Gli sfidanti sono il conservatore Jorge
Alessandri e il democristiano Radomiro Tomic. Allende prende più voti di
tutti e il Congresso Nazionale ratifica la sua elezione a presidente.
Per il momento Nixon non può farci niente. E’ il primo candidato
marxista ad essere eletto democraticamente in un paese del Sudamerica.
La posizione degli Stati Uniti in merito allo svolgersi della
legislatura di Unidad Popular, viene ben espressa dal segretario di
stato Henry Kissinger durante le elezioni: “L’irresponsabilità di un
popolo scellerato che pone le basi per il socialismo, non deve essere
tollerata. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni
possano essere lasciati soli a decidere….”. E’ solo questione di tempo, e
se Allende vuole modificare fattivamente la situazione del paese deve
fare in fretta. Il primo anno di mandato è di instancabile lavoro.
Pur non professando una dottrina socialista delle più radicali il
governo Allende riesce in breve a farsi amare dal popolo e odiare da
tutti quegli imprenditori, stranieri e cileni, i cui interessi vengono
fortemente minati dalle sue politiche. Nazionalizzazione delle miniere
di rame, delle principali industrie e dei latifondi di proprietà
straniera, riforma agraria, sospensione del pagamento del debito estero,
tassa sulle plusvalenze e aumento dei salari di base.
Nessuno è come sembra, ma dobbiamo mantenere le apparenze per sopravvivere
giovedì 6 settembre 2018
Pestaggio di ferragosto a Trappeto: è stato un raid razzista
casa originale dell'articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/pestaggio-di-ferragosto-a-trappeto-e-stato-un-raid-razzista/
Il pestaggio ai danni di sei minori stranieri non accompagnati, avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 agosto sulla spiaggia di Ciammarita a Trappeto (Palermo), ha un chiaro movente razzista. Le indagini coordinate dal pm e condotte dai carabinieri della compagnia di Partinico hanno portato all’arresto di sette persone, tra cui due donne. Gli indagati sono accusati di lesioni aggravate e violenza privata e di avere agito con la “finalità dell’odio etnico e razziale”. Quattro sono adesso in carcere, mentre per tre di loro sono scattati gli arresti domiciliari.
Il gruppo di minori, lo ricordiamo, era seduto su un muretto del lido di Ciammarita con un’educatrice della comunità alloggio ‘Mediterraneo’, in attesa dell’autobus per rientrare a casa, dopo una serata in spiaggia. Alcune persone, poco distanti, hanno notato i ragazzi e hanno cominciato ad insultarli con frasi razziste e poi a picchiarli con accanimento. Quando questi sono riusciti a mettersi in salvo sull’autobus, le stesse persone, a bordo di alcune auto, hanno inseguito il furgone Fiat Scudo su cui si trovavano, speronandolo e bloccandolo. Una ventina di persone ha circondato il mezzo. Ed è così iniziata una colluttazione terminata con il pestaggio. “Neri di me…, dovete morire entro stasera vi ammazziamo tutti, falli scendere – hanno gridato all’educatrice – che li porti in comunità tutti morti”. Puntando una pistola verso i ragazzi, uno degli aggressori ha detto: “Scendete devo uccidervi tutti perché ho la pistola”. Le vittime, tutti cittadini gambiani, sono state colpite con bastoni di legno, pietre e mazze di ferro. L’educatrice, anche lei strattonata con forza, ha provato a chiamare le forze dell’ordine, ma alcune donne le hanno strappato il telefono dalle mani. Solo dopo diversi minuti, la donna è riuscita a scappare e anche i giovani stranieri sono fuggiti a piedi. Tutte le vittime hanno riportato lesioni e contusioni con prognosi tra i quattro e i venti giorni. I responsabili della comunità hanno presentato una formale denuncia, che a seguito delle indagini, ha condotto agli arresti degli aggressori.
Alcuni testimoni hanno raccontato agli investigatori che le vittime dell’aggressione hanno tentato di fermare gli autori del raid, dicendo loro: “Siamo giovani come voi e siamo qui per divertirci”. Ma più tentavano di riportarli alla calma, e più li picchiavano con accanimento.
Molto dure le parole del gip nella misura cautelare che parla di un’aggressione “dettata da abiette finalità di discriminazione razziale” e “posta in essere con modalità brutali e ripugnanti rispetto al comune sentire e alle più elementari regole del vivere civile”. “E’ ben possibile affermare la sussistenza negli aggressori, soggetti con raro livello di incultura, di un pregiudizio di ordine razziale, in forza del quale ai giovani extracomunitari, proprio in ragione del colore della loro pelle, non fosse consentito divertirsi, al pari degli altri, durante la notte di Ferragosto”, scrive ancora il gip nell’ordinanza. “Chiara è la formulazione di una minaccia di morte”, pronunciata da alcuni di loro nei confronti della educatrice della comunità.
