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lunedì 4 agosto 2014

Strage dell'Italicus 4 agosto 1974


4 agosto 1974. Nella notte una bomba esplode nella vettura numero 5 dell'espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall'esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l'odore dolciastro e nauseabondo della morte». I due agenti di polizia che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c'era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. 'Mettetevi in salvo', abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. 'Vieni via da lì', gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».
I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori. Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti». Gli investigatori brancolano nel buio fino a quando un extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l'esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest'ultimo, Margherita Luddi».
Eppure la polizia era informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l'autore della strage era proprio lui. Risultato: la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2.
Si entra così nei misteri della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare della magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l'arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l'ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l'avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.
Comunque, all'inizio del '75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all'arresto. Aspetta che i tre carabinieri andati per arrestano suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L'uomo riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Raphael dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l'Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni.
Le indagini sull'Italicus e su piazza della Loggia hanno spezzato il fronte dell'omertà. I balordi della provincia nera parlano, ma quando il giudice Tamburrino di Padova o il giudice Arcai di Brescia chiedono conferme o aiuti ai Servizi segreti per indagare sulle alte complicità cala la serranda del «segreto di Stato». Le protezioni di cui godono i fascisti sono sfacciate. Valga questo esempio: il 19 luglio del '75 viene arrestato a Milano l'avvocato Adamo Degli Occhi, capo della «maggioranza silenziosa», movimento d'ordine. I carabinieri di Milano chiedono alla Questura di Brescia, che conduce le indagini sulla strage di piazza della Loggia, se devono perquisire l'alloggio dell'avvocato, ma la Questura dice che non è il caso. Intanto un giornalista fascista, Domenico Siena, è entrato nell'alloggio e ne è uscito con due valigie. Dirà che aveva preso effetti personali da far arrivare in carcere all'avvocato. Il dubbio che fossero carte compromettenti è più che lecito.
da "Gli anni del terrorismo" di Giorgio Bocca (pagg. 291-293)
“Maria Fida Moro ha rivelato ieri un particolare inquietante. Suo padre, il 4 agosto 1974, era salito sul treno Italicus, ma prima di partire venne fatto scendere per firmare delle carte. Poche ore dopo ci fu la strage sull'Appennino. Il vero obiettivo era Aldo Moro?
L'obiettivo della strage dell'Italicus ... L'obiettivo della strage dell'Italicus sarebbe stato Aldo Moro. Un'ipotesi inquietante che, a trent'anni dall'attentato che provocò una strage, viene avanzata dalla figlia dello statista democristiano, Maria Fida Moro. L'annuncio choc è stato dato ieri sera nel corso di una trasmissione di Tele Serenissima, alla quale era presente anche Luigi Bacialli, direttore del Gazzettino. È stata la stessa Maria Fida Moro a telefonare e spiegare al conduttore Gianluca Versace che quel giorno (il 4 agosto del 1974) suo padre era addirittura salito sul treno alla stazione di Roma e stava per partire, quando all'ultimo momento un suo collaboratore gli disse di scendere per firmare alcune carte. Così il treno partì senza di lui. Poche ore dopo, quando l'Italicus percorreva la lunga galleria appenninica di San Benedetto Val di Sambro, una bomba ad orologeria esplose provocando la strage rivendicata da Ordine Nero. Per Moro il destino riservava un'altra morte violenta: il 9 maggio del 1978 venne ucciso dalle Brigate Rosse, dopo un lungo periodo di prigionia.
L'episodio è anche raccontato nel libro "La Nebulosa del caso Moro" che sta per uscire. "Alla fine del libro ho citato un episodio tanto vero quanto non suffragabile, mio padre salì e scese immediatamente dall'Italicus. Fino all'ultimo ero in forse se inserirlo nel volume perché ero certa che sarebbe stato strumentalizzato, ma non prima che "La nebulosa" fosse in libreria".
Maria Fida Moro ha fatto capire di non aver mai rivelato prima questa clamorosa versione sulla strage dell'Italicus, perché sconsigliata da persone a lei vicine. Il collegamento, tra la presunta presenza di Moro e la strage sul treno, non era mai emerso.”
Da un articolo di Gianluca Versace de Il Gazzettino

venerdì 1 agosto 2014

Manganellate e gas Cs per il Pd sono sinonimo di “professionalità ed equilibro da parte delle forze dell’ordine”


