiarizzarsi al più presto con la lingua del paese ospite, che impararla dai compagni di scuola. Negli scambi comunicativi che si sviluppano da subito, in palestra, nei laboratori di tecnologia, nelle ore di musica, espressione artistica, geografia, e poi via via in tutto il resto. Venticinque anni di scuole sempre più multilingue hanno spiegato come si fa. E però questa volta niente da fare. Non solo. Un rifiuto è arrivato anche da un Centro per l’istruzione degli adulti, una scuola pubblica specializzata in percorsi formativi per gli stranieri, perché per iscriversi occorre avere 16 anni, e il ragazzino cinese, alla soglia ormai dei 15, non può essere ammesso. Di qui l’extrema ratio di un corso di italiano per 14-15enni in una delle tante scuole romane del volontariato, in attesa di soluzioni più appropriate. Che però, a diverse settimane dall’inizio della vicenda, ancora non si materializzano, sebbene l’amministrazione scolastica sia al corrente di tutto. Bisogna, ancora una volta, ricorrere agli avvocati?
Di casi così non ce ne sono tanti ma neppure pochi, e sono probabilmente destinati a moltiplicarsi: sia per le caratteristiche dei nuovi flussi migratori che per le crescenti contrarietà dei genitori italiani a classi “troppo” piene di stranieri. Ma il peggio si può evitare. In Emilia Romagna, per esempio, le Questure, che sanno dei “ricongiunti” prima che arrivino, ne informano per tempo l’amministrazione scolastica in modo da facilitare una corretta programmazione dell’offerta. Mentre in Lombardia e Friuli si sono fatti accordi per abbassare a 15 anni l’età di accesso alle scuole per adulti. E’ un’età difficile, quella dei 14-15enni, per i ricongiunti come per i minori non accompagnati (più di 23mila da gennaio 2016). Troppo grandi di età o troppo segnati dall’esperienza per accedere, quando le medie o le superiori li rifiutino, alle classi della primaria. E spesso troppo giovani, invece, per poter cogliere l’unica e preziosa opportunità offerta dai Centri dove si può imparare la lingua, conseguire la licenza media, accedere a diplomi o qualificazioni professionali. Ma a Roma e nel Lazio si stenta, finora, a imparare da chi fa meglio, fino al punto da non turbarsi più che tanto se un ragazzino come Liang, pur tutelato dalla legge, resta fuori della porta. Una cosa tanto più assurda considerando che, con l’”accordo di integrazione” (2012) del ministro Maroni, l’evasione dall’obbligo di istruzione dei figli porta di filato alla perdita del permesso di soggiorno dei genitori.
Si può obiettare che si tratta di casi estremi, gli studenti stranieri sono ormai più di 800mila (più del 55% nati qui), e sono numerose le scuole che si misurano con impegno con plurilinguismo e multiculturalità. E’ anche nelle microcriticità però che si rivela un sistema connotato da processi di integrazione ancora troppo problematici. Qualche studioso la nostra integrazione scolastica l’ha definita non a caso “basata sul ritardo”[1]. Sono i ritardi causati da inserimenti in classi inferiori all’età anagrafica – la scappatoia delle scuole incapaci di attivare laboratori linguistici – e sono quelli che poi si accumulano per bocciature e ripetenze. A 10 anni (scuola primaria, dove i nati in Italia sono oltre il 70% ) sono quasi 1 su 5 gli stranieri in ritardo di un anno, e un altro 3% di due anni o più. A 14 anni, in ritardo di un anno sono il 44%, di due anni il 13,5% di tre il 2,5%. A 18 anni, il ritardo schizza al 60%. Una patologia mortificante, che scoraggia dal proseguimento degli studi e che è dovuta principalmente a inerzie e deficit professionali della scuola: perché anche quando l’italiano della comunicazione quotidiana c’è, a mancare sono spesso gli strumenti linguistici per lo studio. E a cadere – ad abbandonare prima del tempo finendo magari nel buco nero dei Neet , i giovani senza scuola e senza lavoro – sono davvero tanti. Non è sensato questo spreco umano ed economico, non è per niente lungimirante. Tanto più che gli studenti stranieri hanno di solito una marcia in più in termini di motivazione allo studio dato che attribuiscono alla scuola un ruolo decisivo di riscatto sociale, personale e familiare.