Solo un mese prima, il 26 luglio, un giovane senegalese di 19 anni era stato brutalmente picchiato mentre si trovava davanti a un bar, sempre a Partinico (ne abbiamo parlato qui). La sua sola “colpa” per gli aggressori, era quella di essere “nero”. Ed anche in quel caso, con buona pace di chi tende sempre a banalizzare questo tipo di aggressioni, si è trattato di puro razzismo.
L’equipaggio di un peschereccio tunisino arrestato in Italia mentre prestava soccorso in mare
di Valentina Zagaria*
Il Signor Chamseddine Bourassine, presidente dell’associazione di pescatori Zarzis le Pecheur APDE e del Réseau de la Pêche Artisanale, è stato arrestato dalle autorità italiane con altri cinque pescatori a Lampedusa sabato 1° settembre.
Dopo aver avvistato un’imbarcazione con il motore rotto che trasportava 14 persone, i pescatori hanno chiamato la Guardia Costiera italiana, che ha assicurato che si sarebbe occupata del caso.
Ma dopo ore di ritardo, i pescatori hanno deciso di avvicinare la barca a Lampedusa, da dove le autorità italiane di competenza si stavano muovendo. Sapendo di non poter prendere i 14 migranti a bordo della propria barca, i pescatori tunisini - i quali, lavorando vicino alle acque libiche, sono spesso i primi a soccorrere le imbarcazioni in difficoltà - hanno trascinato il naviglio in panne fino a circa 24 miglia da Lampedusa, di modo che fosse soccorso dalle autorità italiane. Ma la Guardia di Finanza, dopo aver prelevato i 14 migranti, ha arrestato violentemente i sei pescatori. Questi ultimi sono stati reclusi nella prigione di Agrigento. Per cinque giorni gli è stata negata ogni comunicazione con le loro famiglie.
Essendo Zarzis il porto tunisino più vicino alla Libia, i pescatori del posto si trovano da oltre dieci anni in prima linea nei soccorsi. L’associazione Zarzis le Pêcheur è quindi nata nel 2011, subito dopo la rivoluzione tunisina, per creare una rete di sostegno e migliorare la difficile situazione del settore della pesca artigianale. Negli anni, l’associazione e il suo presidente, Chamseddine Bourassine, sono diventati figure di riferimento nel sud tunisino e hanno cominciato a far parte di progetti internazionali, tra i quali il progetto NEMO del CIEHAM-Bari finanziato dalla Cooperazione Italiana.

- Chamseddine Bourassine e Slaheddine Mcharek nella sede dell’associazione Zarzis Le Pecheur APDE (Foto: Valentina Zagaria)
Nell’estate del 2015, l’associazione Zarzis Le Pêcheur ha partecipato a formazioni su primo soccorso in mare e gestione delle spoglie (offerte da Medici Senza Frontiere), mentre nel 2018 è stata nominata per il premio Nobel per la pace ("The righteous of the Mediterranean Sea - For the humanitarian marine rescue of migrants").
L’estate scorsa, l’associazione ha inoltre bloccato l’attracco della “crociera” di estrema destra C-star al porto di Zarzis, organizzando una manifestazione pacifica contro il razzismo.
I pescatori di Zarzis hanno tenuto una protesta la mattina del 3 settembre per chiedere la liberazione dei loro colleghi, e hanno inviato una lettera all’Ambasciatore d’Italia in Tunisia con 500 firme dei pescatori membri di Zarzis Le Pêcheur per richiedere il rilascio dell’equipaggio.
Il 6 settembre, a Tunisi, si terrà una manifestazione di fronte all’ambasciata italiana per chiedere la liberazione di Chamseddine Bourassine e dei cinque pescatori.
Il 6 settembre, a Tunisi, si terrà una manifestazione di fronte all’ambasciata italiana per chiedere la liberazione di Chamseddine Bourassine e dei cinque pescatori.
* Valentina Zagaria è dottoranda presso il Dipartimento di antropologia della London School of Economics and Political Science. Ha condotto ricerche a Lampedusa e in Sicilia dal 2011 e si è trasferita in Tunisia nel luglio 2015 per iniziare il lavoro su campo per la sua tesi. La sua ricerca si concentra sulle morti ai confini nel Mediterraneo e sui modi in cui gli abitanti delle zone di frontiera in Italia e Tunisia si organizzano e si relazionano con i loro stati a seguito di queste tragedie.