E ovviamente non poteva mancare il solito comunicato stampa delirante dei Senatori del Partito Democratico. Gli alessandrini Daniele Borioli e Federico Fornaro, insieme all’immancabile Stefano Esposito, hanno diffuso una nota nella giornata del 30 luglio con cui hanno preso posizione su quanto stava accadendo ad Arquata e a Serravalle.
L’apertura del comunicato stampa la dice già lunga: “Esprimiamo apprezzamento per la professionalità e l’equilibrio con cui le Forze di polizia stanno facendo il loro dovere tra la Valle Scrivia e la Val Lemme. E al tempo stesso solidarietà alle maestranze che, in una situazione certo non semplice, svolgono il loro lavoro quotidiano presso i cantieri del Terzo Valico”. Il delirio prosegue in seguito “…Nessuno può rallegrarsi quando la realizzazione di una ferrovia, a causa di gruppi di facinorosi disposti ad alzare costantemente il livello dello scontro, diventa anche una questione di ordine pubblico…” e proseguono, probabilmente dopo aver fatto abbondante uso di alcolici: “…Ma ciò non significa – aggiungono i senatori Pd – perdere di vista il profilo delle responsabilità, che stanno tutte in capo a chi alimenta sistematicamente la violazione delle regole e si esalta nel “tumulto della battaglia”; non certo a chi, come le Forze dell’ordine, è chiamata al difficile lavoro di tutelare il rispetto e l’esercizio della legalità…“.
I magnifici tre non riescono proprio a rassegnarsi al fatto di trovarsi davanti ad un movimento popolare che da anni lotta a testa alta per difendere la propria terra dalla distruzione che porterà il Terzo Valico e quindi scrivono le solite farneticazioni su facinorosi e chi, pensate un po’, si esalterebbe nel tumulto della battaglia. Le stesse identiche fandonie scritte già in mille comunicati del disonorevole Esposito riguardanti la Val di Susa. Borioli e Fornaro potrebbero almeno fare lo sforzo di scriverli loro i comunicati stampa e non lasciarli fare al professionista della lotta contro i No Tav il cui linguaggio rancoroso e violento è inconfondibile. Ovviamente parlare con queste persone è tempo sprecato, ma ci permettiamo di mostrare alcune immagini che rendono palese, senza ombra di dubbio, “la professionalità e l’equilibrio delle Forze di polizia”.
Nella galleria fotografica che riportiamo sotto si può vedere la dedizione con cui sono stati sparati decine di lacrimogeni al gas CS in mezzo ai boschi. Una scelta certamente equilibrata che avrebbe potuto scatenare incendi oltre ad aver provocato l’intossicazione di molte persone (compresi i poliziotti senza maschere antigas).
Certo sono stati molto professionali nel lancio di lacrimogeni sparati anche ad altezza d’uomo, ma nulla rispetto alla dedizione con cui un poliziotto ha cercato di rompere il braccio del nostro Tino durante una delle cariche alla Crenna. Per fortuna Tino se l’è cavata con una contusione e dovrà “solo” portare il braccio al collo per diversi giorni.
Ma la massima dedizione e professionalità è stata dimostrata dal poliziotto che ha colpito apposta con il suo scudo “Carlen” (Carlo nel dialetto della Valle Scrivia), uno dei più anziani militanti No Tav – Terzo Valico. Un altro poliziotto per non essere da meno ha spaccato la testa di un ragazzo nei boschi di Moriassi, un altro ha colpito alle spalle uno studente mentre indietreggiava a seguito del fitto lancio di lacrimogeni e un altro ragazzo ancora è stato colpito con una violenza cieca sul braccio. Non c’è che dire, straordinaria professionalità ed equilibrio.
Ora i signori Esposito, Borioli e Fornaro dovrebbero come minimo vergognarsi del delirante comunicato che hanno rilasciato alla stampa basato su qualche velina dei loro cari amici questurini che hanno avuto il coraggio di negare ai giornalisti che ci sia stato utilizzo di violenza. Siamo certi che non lo faranno abituati come sono a scambiare la legalità per la difesa degli interessi di Impregilo e delle tante ditte in odore di ‘ndrnagheta e camorra interessate dai lavori del Terzo Valico.
Si rassegnino, dopo aver fallito nel non essere riusciti a convincere la popolazione sull’utilità dell’opera, dovranno ancora farne parecchi di comunicati stampa inutili e deliranti. La lotta contro il Terzo Valico continuerà con sempre più determinazione. Loro continuino pure a star seduti sulle poltrone rosse del loro Senato, quelli che si indignano davanti a queste fotografie scenderanno nuovamente in strada domenica partecipando alla fiaccolata di Arquata. Da una parte grigi burocrati di partito, dall’altra donne e uomini che lottano in difesa della propria terra.
 