Gli studi che ogni anno si fanno sull’integrazione dei figli degli immigrati, pur rilevando progressi e miglioramenti, continuano a mettere a fuoco criticità tanto consistenti quanto resistenti. Gli svantaggi in termini di partecipazione alle scuole per l’infanzia, l’emorragia di iscritti dopo la scuola media, l’addensarsi negli indirizzi della scuola superiore considerati di minor pregio e nei percorsi brevi di formazione professionale, i numeri bassissimi degli accessi all’università. E poi anche i guasti dovuti alla non attivazione di solidi e limpidi dispositivi di riconoscimento delle competenze o dei diplomi conseguiti nei paesi di provenienza. Mentre restano alti i rischi di estraneità culturale indotti da curricoli formativi ostinatamente italocentrici, pur nel profluvio delle indicazioni ministeriali sull’educazione all’intercultura. Lo specchio, insomma, di un paese che anche quando accoglie non è capace di integrare. Forse perché non vuole arrendersi all’evidenza del milione e mezzo di minori stranieri ad oggi residenti in Italia, e al loro essere parte ormai strutturale dei “nostri” giovani (tanto più con l’andamento demografico che ci ritroviamo).
Ritardi, miopie, contrarietà che si riscontrano anche altrove, a partire dall’iter disperatamente lungo del provvedimento legislativo che dovrebbe accelerare e agevolare l’accesso alla cittadinanza dei ragazzi che nati o arrivati qui da bambini. Purché vadano a scuola regolarmente e purché concludano un ciclo di istruzione, dice il provvedimento approvato da un ramo del parlamento e fermo lì da mesi.
“Ius culturae”, appunto.
[1] Stefano Molina. Seconde generazioni e scuola italiana, in People First, Il capitale sociale e umano, S.I.P.I 2014
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/la-scuola-non-include-la-discriminazione-liang/
Tutti a scuola, al più presto, con gli stessi diritti e doveri degli italiani. Questi, in sintesi, i principi del nostro ordinamento sull’inclusione scolastica dei figli dell’immigrazione. Ma qualche volta non è così. A Roma, per esempio, un ragazzino cinese arrivato lo scorso marzo per “ricongiungimento” sta incappando da settembre in una sfilza di no. Nessuna delle scuole medie cui i genitori si sono rivolti, nel suo quartiere come in altri, gli ha aperto le porte . Solo due hanno risposto alla richiesta in modo formale, nessuna si è occupata di indirizzarlo altrove, tutte si sono trincerate dietro classi già piene. Un rifiuto illegittimo. Il fatto che Liang – chiamiamolo così – non sia stato iscritto nei tempi regolamentari (entro febbraio 2016, quando non era ancora in Italia) non ha rilevanza, visto che per norma “l’iscrizione a una scuola può essere richiesta in qualunque periodo dell’anno scolastico”. Come quasi tutti i “ricongiunti” che arrivano da adolescenti, anche Liang di italiano non ne sa quasi niente, ma l’obbligo per la scuola di accettarne comunque l’iscrizione (consentendo solo, e con apposita motivazione, l’inserimento in classi inferiori all’età anagrafica) non è affatto insensata, si sa che non c’è via migliore, per lo studente straniero che debba familiarizzarsi al più presto con la lingua del paese ospite, che impararla dai compagni di scuola. Negli scambi comunicativi che si sviluppano da subito, in palestra, nei laboratori di tecnologia, nelle ore di musica, espressione artistica, geografia, e poi via via in tutto il resto. Venticinque anni di scuole sempre più multilingue hanno spiegato come si fa. E però questa volta niente da fare. Non solo. Un rifiuto è arrivato anche da un Centro per l’istruzione degli adulti, una scuola pubblica specializzata in percorsi formativi per gli stranieri, perché per iscriversi occorre avere 16 anni, e il ragazzino cinese, alla soglia ormai dei 15, non può essere ammesso. Di qui l’extrema ratio di un corso di italiano per 14-15enni in una delle tante scuole romane del volontariato, in attesa di soluzioni più appropriate. Che però, a diverse settimane dall’inizio della vicenda, ancora non si materializzano, sebbene l’amministrazione scolastica sia al corrente di tutto. Bisogna, ancora una volta, ricorrere agli avvocati?
Di casi così non ce ne sono tanti ma neppure pochi, e sono probabilmente destinati a moltiplicarsi: sia per le caratteristiche dei nuovi flussi migratori che per le crescenti contrarietà dei genitori italiani a classi “troppo” piene di stranieri. Ma il peggio si può evitare. In Emilia Romagna, per esempio, le Questure, che sanno dei “ricongiunti” prima che arrivino, ne informano per tempo l’amministrazione scolastica in modo da facilitare una corretta programmazione dell’offerta. Mentre in Lombardia e Friuli si sono fatti accordi per abbassare a 15 anni l’età di accesso alle scuole per adulti. E’ un’età difficile, quella dei 14-15enni, per i ricongiunti come per i minori non accompagnati (più di 23mila da gennaio 2016). Troppo grandi di età o troppo segnati dall’esperienza per accedere, quando le medie o le superiori li rifiutino, alle classi della primaria. E spesso troppo giovani, invece, per poter cogliere l’unica e preziosa opportunità offerta dai Centri dove si può imparare la lingua, conseguire la licenza media, accedere a diplomi o qualificazioni professionali. Ma a Roma e nel Lazio si stenta, finora, a imparare da chi fa meglio, fino al punto da non turbarsi più che tanto se un ragazzino come Liang, pur tutelato dalla legge, resta fuori della porta. Una cosa tanto più assurda considerando che, con l’”accordo di integrazione” (2012) del ministro Maroni, l’evasione dall’obbligo di istruzione dei figli porta di filato alla perdita del permesso di soggiorno dei genitori.