https://www.meltingpot.org/L-equipaggio-di-un-peschereccio-tunisino-arrestato-in.html#.W5D0mOgzZqPmercoledì 5 settembre 2018
Taser e sgomberi: simboli e riti delle politiche di guerra dei populismi
nazisti e gli altri capi fascisti puntavano, sì, sulla efficacia della parola, ma perfino in questo caso i loro discorsi adempivano più a una funzione liturgica che a costituire un’esposizione didascalica dell’ideologia. La parola detta si integrava con i riti culturali e,in realtà, quello che veniva detto finiva per diventare meno importante dello scenario e dei riti che facevano da contorno al discorso. (George L. Mosse, La nuova politica)
Con non poca enfatizzazione è stato dato l’annuncio della “svolta” che dal 5 settembre vedrà la “sperimentazione” del taser in numerose città italiane. Una sperimentazione che, con ogni probabilità, verrà estesa all’intero Paese. A un primo sguardo potrebbe apparire come un “semplice” salto tecnologico finalizzato alla gestione dell’ordine pubblico. Un salto sicuramente repressivo ma che, tutto sommato, rientra nella logica delle cose. I tonfa, i nuovi gas lacrimogeni, le sostanze urticanti non sono stati qualcosa di diverso. Volta per volta, l’apparato repressivo statuale, si dota di innovazioni tecnologiche al fine di reprimere in maniera sempre più efficace ogni forma di insubordinazione. Del resto che oggi la guerra, pur con gradi e intensità diverse, sia una guerra contro la popolazione è qualcosa che si ritrova in un qualunque manuale di “studi strategici”. Al di là degli avveniristici e sempre più improbabili scenari da “guerre stellari”, ciò con cui il “pensiero strategico” fa ormai da anni i conti è la guerra di bassa soglia condotta in ambito urbano contro i civili.
Louis A. Di Marco, tenente colonnello dell’esercito statunitense e insegnate all’Army Command and Staff College - dove tiene corsi dedicato ai combattimenti in centri urbani e alle guerre nel Medio Oriente - ha dato alle stampe, già nel 2012, un interessante volume, La guerriglia urbana. Da Stalingrado all’Iraq il quale non poco ha a che vedere con ciò. In questo volume, che rispecchia tutto l’interessamento che il “pensiero strategico” statunitense riversa nei confronti dei conflitti contro i civili in ambito urbano, l’autore identifica lo scenario proprio della guerra contro la popolazione come lo scenario prevalentemente assunto dalla forma – guerra nel presente. Sulla scia di ciò, l’impiego a tempi brevi e su ampia scala del taser, è una notizia che potremmo definire persino di routine. Molto più utile e interessante, invece, diventa osservare a cosa è stata associata. Insieme al taser entreranno in vigore una serie di provvedimenti contro tutte le “occupazioni abusive”. Apparentemente sembrerebbe difficile trovare un nesso logico e immediato tra i due provvedimenti ma, a una osservazione un poco più attenta, le cose assumono non solo un altro aspetto ma la correlazione si fa persino evidente. Si annuncia l’utilizzo del taser e, in contemporanea, si apre la “campagna d’autunno” contro i senza casa, i centri politici “abusivi”, i poveri e, perché sicuramente tra i senza casa e i poveri gli immigrati saranno numerosi, gli stranieri. In questo senso il taser, da strumento tecnologico, si fa indicatore politico:la guerra la facciamo e ci rafforziamo per condurla al meglio. Questo il messaggio, neppure troppo velato, che il potere politico sta dando. Su questo passaggio pare utile e doveroso provare a ragionare poiché, a partire da un fatto apparentemente minimale, è possibile aprire un ragionamento su quanto si sta dipanando davanti ai nostri occhi. È possibile provare a cogliere la progettualità strategica di ciò che comunemente definiamo come populismo.
Si è soliti dire che il Governo gialloverde in questi mesi non ha fatto nulla. In realtà ha fatto tantissimo. Difficile, infatti, non vedere quanto questo Governo sia stato in grado di delineare il nemico e, a partire da ciò, quanto consenso abbia ulteriormente acquisito per la formalizzazione di autentiche politiche di guerra. In fondo questo è l’unico vero mandato che il Governo ha. Perché? Proviamo a dare, o per lo meno a ipotizzare, una risposta. Chiediamoci che cos’è il populismo e perché è in grado di suscitare tanta approvazione e consenso nonostante, a conti fatti, sul piano materiale abbia restituito o dato poco o nulla a quel popolo del quale si riempie la bocca in continuazione. Non dimentichiamo, però, che, ancor più della teoria, l’ideologia, una volta che le masse se ne sono impossessate, diventa forza materiale.
Cominciamo, intanto, col vedere contro chi questi stanno avendo ragione. Verrebbe da dire l’Europa, e tutto ciò che ha significato, ma sarebbe una risposta troppo generica. Concretamente i populismi stanno avendo ragione di quel modello sociale fondato sulla classe agiata o elite transnazionale il cui progetto strategico era liberarsi delle “società di massa” e, con queste, delle masse stesse. L’utopia, perché a conti fatti di ciò si tratta, di questa elite era inaugurare un corso storico dove la “questione sociale” veniva del tutto rimossa. Un mondo di neoaristocratici globali contornati da una moltitudine di servi territorializzati. Idea non particolarmente originale poiché, a ben vedere, le medesime retoriche erano state appannaggio delle elite del primo Novecento. Tutta la critica, neoaristocratica, che fa da sfondo alla teoria politica e filosofica degli inizi del Novecento mira esattamente a ciò. Il povero Nietzsche, che gli stolti annovereranno tra i precursori del nazismo, in realtà non era altro che il cantore, più fine, acuto e suggestivo, dellanuova aristocrazia cosmopolita. Per Nietzsche la nuova classe di dominatori, i ben nati del tempo, i nuovi barbari sono esattamente quella elite borghese che ipotizza di esercitare il suo dominio senza dover in alcun modo tenere a mente la “questione sociale” e tutto ciò che questa si porta appresso. Tradotto in epoca contemporanea Marchionne e non Salvini incarnerebbe al meglio la figura del barbaro dominatore.