Cameri (No), No agli F35, presidio davanti alla fabbrica


Presidio NO-F35 alle 17 del 1° Agosto davanti all'ingresso della fabbrica, protetta all'interno dell'aeroporto militare di Cameri.

Il Movimento No F-35 del Novarese ha deciso di indire un presidio davanti all'ingresso dello
stabilimento di Cameri dove si assemblano i caccia di nuova generazione targati Lockheed
Martin. Tale presidio si svolgerà a partire dalle ore 17 di venerdì 1 agosto. Tale data è stata
scelta poiché si dovrebbe verificare, in quello stesso giorno o in date vicine, la votazione di
una mozione, presentata da Marcon ed altri, che chiede in sostanza l'uscita dell'Italia dal
progetto di costruzione di tali cacciabombardieri. Lo diciamo da diversi anni: i
cacciabombardieri F-35 sono da rigettare, sia per quanto concerne la loro produzione in Italia,
sia per quanto concerne l'acquisto da parte delle forze armate italiane.
Gli F-35 costituiscono un esempio notevole di spreco del denaro pubblico (mentre si tagliano
le spese sociali ed assistenziali) e di aggressività nei confronti degli altri paesi. Lo stabilimento
costruito a Cameri, dentro il recinto dell'aeroporto, a spese dei contribuenti italiani, e regalato
ad Alenia Aermacchi e a Lockheed Martin, è una delle opere pubbliche più inutili e dannose
degli ultimi decenni. Noi viviamo in un territorio in cui sono presenti diverse fabbriche di armi,
che vengono vendute in giro per il mondo e che sono impiegate in guerre criminali e
distruttive. Da ultimo ricordiamo la vendita, sempre da parte di Alenia Aermacchi, di trenta
M346 ad Israele: si tratta di addestratori per piloti da guerra, addestratori che possono
all'occorrenza operare anche in battaglia (Israele ne acquista infatti anche la versione
armata). Su Gaza piovono le bombe dagli F-16; in futuro magari anche dagli M346 e dagli F-
35 che pure Israele ha deciso di acquistare dagli USA.
E le armi italiane girano per il mondo, alimentando guerre dappertutto. Speriamo che tutti si
siano accorti del preoccupante aggravarsi dei conflitti internazionali ed interni in vari luoghi
del mondo: dalle guerre permanenti africane, al Medioriente siriano ed iracheno, fino
all'Ucraina (in piena Europa). E poi la militarizzazione della società e l'aumento del controllo
dei conflitti, con mezzi tecnologici sempre più sofisticati e con la riduzione dei diritti di libertà
conquistati in almeno due secoli di lotte popolari.
La nostra campagna territoriale, che si affianca da anni a quella nazionale, contro gli F-35 ha
assunto questo velivolo maledetto come simbolo molto concreto delle guerre, dello
sfruttamento dei popoli più deboli, dello spreco criminale di risorse. Chiediamo ancora a tutti i
parlamentari della nostra provincia di pronunciarsi con chiarezza contro il progetto F-35 e di
votare a sostegno di tutte le mozioni e di tutti gli altri documenti che possono bloccarne la
realizzazione. Alcuni parlamentari novaresi si sono già ben comportati in passato, altri invece
continuano a sostenere il progetto o a tenere un atteggiamento ambiguo.
Noi, da parte nostra, saremo davanti al recinto dell'aeroporto che custodisce il prezioso
stabilimento. Chiediamo quindi a tutti gli antimilitaristi e a tutti i pacifisti di raggiungerci, in
modo da rendere evidente l'opposizione popolare contro le imprese di morte. Mentre ci
troveremo in questo luogo maledetto, il nostro pensiero sarà rivolto agli amici siciliani che
stanno preparando una grande manifestazione, che si terrà il 9 agosto, a Niscemi, contro il
MUOS, il sistema di comunicazioni di guerra ivi installato dalla marina militare statunitense.
Sempre contro le fabbriche di armi, contro tutte le guerre, contro la militarizzazione della
società: da Novara alla Valle di Susa, dal Trentino a Niscemi, dalla Vicenza del Dal Molin alla
Sardegna intossicata dalle esercitazioni militari.
MOVIMENTO NO F-35 DEL NOVARESE
www.noeffe35.org