Si può obiettare che si tratta di casi estremi, gli studenti stranieri sono ormai più di 800mila (più del 55% nati qui), e sono numerose le scuole che si misurano con impegno con plurilinguismo e multiculturalità. E’ anche nelle microcriticità però che si rivela un sistema connotato da processi di integrazione ancora troppo problematici. Qualche studioso la nostra integrazione scolastica l’ha definita non a caso “basata sul ritardo”[1]. Sono i ritardi causati da inserimenti in classi inferiori all’età anagrafica – la scappatoia delle scuole incapaci di attivare laboratori linguistici – e sono quelli che poi si accumulano per bocciature e ripetenze. A 10 anni (scuola primaria, dove i nati in Italia sono oltre il 70% ) sono quasi 1 su 5 gli stranieri in ritardo di un anno, e un altro 3% di due anni o più. A 14 anni, in ritardo di un anno sono il 44%, di due anni il 13,5% di tre il 2,5%. A 18 anni, il ritardo schizza al 60%. Una patologia mortificante, che scoraggia dal proseguimento degli studi e che è dovuta principalmente a inerzie e deficit professionali della scuola: perché anche quando l’italiano della comunicazione quotidiana c’è, a mancare sono spesso gli strumenti linguistici per lo studio. E a cadere – ad abbandonare prima del tempo finendo magari nel buco nero dei Neet , i giovani senza scuola e senza lavoro – sono davvero tanti. Non è sensato questo spreco umano ed economico, non è per niente lungimirante. Tanto più che gli studenti stranieri hanno di solito una marcia in più in termini di motivazione allo studio dato che attribuiscono alla scuola un ruolo decisivo di riscatto sociale, personale e familiare.
Gli studi che ogni anno si fanno sull’integrazione dei figli degli immigrati, pur rilevando progressi e miglioramenti, continuano a mettere a fuoco criticità tanto consistenti quanto resistenti. Gli svantaggi in termini di partecipazione alle scuole per l’infanzia, l’emorragia di iscritti dopo la scuola media, l’addensarsi negli indirizzi della scuola superiore considerati di minor pregio e nei percorsi brevi di formazione professionale, i numeri bassissimi degli accessi all’università. E poi anche i guasti dovuti alla non attivazione di solidi e limpidi dispositivi di riconoscimento delle competenze o dei diplomi conseguiti nei paesi di provenienza. Mentre restano alti i rischi di estraneità culturale indotti da curricoli formativi ostinatamente italocentrici, pur nel profluvio delle indicazioni ministeriali sull’educazione all’intercultura. Lo specchio, insomma, di un paese che anche quando accoglie non è capace di integrare. Forse perché non vuole arrendersi all’evidenza del milione e mezzo di minori stranieri ad oggi residenti in Italia, e al loro essere parte ormai strutturale dei “nostri” giovani (tanto più con l’andamento demografico che ci ritroviamo).
Ritardi, miopie, contrarietà che si riscontrano anche altrove, a partire dall’iter disperatamente lungo del provvedimento legislativo che dovrebbe accelerare e agevolare l’accesso alla cittadinanza dei ragazzi che nati o arrivati qui da bambini. Purché vadano a scuola regolarmente e purché concludano un ciclo di istruzione, dice il provvedimento approvato da un ramo del parlamento e fermo lì da mesi.
“Ius culturae”, appunto.
[1] Stefano Molina. Seconde generazioni e scuola italiana, in People First, Il capitale sociale e umano, S.I.P.I 2014
http://www.cronachediordinariorazzismo.org/la-scuola-non-include-la-discriminazione-liang/
lunedì 24 ottobre 2016
Ti racconto: LiberaLaParola
Padova - Inizia un nuovo anno scolastico per la scuola
Liberalaparola, un progetto che è costituito a partire dalla
condivisione di idee e intenti su ciò che riguarda le pratiche di
accoglienza dei migranti e il loro diritto a partecipare in prima
persona ai processi di costruzione di una società aperta e antirazzista.