Sappiamo che il nazionalsocialismo è stata la risposta reazionaria di massa ai fautori del dominio dell’elite cosmopolita. Il plebeo Rosemberg sostituì l’aristocratico Nietzsche e, in tal modo, la “società di massa” ritornò a essere coprotagonista della realtà politica e sociale. Il che non avvenne dall’oggi al domani. Quel processo per il quale Mosse ha coniato quel folgorante e sintetico nazionalizzazione delle masse è stato il frutto di un brusio che, per quanto inavvertito e invisibile alle elite, ha avvolto la società, non solo in Germania ma anche in Francia e in Italia, sino a porre in campo un ordine discorsivo che faceva del mitologema del volk l’essenza di ogni cosa.
Discorso plebeo, straccione profondamente anti intellettuale, ancorché portato avanti da intellettuali rancorosi che non erano riusciti a farsi spazio tra i circoli della elite, costruito intorno alla idealizzazione del popolo, delle tradizioni, del bel mondo che fu e, soprattutto, attraverso una narrazione in grado di trovare un colpevole alle miserie del presente; questo discorso riuscì a farsi politicamente egemone tanto che, le elite, dovettero ben presto farlo proprio pagando, per quanto minimo, un prezzo alla società di massa. Centrale, in questo processo, è stata proprio la capacità di contrapporre continuamente la bellezza e la bontà del popolo a tutto ciò che gli si mostrava, o così poteva sembrare, estraneo. Il nazionalsocialismo, nella sua irresistibile ascesa, non fece altro che giocare su questi elementi: il popolo e la sua narrazione da un lato, il nemico dall’altro.
Tutto ciò ha a che vedere con quanto dovrebbe andare in scena a breve? La risposta è sì. Non dobbiamo mai dimenticare che, il popolo dei populisti è un popolo immaginato, un popolo che si inventa e reinventa in continuazione e che non ha alcuna connotazione di classe. Essere popolo significa rimarcare una differenza, significa non tanto essere ma soprattutto non essere il nemico. Significa non essere straniero, significa non essere povero, significa, come l’ultimo stupratore di Parma, essere regolare e integrato quindi non sfigato. Significa non essere omosessuale, significa essere credente del Verbo giusto. Significa non essere un “artista di strada”, significa non essere intellettualizzato e colto, significa considerare le donne un “terreno di caccia” e così via. Aggiungerei anche cacciatore ma potrebbe essere una mia forzatura animalista. Il suo essere positivo è sempre giocato attraverso una negazione, non sono come loro. Questo popolo può esistere solo se, dinanzi a sé, riesce a concretizzare l’altro, il nemico. Dentro questo processo siamo immessi. Mercoledì 5 settembre, di tutto ciò, ne rappresenterà un ulteriore passaggio. Loro, il bersaglio, verrà ulteriormente messo a fuoco. Il taser, e il suo possibile utilizzo, diventa così la concretizazione empirica del noi
Rimane da chiedersi: ma tutto questo per cosa? Qual è il progetto che si sta coltivando? Veramente siamo di fronte al risorgere del nazionalismo? Dietro l’angolo c’è la nuova “Marcia su Roma” o l’incendio del Reichstag? Il fascismo è alle porte? Porre le cose in questo modo sarebbe però sbagliato. La storia non si ripete se non altro perché i contesti concreti e materiali non possono ripresentarsi nella stessa maniera. Ciò che, invece, può reiterarsi è una certa “aria di famiglia” ma, sicuramente, al di fuori di un contesto perimetrato intorno al nazionalismo. Oggi, più sensatamente, più che di nazionalizzazione delle masse pare sensato parlare di europeizzazione delle masse. In altre parole ciò che può ipotizzarsi è l’affermazione reazionaria della “società di massa” su scala Europea. Ipotesi eccentrica? Non troppo. È nella natura dell’imperialismo, indipendentemente dai suoi originari intenti, assumere un carattere transnazionale. Lo stesso nazionalsocialismo, in apparenza il massimo del nazionalismo, si ritrovò, strada facendo, a “pensare” in termini di Europa nazionalsocialista. In merito il “testamento politico” di Göring non lascia molti dubbi al proposito. Sulla scia di ciò la destra radicale, già negli anni ’50 del secolo scorso, parlò inequivocabilmente di Europa Nazione, non a caso l’utilizzo della celtica nasce proprio come simbolo Continentale e post – nazionale. Di ciò i populismi più che la continuazione ne rappresentano una filiazione. Ciò che stanno ipotizzando è un’altra idea di Europa, non di Nazione, bensì un Europa imperialista non governata nella logica esclusiva e utopica delle elite ma fondata sulla europeizzazione reazionaria delle masse. Per questo, tornando a taser, sgomberi e dintorni occorre prendere molto sul serio la presunta inazione del Governo. Questo Governo agisce, fin troppo, in direzione della guerra. Il 5 settembre ne incarna una non secondaria tappa.