Vicenza- L'Antifascismo non si condanna


Manifestanti condannati a 105.460 euro di multa per aver manifestato contro i fascisti a Vicenza.
In questi giorni stanno arrivando 18 decreti penali di condanna - per un totale di 105.460 euro di multa - per i fatti legati alla manifestazione antifascista del 30 novembre scorso, organizzata a Vicenza in opposizione al corteo regionale di Forza Nuova.
In quella giornata in tante e tanti siamo scesi in piazza; arrivati numerosi in piazza Matteotti, abbiamo deciso di proseguire la manifestazione per portare in piazzale Fraccon due gigantografie dei campi di concentramento nazisti. In quello di Mauthausen morì il partigiano Fraccon, a cui è intitolato quel piazzale della nostra città, dove sarebbe poi terminata la manifestazione di Forza Nuova. L'arrivo in piazzale Fraccon è stato tuttavia impedito da due cariche della polizia, a cui il corteo si è limitato a resistere.
Quel giorno siamo scesi in piazza per ribadire che la presenza di Forza Nuova avrebbe portato nella nostra città odio, discriminazione e xenofobia verso omosessuali, migranti e rom. Di cosa siamo quindi colpevoli? Di aver predetto il futuro.
Infatti, pochi mesi dopo, Forza Nuova ha iniziato una campagna razzista verso i rom, culminata con il famoso presidio in via Muggia che, ricordiamo, fu poi vietato dalla Questura su segnalazione dell'Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) per violazione della legge Mancino sulla discriminazione. In quell'occasione Forza Nuova mostrò il suo vero volto, distribuendo un volantino xenofobo, istigante al razzismo, da cui cercò goffamente di dissociarsi.
Per queste ragioni, riteniamo vergognoso e inaccettabile questo vero e proprio attacco giudiziario attraverso uno strumento, il decreto penale di condanna, che solitamente non si usa per questo tipo di situazioni. Lo respingiamo con forza, continuando più determinati che mai le nostre quotidiane lotte per i diritti e per una Vicenza libera dal razzismo e dalla xenofobia.
Cs Bocciodromo, Vicenza
Csa Arcadia, Schio
Coordinamento studentesco Vicenza

giovedì 31 luglio 2014

Roma, pestaggio in diretta e in divisa davanti a Magherini e Cucchi

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di Checchino Antonini

Tornavano dalla commemorazione di Dino Budroni, erano in auto con Fabio Anselmo, il loro legale, e Ilaria e Guido hanno visto tre agenti penitenziari in azione contro una persona ammanettata e sanguinante

Perché tre agenti di polizia penitenziaria pestavano una persona, verosimilmente un migrante, già ammanettato e malconcio, di fronte al Verano, a Roma, all’altezza di Piazzale delle Crociate? Dall’altro lato della carreggiata, in direzione est, c’era una donna dello stesso corpo di polizia a bordo di un’auto. La segnalazione a Popoff arriva da Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, ed è stata confermata da diversi testimoni.
Erano le 18.50 quando i tre secondini si sono sentiti urlare «Lo sapete chi sono io? Sono di Firenze, mio figlio è stato ucciso in un intervento dei carabinieri!». L’uomo che urlava si è sentito dire più o meno di farsi i cazzi suoi ma quell’uomo è Guido Magherini, il padre di Riccardo, ucciso in uno dei casi più recenti di “malapolizia”. E storie come questa, purtroppo, sono proprio cavoli suoi.
Pochi istanti prima, Magherini aveva iniziato a urlare dentro l’auto che lo portava verso il centro di Roma: «Guardate che gli stanno facendo!». Con lui Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto sette giorni dopo essere rimasto in balia proprio del sistema pentitenziario (l’appello inizierà a settembre), e Fabio Anselmo, legale sia dei Cucchi, sia dei Magherini. Avvocato anche della famiglia Aldrovandi, e dei parenti di Michele Ferrulli, Giuseppe Uva (ha appena strappato dopo sei anni il rinvio a giudizio per chi lo arrestò) e di Dino Budroni.
I tre testimoni tornavano proprio dalla cerimonia per il terzo anniversario della morte di Budroni, freddato da un agente dopo un inseguimento quando l’auto era ormai ferma. Per il pm, solo un paio di settimane fa, quell’agente meritava due anni e mezzo di carcere ma un giudice l’ha assolto per uso legittimo delle armi. La cerimonia, non lontano dallo svincolo del Raccordo anulare di Roma dove si concluse la vita di Budroni, è stata ancora più straziante proprio per via della sensazione di una giustizia strabica, frettolosa e distratta nei confronti di storie come questa. Anche Acad ha preso parte alla ricorrenza, assieme alla famiglia di Dino e con iniziative a Firenze, Roma e sul web.
Domani, dopo che qualche giornale blasonato, parlerà di questa denuncia, sapremo forse anche la versione ufficiale della polizia penitenziaria.
Sul posto è arrivata un’ambulanza del 118. L’operatore telefonico si sarebbe perfino complimentato con la ragazza che li ha allertati e le avrebbe raccomandato di aver fiducia nella polizia penitenziaria. All’altro capo del filo (ma lui non lo sapeva), c’era Ilaria Cucchi.

