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mercoledì 12 settembre 2018

Miraggi migranti

 Casa originale dell' articolo Cronache di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/miraggi-migranti/
A volte si tratta di riscoprire prima di tutto la gioia e la ricchezza del camminare insieme: in questo frastagliato orizzonte la Rete di Cooperazione Educativa “C’è speranza se accade @” (nata intorno al pensiero e all’amicizia di Mario Lodi e Gianfranco Zavalloni, ma anche alla pedagogia critica, tra gli altri, di don Lorenzo Milani, Maria Montessori, Célestin Freinet…), la redazione di Comune e l’Asilo Bosco Caffarella promuovono due giorni a Roma (sabato 6 e domenica 7 ottobre) di scambio e approfondimento all’interno di “Fabbrica di Roma ReAct”, festival multidisciplinare promosso dall’associazione Comunitaria all’ex Cartiera Latina (Via Appia antica 42). A questa iniziativa, parteciperà anche Lunaria, con un laboratorio sul  
“Come possiamo creare un mondo nuovo dal basso nei territori dove viviamo e nelle scuole che frequentiamo ogni giorno? La scuola e più in generale l’educazione sono destinati soltanto a imitare il proprio tempo? È evidente: abbiamo bisogno di un apprendimento diverso e diffuso oltre le pareti delle classi, aperto al territorio e al mondo, per creare prima di tutto comunità di ricerca e sperimentare pedagogie interculturali. Esperienze, reti e libri dimostrano che, nonostante gli ostacoli, è comunque possibile e che non serve per forza attendere interventi dall’alto”. Qui di seguito il programma delle iniziative organizzate da Rete di Cooperazione Educativa, la redazione di Comune e Bosco Caffarella, nell’ambito di “Miraggi migranti”, alcuni laboratori e momenti di approfondimento rivolti a insegnanti, educatori e genitori dedicati ai nessi che legano accoglienza, condivisione ed educazione.
All’interno di Miraggi Migranti, domenica 7 ottobre, sarà promossa anche la videoproiezione del film “La mia classe” (di Daniele Gaglianone con Valerio Mastandrea nelle parti del maestro di una classe di immigrati, un viaggio tra finzione cinematografica e realtà). Interverrà Gino Clemente, sceneggiatore del film. La partecipazione a questa seconda iniziativa, fortemente legata ai temi di Miraggi migranti, sarà libera e gratuita.

SABATO 6

1) Lunaria. Prevenzione del razzismo (sab 6, ore 15/18)
Alcuni casi esemplari (maturati dall’esperienza del Libro bianco sul razzismo e da Cronachediordinariorazzismo.org
2) Cemea. Le forme del gioco dal singolare al plurale (sab 6, ore 15/18)
La lingua come contesto educativo
3) Asinitas. Fare scuola, fare pensiero, fare anima (sab 6, ore 15/18)
La narrazione come strumento educativo

4) Ass. Altramente. Io leggo, dunque sono (sab 6, ore 15/18)
Pezzettini (festa della lettura) tutto l’anno
5) Caritas di Roma (…) (sab 6, ore 15/18)