Emilio Quadrelli
Emilio Quadrelli
Finché stanno coi piedi davanti nessun problema
Sarà che bisogna affezionarsi poco alle grandi identità collettive, che vanno guardate con sospetto perché non è mica vero che abbracciano tutti. Tutt’al più anzi strozzano qualcuno. Poi finisce che a vestire i panni della repubblica antifascista o “del paese normale in cui certe cose non dovrebbero succedere” ti trovi a fianco chi a fianco non vorresti avere perché... perché poi in questo paese fin troppo normale il mondo da cui provieni è quello degli a-normali. È quel giudizio che grava sulla testa di ogni proletario ben prima di ogni sentenza.
Il presidente Pigliaru e Vice si preoccupano di come sia difficile applicare la legge Mancino. Insomma gli ipocriti di ogni categoria vogliono vederci chiaro sui funerali di quel repubblichino del prof. Todini che stava ancora annidato all’università di Sassari. Tutti i ferventi antifascisti, pure quelli sinceri, ci spiace, condividono questa opinione. Ma cosa ci sarà da chiarire... È tutto trasparente: i fascisti hanno onorato un loro morto. Che problema c’è a dirsi questa cosa? Dirselo negli occhi, con serenità, perché chi ha creduto mai che non esistessero più perché fuori-legge, i fascisti?
È chi ci ha fatto vestire quei panni troppo stretti delle sue istituzioni che è venuto a raccontarci questa storiella. È chi non ha mai dovuto fare i conti con i fascisti che ha creduto fossero un problema superato che ora riemerge come sbaglio della storia la quale, con la sua proverbiale ironia, risveglia le coscienze antifasciste proprio quando un fascista muore. Memorandum: in queste occasioni, quando un fascista muore, come nel caso del camerata Todino, bisogna essere contenti non preoccupati.
Va detto più brutalmente. A noi non urta la loro celebrazione, i funerali a Sassari, le braccia tese ad Acca Larentia. Non abbiamo da mettere le mani avanti. Non urta perché sentiamo che chiunque empatizza più con una fede non domata che con i valori dominanti. Non c’è partita tra la libertà e la legge, questa rincorrerà sempre la prima e la nostra parte non è quella della legge. Il problema è un altro. Il problema è prendersi la libertà di non volerceli avere in mezzo ai coglioni i fascisti da vivi, il problema è restare fedeli all’odio che portiamo loro senza pensare a dove sia il 113.
martedì 4 settembre 2018
Nessun copyright su Stefano Cucchi
Puntuali come le tasse, arrivano le prime minacce contro la proiezione
del film “Sulla mia pelle” la storia degli ultimi 7 giorni di Stefano
Cucchi, ragazzo romano ucciso dai carabinieri il 22 ottobre del 2009
durante la custodia cautelare. Come faremo a proiettare un film ancora
nelle sale? Semplice, la produzione del film ha venduto i diritti anche a
“Netflix”, impresa operante nella distribuzione di contenuti
audiovisivi su internet. Per avere il file basta avere l’account della
piattaforma. Bella contraddizione vendere i diritti sia ai Cinema
d’essai sia ad una multinazionale del Web. Il 12 settembre potrete
decidere se andare al cinema a 5,6,7 €, utilizzare il vostro
abbonamento, oppure partecipare alle tante proiezioni gratuite lanciate
in tutta Italia. Netflix è sbarcata in Italia nel 2015, e oggi ha una
media di 800mila abbonamenti mensili. Molte formule di abbonamento
prevedono la possibilità di installare la piattaforma su più
dispositivi, ergo, milioni di persone nel nostro paese accedono al
servizio “Netflix” a prezzi ben più concorrenziali dei Cinema d’essai.
Useremo questo cortocircuito della distribuzione cinematografica per
riprenderci, senza pagare, il diritto a usufruire di alcune possibilità
che sono concesse solo dietro pagamento, e lo faremo pubblicamente,
mettendoci la faccia e fortunatamente, sembra, con un discreto seguito.
In poche ore nella giornata di giovedì 27 agosto decine di realtà
sociali in Italia hanno lanciato appuntamenti pubblici per vivere
collettivamente la visione del film sulla traumatica morte di Cucchi. La
storia di Stefano è la realtà quotidiana della violenza poliziesca nel
nostro paese, non un thriller holliwoodiano e tanti e tante hanno
sentito, opportunamente, l’esigenza di divulgarlo in ambiti pubblici.
Nella giornata del 31 agosto “Netflix Italia” ha contattato tutti gli
organizzatori per ricordarci che il pagamento del canone mensile non
permette la distribuzione “commerciale” dei prodotti audiovisivi, pena
violazione del copyright e del diritto d’autore. Grazie “Netflix
Italia”! ma già lo sapevamo, la nostra non è una proiezione a scopo
commerciale ma un momento per ricordare la morte di Stefano Cucchi.