Da Bologna a Gaza, no alle stragi di Stato

unita
Il 2 agosto 2014 saremo in Piazza Medaglie d’Oro a ricordare le vittime della strage e di tutte le stragi di Stato. La memoria, filo di continuità della Storia, non può lasciarci indifferenti mentre si compie l’ennesima strage a carico della popolazione di Gaza, strage deliberatamente determinata da Israele che, come sempre, agisce senza freni sicuro del silenzio e della complicità di molti Paesi, Italia compresa, e istituzioni internazionali. Nell’arco di 21 giorni di bombardamenti incessanti e con il tentativo di un’invasione di terra della Striscia di Gaza, Israele ha ucciso oltre 1000 persone, fra questi moltissimi bambini. Obiettivo dei bombardamenti sono abitazioni civili, scuole, ospedali e ambulanze, il risultato sono devastazioni e condizioni umane apocalittiche. A livello internazionale, mentre si muove la solidarietà popolare, la diplomazia mondiale va a passo di lumaca in maniera ipocrita e inconcludente. Solo dopo due settimane di massacro, il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu ha deciso di approvare la creazione di una commissione di inchiesta che indaghi eventuali crimini di guerra di Israele su Gaza, l’Italia e i paesi dell’Ue si sono astenuti confermando l’anima tutt’altro che pacifista dell’Unione Europea. Lo Stato italiano, ambiguo e omertoso nelle varie stragi nel nostro Paese, anche in questa occasione rimane in silenzio, regalando ancora una volta la sua complicità alle devastazioni israeliane. Questo silenzio è avallato dalla disinformazione fatta dai principali giornali e canali televisivi italiani a servizio della propaganda israeliana. In continuità con le manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese delle scorse settimane, anche nella giornata della commemorazione delle vittime della strage di Bologna, oltre a rinnovare la nostra vicinanza alle famiglie delle vittime, rinnoviamo la nostra solidarietà con chi è sotto i bombardamenti e l’occupazione israeliana. Denunciamo la politica distruttiva dello stato israeliano e la complicità di chi guarda in silenzio o distorcendo le informazioni dipingendo i massacratori come vittime. Le rituali passerelle che i rappresentati istituzionali, complici del massacro palestinese e del massacro sociale delle politiche di austerity, vengono a fare il 2 agosto a Bologna risultano opportuniste, ipocrite e ciniche. Invitiamo tutti a sostenere la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro lo Stato di Israele e chiediamo alle istituzioni italiane e al Comune di Bologna di condannare in maniera chiara e univoca la strage di Gaza interrompendo accordi e cooperazioni con lo stato di Israele.
2 agosto 2014 ore 9,00 Piazza Nettuno – Bologna STOP BOMBING GAZA
Adesioni: Usb Comitato Palestina Bologna Comitato Ucraina Antifascista Ross@ Bologna Rete dei Comunisti Noi Restiamo Asia-Usb csa Lazzaretto Primavera Urbana Rete Corpi Civili di Pace cs TPO Labàs Occupato Hobo PCL Exaequo-Bottega del Mondo Coordinamento Campagna BDS Bologna PdCI Vag61 Xm24