Nella scuola tutti e tutte vengono accolti senza discriminazioni e si
mira a creare un clima sereno di condivisione e scambio tra insegnanti e
"allievi", lontano dalle lezioni ex cathedra. Nelle aule infatti
imparano, insegnano e lavorano fianco a fianco migranti provenienti da
tutto il mondo, in viaggio per i più disparati motivi. “Nessuno è illegale”
è uno dei punti cardine della scuola, assieme all’idea che ognuno abbia
diritto di imparare la lingua del paese in cui, per scelta o obbligo,
si trova a vivere.
Partendo da queste solide radici la scuola cambia e muta per
adattarsi alle sempre nuove esigenze di alunni e insegnanti: quest’anno
infatti Liberalaparola, dopo alcuni anni trascorsi nei
locali del Centro sociale Pedro, ha una nuova collocazione presso la
sede di Sherwood e del Progetto Melting Pot Europa in vicolo Pontecorvo 1/a.
La scuola ha ora a disposizione alcune aule dove svolgere le proprie
attività: le lezioni, iniziate martedì 11 Ottobre, si svolgeranno ogni martedì e giovedì dalle 18.30 alle 20.30.
Liberalaparola non si limita solo ad un lavoro che si svolge tra
quattro mura, ma si impegna a concretizzare i valori di apertura e
antirazzismo nei contesti delle varie mobilitazioni che attraversano la
città di Padova.
Liberalaparola è un’esperienza di crescita umana per tutti quelli che vi partecipano!
I numerosi progetti della scuola sono realizzabili solo grazie al
continuo apporto di tutti i vari “compagni di viaggio” che si incontrano
lungo la via.
...che questo nuovo viaggio tra storie, sguardi, voci, lettere, quaderni, gessetti, sapere e libertà abbia inizio!
Gli insegnanti di Liberalaparola
Links utili:
PARIS 20/10/2016 • LA POLICE PÈTE UN PLOMB ET MARCHE VERS L'ÉLYSÉE
Un
nuovo fenomeno, alquanto inquietante, si sta verificando per le strade
di Parigi e di altre città francesi: la polizia ha deciso di esprimere
la sua “collera” nei confronti di un governo che, a suo dire, non la
sostiene e di mostrarsi solidali con il poliziotto gravemente ferito l’8
ottobre a Viry-Chatillon da un cocktail molotov. L’episodio, avvenuto
nei pressi di una cité particolarmente “difficile”, così come sono
considerate quelle zone in cui lo Stato si mostra nella sua essenza
strutturalmente razzista e marginalizzante, aveva scatenato durissime
reazioni di condanna e di sorpresa da parte dell’opinione pubblica. A
partire da quel momento la polizia ha indetto un primo presidio di
solidarietà susseguito da vaire manifestazioni a Marsiglia, Nizza,
Tolosa, fino ad arrivare alla terza manifestazione nel giro di pochi
giorni. Questa settimana a Parigi un corteo è partito da place de la
République, punto di partenza simbolicamente importante per la città che
per mesi è stata teatro di un intenso periodo di lotta contro la loi
travail, passando davanti all’ospedale dove si trova ancora ricoverato
l’agente.
«Les
gendarmes avec nous!», rivolgendosi così alle camionette che scortavano
la manifestazione e cantando La Marsellaise, la polizia si è diretta
verso l’Eliseo per mostrare il suo scontento rispetto alle condizioni
lavorative e per lamentare di essere vittima di una haine anti-flic , l’odio anti-sbirro. Un corteo con molti agenti travisati e armati, protetti lungo il percorso dai propri colleghi. La
protesta contro le violenze fatte alle forze dell’ordine è stata
pubblicamente sostenuta dal Front National e da una Marine Le Pen che ha
descritto il loro scontento come “legittimo e sano”. Le basi sindacali
intendono denunciare l’impunità di cui godono gli aggressori della
polizia e criticano il loro stesso sindacato maggioritario, Alliance,
per non essere abbastanza combattivo nel migliorare le condizioni
lavorative. Intanto, il Parti Socialiste dichiara di voler tenere in
considerazione la richiesta di provvedere ai rinforzi necessari alla
lotta al terrorismo e Hollande apre la concertazione con i sindacati che
hanno lanciato una nuova data mercoledì 26 ottobre per una marcia che
si faccia portatrice della collera poliziesca e cittadina. L’avvio di
questo dialogo prelude al nuovo piano di sicurezza pubblica che verrà
introdotto in novembre, provvedimento che aumenterà mezzi e effettivi
per le forze dell’ordine.