Alcune ferite, alcune storie, non sono commerciabili o, almeno, non per
noi. L’amministrazione italiana della piattaforma on-demand ha la faccia
tosta di chiederci denaro o l’annullamento delle proiezioni, quando nel
2017 hanno fatturato “appena” 11.69 MILIARDI di $, con 559 milioni di
utili per 5400 dipendenti. Quanto pagano di tasse? 0,000 €. Oltre a
questi avidi affaristi della “Silicon Valley” siamo stati contattati
dagli “addetti ai lavori” del morente, lo scriviamo con sincero
dispiacere, Cinema d’autore. Ci hanno scritto per sottolineare le
violazioni dei diritti d’autore, tacciandoci di minare i diritti dei
lavoratori e delle lavoratrici del mondo del cinema, sperando di
illuminarci sulle contraddizioni delle nostre azioni. Chiunque abbia
lavorato nell’ambito culturale, dai beni artistici al cinema, passando
per il teatro sa perfettamente che il proprio nemico è il costante
de-finanziamento di qualsivoglia attività culturale. Le condizioni dei
“lavoratori della cultura” sono pessime, votate alla crescente
precarietà, attraverso pratiche di sfruttamento e ricatto che non
conoscono confini di categoria. Biblioteche aperte 6 ore al giorno,
musei il cui ingresso costa spesso due ore del nostro lavoro, teatri e
cinema in stato di abbandono o, laddove resistono, con prezzi non
accessibili. Se si osserva il bilancio del Mibact, (Ministero dei beni e
delle attività culturali e del turismo) vi si nota, che dal 2000 ad
oggi, i fondi sono stati ridotti del 26%, un taglio di 600 milioni di €
tondi tondi (in fondo trovare link bilanci Mibact). I mondi della
cultura e del turismo pesano sul bilancio statale lo 0.19%, ripetiamo
0,19% del PIL. Coloro che sono realmente interessati alla sopravvivenza
del cinema d’autore, creativo, di nicchia, non unicamente votato alla
commercializzazione, dovrebbero, insieme a noi, chiedere e rivendicare
maggiori investimenti. Questi stessi investimenti arrivano invece dalle
multinazionali “cool” alla “Netflix” che vi offre il suo denaro mentre
con gli altri oligopolisti del settore, elimina rapidamente tutto ciò
che non è immediatamente fruibile e commerciabile per un pubblico il più
ampio possibile. Cari amici del cinema d’autore avete sbagliato
bersaglio. Mentre Università, scuola, ricerca, sanità, teatro e cinema
sembrano non contare molto per chi amministra il paese, c’è una voce nel
bilancio statale che non conosce crisi economica, quella della
“difesa”. Nel 2018 si prevedono investimenti per 25 miliardi di € cioè
l’1.4% del Pil. Sedici volte ciò che viene speso per i beni culturali.
Chi sarebbe il problema dei lavoratori e delle lavoratrici del cinema? I
giovani e le giovani che si organizzano per stare in compagnia e vedere
dei film senza dover spendere soldi, che non hanno, oppure le continue
scellerate scelte politiche volte ad arricchire e finanziare le solite
persone nei soliti settori? Chi ci governa preferisce la guerra alla
cultura e ce lo ricorda ogni anno attraverso il bilancio dello Stato e
le tante storie come quella di Stefano.
4 settembre 1970: Allende, el pueblo te defiende!
E’ il 4 di settembre 1970. La coalizione di sinistra Unidad Popular (che raggruppa Partito Socialista, Partito Radicale, Partito Comunista e Movimento de Acciòn Popular Unitario con l’appoggio esterno di tutti i sindacati) vince le elezioni in Chile. Il candidato si chiama Salvador Allende Gossens. Non è la prima volta che Allende cerca di portare le ragioni dei lavoratori cileni all’interno del palazzo presidenziale de La Moneda. Ma non è necessariamente ovvio che pur avendo la maggioranza di voti si possa andare a ricoprire posti di potere in un paese che ospita una buona fetta di grandi interessi stranieri. USA e non. Così il medico di Valparaiso ha già perso le elezioni del ’58, per il 3 per cento. E quelle del ’64. Questa volta no.
Quello che quasi nessuno può tollerare nelle
Americhe e in Europa è che il Chile sia diventato d’un tratto il miglior
compagno di Cuba, con cui aveva giurato di chiudere ogni rapporto dal
’62 (siglando, in merito,una dichiarazione dell’Organizzazione degli
Stati Americani). I rapporti con Castro e l’URSS si fanno stretti, e sia
da La Habana che da Mosca giungono preoccupazioni per l’assenza di una
politica di rinnovamento militare da parte del nuovo governo cileno.
Allende da parte sua è convinto che il paese riuscirà a far fronte
all’embargo e alle intromissioni straniere senza dover riccorrere
all’uso della forza.