mercoledì 4 giugno 2014

4 Giugno 1944 : Bruno Buozzi assassinato dalle ss insieme ad altri 13 compagni di lotta


Era stato costretto a lasciare la scuola dopo le elementari e fece, da ragazzo, il meccanico aggiustatore. Quando si trasferì a Milano, trovò lavoro come operaio specializzato alle Officine Marelli e poi alla Bianchi. Nel 1905 aderì al sindacato degli operai metallurgici e al PSI, militando nella frazione riformista di Turati. Nel 1920 fu tra i promotori del movimento per l’occupazione delle fabbriche. Più volte eletto deputato socialista prima della presa del potere da parte del fascismo, Bruno Buozzi nel 1926 espatriò in Francia, dove continuò, nella Concentrazione antifascista, l’attività unitaria contro il regime di Mussolini.
Durante la guerra di Spagna, per incarico del suo partito, diresse l’opera d’organizzazione, raccolta e invio di aiuti alla Repubblica democratica attaccata dai franchisti. Alla vigilia dell’occupazione tedesca di Parigi, Buozzi si trasferì a Tours. Lo tradì il comprensibile desiderio di visitare, a Parigi, la figlia partoriente. Nel febbraio del 1941 fu, infatti, arrestato dai tedeschi nella Capitale francese. Rinchiuso dapprima nelle carceri della Santé, fu successivamente trasferito in Germania e, di qui, in Italia dove rimase per due anni al confino in provincia di Perugia.
Riacquistata la libertà alla caduta del fascismo, ai primi di agosto del 1943, Bruno Buozzi fu nominato dal governo Badoglio, insieme al comunista Giovanni Roveda e al democristiano Gioacchino Quarello, commissario alla Confederazione dei sindacati dell’industria. Durante l’occupazione nazista di Roma, Buozzi trovò ospitalità presso un amico colonnello e, quando questi dovette darsi alla macchia, cercò un altro precario rifugio, dove fu sorpreso dalla polizia.
Era il 13 aprile 1944. Fermato per accertamenti e condotto in via Tasso, i fascisti scoprirono la vera identità del sindacalista. Il CLN di Roma tentò a più riprese, ma senza successo, di organizzarne l’evasione e il 1° giugno 1944, quando gli americani erano ormai alle porte della Capitale, il nome di Bruno Buozzi fu incluso dalla polizia tedesca in un elenco di 160 prigionieri destinati ad essere evacuati da Roma. La sera del 3 giugno, con altri 12 compagni, Buozzi fu caricato su un camion tedesco, che si avviò lungo la via Cassia, ingombra di truppe in ritirata. In località La Storta, forse per la difficoltà di proseguire, l’automezzo si fermò e i prigionieri furono fatti scendere. Rinchiuso in un fienile per la notte, all’indomani il gruppo fu brutalmente sospinto in una valletta e Bruno Buozzi – sembra per ordine del capitano delle SS Erich Priebke – fu trucidato con tutti i suoi compagni.
Dopo la Liberazione, a Bruno Buozzi sono state intitolate strade e piazze a Roma e in molte altre città d’Italia. Portano il suo nome anche cooperative, associazioni sportive, scuole. Una Fondazione Bruno Buozzi, che ha tra i suoi compiti quello di incrementare gli studi sul sindacalismo, si è costituita a Roma il 24 gennaio 2003. La presiede Giorgio Benvenuto.
Le Vittime
  • Gabor Adler, volontario ungherese, alias il capitano inglese "John Armstrong"', alias "Gabriele Bianchi"[5][6], inviato a Roma dagli inglesi in azione di spionaggio. Sepolto al Cimitero del Verano, riquadro 5[7].
  • Eugenio Arrighi, tenente (Fronte militare clandestino)
  • Alfeo Brandimarte, maggiore delle Armi navali (Fronte militare clandestino) - Medaglia d'oro al valor militare
  • Bruno Buozzi, operaio, dirigente sindacale, già deputato del PSI (Brigate Matteotti). Sepolto al Cimitero Monumentale del Verano, accanto alla tomba del Capitano Armstrong.
  • Luigi Castellani, insegnante
  • Vincenzo Converti, ragioniere (Brigate Matteotti)
  • Libero De Angelis, meccanico (Brigate Matteotti)
  • Edmondo Di Pillo, ingegnere (Brigate Matteotti) - Medaglia d'oro al valor militare
  • Pietro Dodi, generale di cavalleria nella riserva (Fronte militare clandestino) - Medaglia d'oro al valor militare
  • Saverio Tunetti, tenente (Fronte militare clandestino)
  • Lino Eramo, avvocato
  • Borian Frejdrik, ingegnere polacco (Brigate Matteotti)
  • Alberto Pennacchi, tipografo (Brigate Matteotti)
  • Enrico Sorrentino, capitano (Fronte militare clandestino)