gendarmes avec nous!», rivolgendosi così alle camionette che scortavano
la manifestazione e cantando La Marsellaise, la polizia si è diretta
verso l’Eliseo per mostrare il suo scontento rispetto alle condizioni
lavorative e per lamentare di essere vittima di una haine anti-flic , l’odio anti-sbirro. Un corteo con molti agenti travisati e armati, protetti lungo il percorso dai propri colleghi. La
protesta contro le violenze fatte alle forze dell’ordine è stata
pubblicamente sostenuta dal Front National e da una Marine Le Pen che ha
descritto il loro scontento come “legittimo e sano”. Le basi sindacali
intendono denunciare l’impunità di cui godono gli aggressori della
polizia e criticano il loro stesso sindacato maggioritario, Alliance,
per non essere abbastanza combattivo nel migliorare le condizioni
lavorative. Intanto, il Parti Socialiste dichiara di voler tenere in
considerazione la richiesta di provvedere ai rinforzi necessari alla
lotta al terrorismo e Hollande apre la concertazione con i sindacati che
hanno lanciato una nuova data mercoledì 26 ottobre per una marcia che
si faccia portatrice della collera poliziesca e cittadina. L’avvio di
questo dialogo prelude al nuovo piano di sicurezza pubblica che verrà
introdotto in novembre, provvedimento che aumenterà mezzi e effettivi
per le forze dell’ordine.
Il
panorama che si sta delineando ha un che di paradossale considerando i
danni fisici, psicologici e in termini di libertà di movimento e di
espressione di cui la repressione francese ha dato prova soprattutto
nell’ultimo anno. Dopo gli attentati di novembre e la dichiarazione
dello stato di emergenza il governo socialista non ha smesso di dare
mezzi e libertà di manovra alle forze dell’ordine, tendenza che ha avuto
il suo culmine nel dispositivo messo in atto durante il movimento di
questa primavera-estate francese. Chi ha perso occhi, chi ha rischiato
la vita, chi ha preso le botte, le granate, chi è morto nelle cité o sui
territori della ZAD di Sivens, chi negli angoli di un commissariato è
stato violentata, chi subisce ogni giorno controlli per le strade e
nelle stazioni, sono il risultato di una politica che ha un mandante e
un esecutore ben identificabili. Quello che sta succedendo in questi
giorni dovrebbe dare un’indicazione chiara del terreno che si sta
preparando all’alba delle presidenziali del 2017.
panorama che si sta delineando ha un che di paradossale considerando i
danni fisici, psicologici e in termini di libertà di movimento e di
espressione di cui la repressione francese ha dato prova soprattutto
nell’ultimo anno. Dopo gli attentati di novembre e la dichiarazione
dello stato di emergenza il governo socialista non ha smesso di dare
mezzi e libertà di manovra alle forze dell’ordine, tendenza che ha avuto
il suo culmine nel dispositivo messo in atto durante il movimento di
questa primavera-estate francese. Chi ha perso occhi, chi ha rischiato
la vita, chi ha preso le botte, le granate, chi è morto nelle cité o sui
territori della ZAD di Sivens, chi negli angoli di un commissariato è
stato violentata, chi subisce ogni giorno controlli per le strade e
nelle stazioni, sono il risultato di una politica che ha un mandante e
un esecutore ben identificabili. Quello che sta succedendo in questi
giorni dovrebbe dare un’indicazione chiara del terreno che si sta
preparando all’alba delle presidenziali del 2017.
Napoli - L'ospedale San Gennaro non si chiude, lunedì tutti in piazza!
“La rivolta del Rione Sanità” titolava Il
Mattino, uno dei principali quotidiani campani, lo scorso lunedì dopo
l’occupazione dell’ospedale San Gennaro.
Il processo di dismissione di questo ospedale dura ormai da anni. Prima
era stato chiuso il pronto soccorso, successivamente i suoi servizi
erano stati depotenziati, lasciando una delle zone più popolose della
città con un presidio ospedaliero monco, nonostante si trattasse di una
struttura storica su cui i cittadini avevano potuto contare per anni.
Ora, per chi non conoscesse bene la situazione, è bene che si tenga
presente che il Rione di cui parliamo, da solo, conta più di 30mila
abitanti, ma che l’ospedale San Gennaro rappresenta un punto di
riferimento essenziale per tutto il quartiere in cui si trova,
Stella-Sanità, che invece di abitanti ne fa più di 60mila, oltre che per
buona parte della terza municipalità e per pezzi della municipalità
limitrofe, la seconda e la quarta. La chiusura del pronto soccorso
dell’ospedale di cui parliamo ha lasciato agli abitanti di queste zone
come punti di riferimento i soli affollatissimi Pellegrini e Cardarelli,
questo in particolare rappresenta una delle strutture più frequentate
del Sud Italia in cui per riuscire a essere visitati al pronto soccorso
si possono aspettare anche sette o otto ore.