Il 1973 è l’anno della fine. Il prolungato
sciopero dei camioneros, foraggiati dalla CIA, e diversi tentativi di
colpo di stato mettono il governo in ginocchio. Il tentativo del
presidente è di placare il malcontento dei militari con diversi rimpasti
che li includano nel governo. Ma l’11 settembre un golpe militare
guidato da Augusto Pinochet, appena nominato generale dallo stesso
Allende, pose fine alla via cilena per il socialismo e alla speranza che
una rivoluzione potesse ancora darsi per mezzo delle istituzioni dello
stato.
sabato 18 agosto 2018
#Notinmyname: in Belgio le proteste contro la riapertura dei centri di detenzione
Sta suscitando tantissima indignazione in Belgio la decisione del governo di centro centra a guida del primo ministro Charles Michel di riaprire i centri di detenzione per i migranti da rimpatriare dopo il rigetto delle domande di regolarizzazione. Partiti di opposizione al governo e il mondo associativo denunciano il “ritorno al passato” e a un modus operandi che la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo e dell’Infanzia aveva già condannato in passato.
I centri di permanenza e detenzione belgi sono destinati ad ospitare anche intere famiglie, bambini compresi. Ed è al primo fermo di una famiglia serba con 4 bambini, avvenuto martedì 13 agosto che le associazioni hanno tempestivamente risposto con diverse manifestazioni. La più partecipata è stata quella che si è svolta a Bruxelles (fotografie) organizzata nei pressi della celebre statua del Menneken Pis, che rappresenta un ragazzino intento a far pipì, in pieno centro cittadino. “Non si arrestano i bambini”, #notinmyname, #NoOneIsIllegal #NonAuxCentresFermés era scritto sui cartelli e gli striscioni del corteo di circa 2.500 persone che sono scese in piazza contro questa disumana disposizione.
A seguire la traduzione di alcuni articoli di rassegna stampa.
I centri di permanenza e detenzione belgi sono destinati ad ospitare anche intere famiglie, bambini compresi. Ed è al primo fermo di una famiglia serba con 4 bambini, avvenuto martedì 13 agosto che le associazioni hanno tempestivamente risposto con diverse manifestazioni. La più partecipata è stata quella che si è svolta a Bruxelles (fotografie) organizzata nei pressi della celebre statua del Menneken Pis, che rappresenta un ragazzino intento a far pipì, in pieno centro cittadino. “Non si arrestano i bambini”, #notinmyname, #NoOneIsIllegal #NonAuxCentresFermés era scritto sui cartelli e gli striscioni del corteo di circa 2.500 persone che sono scese in piazza contro questa disumana disposizione.
A seguire la traduzione di alcuni articoli di rassegna stampa.
Segui: Manneken Pis Solidaire
Migranti: una prima famiglia con bambini condotta al 127bis
I bambini hanno tra 1 e 6 anni. Il collettivo #NotInMyName denunciano: “una misura disumana”
Le Soir.be, 14 agosto 2018
Le Soir.be, 14 agosto 2018
Una prima famiglia con bambini è stata condotta in mattinata al centro 127bs, a Steenokkerzeel, in vista dell’espulsione dal Paese.
Si tratta di una famiglia originaria della Serbia, che comprende 4 bambini tra gli 1 e i 6 anni, ha confermato l’Ufficio per gli Stranieri. Respinte le due domande di regolarizzazione inoltrate nel 2010 e nel 2011, come pure quella di asilo depositata nello stesso periodo, la famiglia, priva di titolo di soggiorno, era stata sistemata in “maison de retour” in attesa del rimpatrio previsto nel marzo e poi nel dicembre 2017. Sistemazione dalla quale ogni volta è fuggita.
Il padre di famiglia è stato condannato in passato a 37 mesi di prigione per furto aggravato.
“Abbiamo appreso che una famiglia è stata incarcerata questa mattina (…) Nulla giustifica che si arrestino persone per questioni amministrative. Men che meno minorenni” ha comunicato rapidamente il collettivo #NotInMyName, che ha indetto una manifestazione per mercoledì 15 agosto a Bruxelles, davanti al Manneken Pis per denunciare “la misura disumana”.
Le unità familiari del centro dovrebbero continuare ad “accogliere” altre famiglie durante le prossime settimane. Anche se “nessuna famiglia è stata perseguita nello specifico per il momento, l’Ufficio assicura che sono molte quelle che sono scappate dalle “maison de retour”. Nel solo 2016, 51 famiglie sono fuggite di fronte alla loro espulsione dal Belgio.
Famiglia detenuta al Centro 127bis: azione di protesta di Amnesty International
Una prima famiglia con figli minorenni è stata trasferita martedì mattina al Centro 127bis di Steenokkerzeel.
Amensty International ha lanciato nel pomeriggio un’azione di protesta contro il fermo, nel parco Reale, nei pressi del Gabinetto del Primo Ministro in Rue de la Loi. “Non si arresta un bambino. Punto”: è lo striscione che è stato affisso durante la manifestazione. “Siamo qui per chiedere al Belgio di mettere fine alla ripresa di questa pratica di detenzione dei bambini migranti. Abbiamo l’impressione che il Belgio torni al passato, dal momento che dopo le condanne ricevute dalla Corte Europea per i Diritti Umani nel 2010 e nel 2011 aveva giocato un ruolo di precursore in materia, sviluppando alternative. Abbiamo voluto reagire simbolicamente ed essere davanti alla sede del Primo Ministro perché ascolti il nostro messaggio. Speriamo che il messaggio venga ascoltato anche dalla popolazione. Arrestare i bambini è qualcosa di intollerabile e sconvolgente” ha dichiarato una rappresentante di Amnesty alla RTBF.