Mattino, uno dei principali quotidiani campani, lo scorso lunedì dopo
l’occupazione dell’ospedale San Gennaro.
Il processo di dismissione di questo ospedale dura ormai da anni. Prima
era stato chiuso il pronto soccorso, successivamente i suoi servizi
erano stati depotenziati, lasciando una delle zone più popolose della
città con un presidio ospedaliero monco, nonostante si trattasse di una
struttura storica su cui i cittadini avevano potuto contare per anni.
Ora, per chi non conoscesse bene la situazione, è bene che si tenga
presente che il Rione di cui parliamo, da solo, conta più di 30mila
abitanti, ma che l’ospedale San Gennaro rappresenta un punto di
riferimento essenziale per tutto il quartiere in cui si trova,
Stella-Sanità, che invece di abitanti ne fa più di 60mila, oltre che per
buona parte della terza municipalità e per pezzi della municipalità
limitrofe, la seconda e la quarta. La chiusura del pronto soccorso
dell’ospedale di cui parliamo ha lasciato agli abitanti di queste zone
come punti di riferimento i soli affollatissimi Pellegrini e Cardarelli,
questo in particolare rappresenta una delle strutture più frequentate
del Sud Italia in cui per riuscire a essere visitati al pronto soccorso
si possono aspettare anche sette o otto ore.
In
questo quadro già drammatico si è inserito il nuovo piano nazionale
sanitario redatto dalla ministra Lorenzin, tradotto dal Governatore
della Campania Vincenzo De Luca con il decreto 33 nello smantellamento
di diverse strutture, tra cui quella dell’ospedale San Gennaro, che
tecnicamente verrebbe semplicemente trasformato. Nei fatti invece
parliamo di una chiusura sostanziale della struttura, che perderebbe la
forma di un ospedale vero per diventare “un polo territoriale
riabilitativo e polispecialistico“, formula roboante che significa nei
fatti ridurre drasticamente le funzioni della struttura, e quindi
chiusura della maggior parte dei reparti ora esistenti, ridurre i
ricoveri, il personale, garantendo l’accesso all’ospedale solo tramite
ticket, e lasciando in luogo del pronto soccorso solo una forma blanda e
insufficiente di primo soccorso.
questo quadro già drammatico si è inserito il nuovo piano nazionale
sanitario redatto dalla ministra Lorenzin, tradotto dal Governatore
della Campania Vincenzo De Luca con il decreto 33 nello smantellamento
di diverse strutture, tra cui quella dell’ospedale San Gennaro, che
tecnicamente verrebbe semplicemente trasformato. Nei fatti invece
parliamo di una chiusura sostanziale della struttura, che perderebbe la
forma di un ospedale vero per diventare “un polo territoriale
riabilitativo e polispecialistico“, formula roboante che significa nei
fatti ridurre drasticamente le funzioni della struttura, e quindi
chiusura della maggior parte dei reparti ora esistenti, ridurre i
ricoveri, il personale, garantendo l’accesso all’ospedale solo tramite
ticket, e lasciando in luogo del pronto soccorso solo una forma blanda e
insufficiente di primo soccorso.
A
tale decreto si è aggiunto nel settembre scorso il piano territoriale
del decreto 99 che interviene localmente, tra le altre, sulla
programmazione dell'ASL Napoli 1, amministrazione sanitaria di
riferimento dell'ospedale San Gennaro. In tale piano è presente una
caratterizzazione della riconversione complessiva architettata dalla
regione Campania. Essa prevedrebbe l'apertura di un ospedale di comunità
con 20 posti letto, dell'UCCP territoriale (Unità complesse di cure
primarie), di una struttura polifunzionale per la salute e di una
speciale unità dell'accoglienza permanente. Lo smantellamento dei
reparti di Oncologia ed Ematologia, che l'occupazione dei cittadini di
lunedì e il presidio permanente hanno fino ad ora bloccato, risponde
alla logica di riconversione prevista dal decreto in questione. La lotta
dei cittadini e delle cittadine del rione Sanità ha espresso
un'opposizione radicale alle misure proposte. A un piano di criticità
generale si aggiungono le insufficienze individuali delle componenti del
decreto. Se difatti la mobilitazione e le dimissioni dei reparti,
attraverso lo spostamento di medici, infermieri e pazienti in altre
strutture, è attualmente in corso (il presidio ha fino ad ora impedito
il trasferimento di macchinari), la riconversione generale della
struttura si realizzerà, secondo decreto, nell'arco di tre anni.
Previsione che come vedremo si fregia di un ottimismo e di una
sfrontatezza spudorati. Nei fatti, prima che ai reparti smantellati si
sostituiscano le misure previste, ne passerà di acqua sotto i ponti. La
linea strategica adottata dall'amministrazione è quella di allentare la
tensione della mobilitazione attraverso la pubblicizzazione delle misure
del decreto, puntando su un lungo periodo nel quale tante delle
componenti elencate saranno, anch'esse, destinate a scomparire. A
queste, inoltre, il direttore sanitario di ASL Napoli 1 Elia Abbondante
ha aggiunto un servizio di primo soccorso h24, da attivare
immediatamente, (un ambulanza a fronte di 60 mila abitanti) e un
ambulatorio infermieristico h12. Concessione, ancora, ripetiamo,
insufficiente rispetto al servizio che essa andrebbe a compensare e di
valenza fortemente strategica. Passando, infatti, alle criticità delle
componenti risulta chiaro che senza un cronoprogramma dei lavori e una
valutazione preventiva dei costi, il decreto è carta straccia.
Ricordiamo che un ospedale di comunità prevedrebbe l'assunzione dei
medici di base del quartiere, a oggi insostenibile considerata la salute
finanziaria dell'Asl Napoli 1. Per non pensare ai tempi di
realizzazione del poliambulatorio e dell'UCCP. Misure come quest'ultima
sono oltretutto poste come alternative al servizio di pronto soccorso
classico, laddove le stesse funzionerebbero da piano, per un’unità
territoriale di 10mila abitanti. Insomma un’operazione di riconversione
che oltre a non fornire garanzie temporali e finanziare, soffre di una
strutturale insufficienza rispetto al bisogno di cura, statisticamente
certificato, a cui il San Gennaro risponde da decenni.
tale decreto si è aggiunto nel settembre scorso il piano territoriale
del decreto 99 che interviene localmente, tra le altre, sulla
programmazione dell'ASL Napoli 1, amministrazione sanitaria di
riferimento dell'ospedale San Gennaro. In tale piano è presente una
caratterizzazione della riconversione complessiva architettata dalla
regione Campania. Essa prevedrebbe l'apertura di un ospedale di comunità
con 20 posti letto, dell'UCCP territoriale (Unità complesse di cure
primarie), di una struttura polifunzionale per la salute e di una
speciale unità dell'accoglienza permanente. Lo smantellamento dei
reparti di Oncologia ed Ematologia, che l'occupazione dei cittadini di
lunedì e il presidio permanente hanno fino ad ora bloccato, risponde
alla logica di riconversione prevista dal decreto in questione. La lotta
dei cittadini e delle cittadine del rione Sanità ha espresso
un'opposizione radicale alle misure proposte. A un piano di criticità
generale si aggiungono le insufficienze individuali delle componenti del
decreto. Se difatti la mobilitazione e le dimissioni dei reparti,
attraverso lo spostamento di medici, infermieri e pazienti in altre
strutture, è attualmente in corso (il presidio ha fino ad ora impedito
il trasferimento di macchinari), la riconversione generale della
struttura si realizzerà, secondo decreto, nell'arco di tre anni.
Previsione che come vedremo si fregia di un ottimismo e di una
sfrontatezza spudorati. Nei fatti, prima che ai reparti smantellati si
sostituiscano le misure previste, ne passerà di acqua sotto i ponti. La
linea strategica adottata dall'amministrazione è quella di allentare la
tensione della mobilitazione attraverso la pubblicizzazione delle misure
del decreto, puntando su un lungo periodo nel quale tante delle
componenti elencate saranno, anch'esse, destinate a scomparire. A
queste, inoltre, il direttore sanitario di ASL Napoli 1 Elia Abbondante
ha aggiunto un servizio di primo soccorso h24, da attivare
immediatamente, (un ambulanza a fronte di 60 mila abitanti) e un
ambulatorio infermieristico h12. Concessione, ancora, ripetiamo,
insufficiente rispetto al servizio che essa andrebbe a compensare e di
valenza fortemente strategica. Passando, infatti, alle criticità delle
componenti risulta chiaro che senza un cronoprogramma dei lavori e una
valutazione preventiva dei costi, il decreto è carta straccia.
Ricordiamo che un ospedale di comunità prevedrebbe l'assunzione dei
medici di base del quartiere, a oggi insostenibile considerata la salute
finanziaria dell'Asl Napoli 1. Per non pensare ai tempi di
realizzazione del poliambulatorio e dell'UCCP. Misure come quest'ultima
sono oltretutto poste come alternative al servizio di pronto soccorso
classico, laddove le stesse funzionerebbero da piano, per un’unità
territoriale di 10mila abitanti. Insomma un’operazione di riconversione
che oltre a non fornire garanzie temporali e finanziare, soffre di una
strutturale insufficienza rispetto al bisogno di cura, statisticamente
certificato, a cui il San Gennaro risponde da decenni.