Amensty International ha lanciato nel pomeriggio un’azione di protesta contro il fermo, nel parco Reale, nei pressi del Gabinetto del Primo Ministro in Rue de la Loi. “Non si arresta un bambino. Punto”: è lo striscione che è stato affisso durante la manifestazione. “Siamo qui per chiedere al Belgio di mettere fine alla ripresa di questa pratica di detenzione dei bambini migranti. Abbiamo l’impressione che il Belgio torni al passato, dal momento che dopo le condanne ricevute dalla Corte Europea per i Diritti Umani nel 2010 e nel 2011 aveva giocato un ruolo di precursore in materia, sviluppando alternative. Abbiamo voluto reagire simbolicamente ed essere davanti alla sede del Primo Ministro perché ascolti il nostro messaggio. Speriamo che il messaggio venga ascoltato anche dalla popolazione. Arrestare i bambini è qualcosa di intollerabile e sconvolgente” ha dichiarato una rappresentante di Amnesty alla RTBF.
La polizia è arrivata dopo pochi minuti e i militanti della Amnesty International ha sciolto il presidio.
L’Unicef è “costernata”
“L’Unicef è costernata di fronte alla decisione presa dal governo belga di arrestae un bambino insieme ai suoi genitori nel centro di permanenza di Steenokkerzeel e di privare così di libertà l’intera famiglia.” Ha dichiarato martedì Olivier Marquet, direttore dell’UnicefBelgique.
“Il Belgio aveva deciso nel 2008, dopo diverse condanne da parte della Corte Europea e diverse azioni delle organizzazioni per i Diritti dell’Uomo e dell’Infanzia, di smetterla con le detenzioni dei figli di immigrati nei centri di permanenza” prosegue. “Perché si torna indietro? Per l’Unicef, la detenzione di un bambino sia esso figlio di migrante o meno è inaccettabile” ricorda.
Politiche migratorie: più di 1.200 manifestanti a Bruxelles contro l’arresto dei bambini
1200 secondo la polizia, 2500 secondo gli organizzatori, le persone che hanno manifestato mercoledì pomeriggio (15 agosto) a Bruxelles contro la detenzione dei bambini e la politica migratoria del governo belga, considerata “indegna”.
Simbolicamente la manifestazione, indetta da un collettivo cittadino denominato “#NotInMyName” (non in mio nome), è stata organizzata nei pressi della celebre statua del Menneken Pis, che rappresenta un ragazzino intento a far pipì, in pieno centro cittadino.
“Fino ad oggi era il solo bambino in Belgio dietro le sbarre (una rete a protezione della statua, ndr), adesso è il governo a decidere di mettercene altri”, ha spiegato all’AFP (agenzia di stampa francese) Florence, una rappresentante del movimento, che preferisce non dire il dire il suo cognome.
Il riferimento è alla recente apertura, con ordinanza reale dell’11 agosto scorso, di un centro di permanenza per l’accoglienza delle famiglie straniere in situazione irregolare e in attesa di espulsione dopo il respingimento della richiesta di asilo.
Conosciuto in Belgio come il “centro chiuso 127bis”, la struttura situata in prossimità dell’aeroporto Bruxelles-Zaventem è stata denunciata dai partiti di opposizione (PS, Verdi e partiti di centro) e dalle associazioni.
Le critiche si sono moltiplicate dopo l’accoglienza presso il centro della prima famiglia avvenuta martedì scorso. Si tratta di una famiglia serba in situazione irregolare, con quattro figli, accusata di essere scappata più volte dalle strutture aperte presso le quali risiedevano. Il padre è stato presentato come “vero criminale” in un tweet del Segretario di Stato con delega al diritto di asilo e all’immigrazione, il nazionalista fiammingo Theo Francken.
Non si arrestano i bambini
“Non si arrestano i bambini” è lo slogan scandito mercoledì dai manifestanti, tra i quali numerose famiglie con figli. Per le associazioni di difesa dei diritti umani, l’apertura del centro di permanenza detentiva è per il Belgio un “ritorno in indietro di dieci anni”.
A partire dal 2008 le strutture unifamiliari aperte, denominate “case del ritorno” avevano permesso di evitare la detenzione di minori sans papiers. Ma l’esperienza è stata giudicata molto presto come inconcludente, e una legge votata nel 2011 ha aperto la possibilità di adottare di nuovo la detenzione.
L’apertura dell’ unità detentiva al centro 127bis, decisa dall’attuale governo di centro-destra è stata oggetto di denuncia nelle ultime settimane da parte del Consiglio Europeo e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
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