La
messa in pratica di queste disposizioni ha rappresentato la scintilla
che ha portato gli abitanti del quartiere a scendere per le strade con
lo scopo di impedire lo smantellamento dell’ospedale del loro quartiere.
Gli abitanti del quartiere hanno iniziato con un presidio e un’assemblea
chiamati dalla Rete Sanità, attiva da tempo sul territorio, scegliendo
poi di bloccare il traffico cittadino in diverse occasioni.
Dopo pochi giorni i cittadini hanno scelto di entrare nell’ospedale,
occupandolo, e poi stabilendovi un presidio permanente nell’ospedale San
Gennaro per bloccare, con successo, i camion che avrebbero dovuto
portare via i reparti dell’ospedale e impedire loro l’accesso
all’ospedale.
messa in pratica di queste disposizioni ha rappresentato la scintilla
che ha portato gli abitanti del quartiere a scendere per le strade con
lo scopo di impedire lo smantellamento dell’ospedale del loro quartiere.
Gli abitanti del quartiere hanno iniziato con un presidio e un’assemblea
chiamati dalla Rete Sanità, attiva da tempo sul territorio, scegliendo
poi di bloccare il traffico cittadino in diverse occasioni.
Dopo pochi giorni i cittadini hanno scelto di entrare nell’ospedale,
occupandolo, e poi stabilendovi un presidio permanente nell’ospedale San
Gennaro per bloccare, con successo, i camion che avrebbero dovuto
portare via i reparti dell’ospedale e impedire loro l’accesso
all’ospedale.
Evidentemente la
mobilitazione del Rione ha attirato l’attenzione del Governatore De
Luca. Nelle sue dichiarazioni il Presidente della Regione Campania ha
negato la chiusura del San Gennaro, tacendo però delle trasformazioni
che come si diceva sopra uccidono quello che nei fatti smetterebbe di
essere un ospedale, per poi rifiutarsi di incontrare i cittadini del
quartiere, se non attraverso una rappresentanza formale composta da
parroci e istituzioni municipali.
L’assemblea del presidio permanente, di cui lo stesso presidente della
municipalità fa parte, non ha voluto scendere a compromessi rispetto a
una delegazione che non avrebbe rappresentato la ricchezza democratica
che ha animato la mobilitazione di questi giorni e che ha visto scendere
in piazza cittadini del quartiere, attivisti, e reti solidali
provenienti da altre zone della città. Così si è scelto di portare la
lotta a un livello successivo chiamando un corteo che dal Rione Sanità
arrivi in Regione a chiedere che lo smantellamento dei reparti venga
fermato immediatamente insieme al trasferimento di lavoratori e
pazienti, e per pretendere un tavolo tecnico in cui i cittadini possano
partecipare alla decisione sul futuro dell’ospedale.
L’appuntamento è per lunedì 24 ottobre alle ore 9:30 all’ospedale San Gennaro.
#OperazioneSanGennaro
mobilitazione del Rione ha attirato l’attenzione del Governatore De
Luca. Nelle sue dichiarazioni il Presidente della Regione Campania ha
negato la chiusura del San Gennaro, tacendo però delle trasformazioni
che come si diceva sopra uccidono quello che nei fatti smetterebbe di
essere un ospedale, per poi rifiutarsi di incontrare i cittadini del
quartiere, se non attraverso una rappresentanza formale composta da
parroci e istituzioni municipali.
L’assemblea del presidio permanente, di cui lo stesso presidente della
municipalità fa parte, non ha voluto scendere a compromessi rispetto a
una delegazione che non avrebbe rappresentato la ricchezza democratica
che ha animato la mobilitazione di questi giorni e che ha visto scendere
in piazza cittadini del quartiere, attivisti, e reti solidali
provenienti da altre zone della città. Così si è scelto di portare la
lotta a un livello successivo chiamando un corteo che dal Rione Sanità
arrivi in Regione a chiedere che lo smantellamento dei reparti venga
fermato immediatamente insieme al trasferimento di lavoratori e
pazienti, e per pretendere un tavolo tecnico in cui i cittadini possano
partecipare alla decisione sul futuro dell’ospedale.
L’appuntamento è per lunedì 24 ottobre alle ore 9:30 all’ospedale San Gennaro.
#OperazioneSanGennaro
Qui il link all'evento Facebook del corteo
Qui il link alla pagina Facebook del presidio permanente
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