DOMENICA 7

6) Lìscìa Sulle tracce di Tik (dom 7, ore 10/13)
Laboratorio di ludopedagogia
“Tik” è un’assemblea politica, una ricerca e una sperimentazione che dal 2016 Liscìa porta avanti sul tema delle migrazioni con il metodo della ludopedagogia (giocare per conoscere conoscere per trasformare)
7) Ass. Matura Infanzia/Circ. G. Rodari La radio-scuola (dom 7, ore 10/13)
Una radio per fare scuola fra oralità, tecnologia e scrittura
Inventare, produrre, comunicare i saperi attraverso centri d’interesse, apprendimento cooperativo e grammatiche fantastiche. La radio-scuola fra oralità, tecnologia e scrittura
8) ZaLab. Flying Roots. Video partecipativo (dom 7, ore 10/13)
La percezione delle identità, l’altro, lo straniero
Videoproiezione dedicata a un progetto di cinema sociale che si è svolto nel quartiere Esquilino, dedicato ad adolescenti per lo più di seconda generazione.
9) Movimento di Cooperazione Educativa Il nome (dom 7, ore 10/13)
Un buon avvio d’accoglienza di una persona è fare spazio nella testa al suo nome
Il nome porta una confidenza e la confidenza porta a sentirsi a casa, anche quando la tua casa è lontana. Nel nostro nome rileggiamo storie familiari, gli affetti più intimi, l’infanzia. Ma ogni nome rimanda anche a una “cultura” e a una storia collettiva. Un viaggio tra gestualità, narrazioni, manipolazione di materiali e uso di linguaggi teatrali
10) Roberta Ventura. Alfabetizzazione al conflitto (dom 7, ore 10/13)
Sperimentiamo la gestione nonviolenta del conflitto (interpersonale e sociale)
Cosa si intende per “conflitto”? Da cosa nasce e a quali conseguenze può portare? Laboratorio/training con attività e giochi di simulazione sul conflitto a livello micro (relazioni interpersonali) e macro (quello che J. Galtung definisce “violenza strutturale”) e sulla gestione nonviolenta del conflitto secondo D. Dolci (laboratori di maieutica)
11) Anna Maria Bruni. L’altro di me (dom 7, ore 10/13)
Tre ore di laboratorio teatrale per scoprire se stessi attraverso gli altri
Siamo tutti connessi. Di più, ognuno è parte dell’altro. Dentro lo specchio io posso vedere una moltiplicazione esponenziale di me, che come cerchi nell’acqua appartengono al mio centro come io appartengo a loro. Posso lasciarmi incantare dal mio aspetto, preoccuparmene e occuparmene, e posso guardare oltre. Lo specchio è lì… Un laboratorio teatrale per scoprire se stessi attraverso giochi di relazione
12) Sabrina D’Orsi. Vivere semplice (dom 7, ore 10/13)
Un incontro con l’autrice del libro “Vivere semplice. Con i figli, con se stessi”
Un momento di confronto sulla necessità che i genitori facciano la loro parte a proposito di educazione interculturale, accoglienza, inclusione sociale, solidarietà con le scelte degli insegnanti.
13) Liberi Nantes. Pietralata open, giochi in campo (dom 7, pomeriggio)
Giochi, sport, divertimento per tutti e tutte, migranti e non, grandi e piccoli
Al campo Campo Sportivo XXV Aprile, Pietralata: un pomeriggio di giochi in campo. Una giornata all’insegna del gioco e del divertimento per tutte e tutti, bambini compresi. Palla in campo e giochi a sorpresa. Nel corso dell’iniziativa saranno presentati i risultati del nostro progetto Erasmus+ S(up)port Refugees Integration interamente dedicato alle donne migranti coinvolte con diverse discipline sportive
Per partecipare è necessario prenotarsi in anticipo (proposta quota/donazione di 10 euro a laboratorio-incontro, 15 euro per due laboratori-incontri, uno il sabato e uno la domenica). È possibile prenotare – a partire da martedì 11 settembre – con PAYPAL oppure con un BONIFICO (l’IBAN IT58X0501803200000000164164; Banca Pop. Etica, Roma; nella causale bisognerà indicare il numero di laboratorio-incontro scelto). Subito dopo occorre inviare una email a carmosino@comune-info.net segnalando nome, cognome, numero e titolo del laboratorio-incontro (per l’evento numero “13” promosso da Liberi Nantes, l’unico non ospitato all’ex Cartiera Latina di Via Appia antica, non occorre la prenotazione ma molta voglia di mettersi in gioco).

12 settembre 1977 Biko assassinato in carcere




Steve Biko nacque il 18 dicembre 1946 e fu un noto militante nella lotta contro l’apartheid e lo sfruttamento della popolazione nera sudafricana e appartenete al Black Consciousness Movement (BCM).
Nel 1972 fu espulso dall’università di Natal a causa della sua militanza. Fu costretto quindi a rimanere nel distretto di King William’s Town, gli fu vietato di parlare in pubblico, scrivere o parlare con i giornalisti e frequentare più di una persona alla volta. In più fu vietato a chiunque di citare qualsiasi suo scritto.
Durante il suo soggiorno coatto nel distretto di King William’s Town iniziò a coinvolgere la popolazione nera e le altre minoranze etniche in collettivi autorganizzati
Nonostante la repressione Biko e il BCM ebbero un ruolo fondamentale nell’organizzazione della rivolta di Soweto del giugno 1976, durante la quale studenti neri erano scesi in piazza contro la politica segregazionista del National Party, per essere poi duramente repressi dalla polizia, che uccise diverse centinaia di persone durante i dieci giorni di scontri. Dopo la rivolta, per i funzionari razzisti sudafricani, divvenne fondamentale l’eliminazione fisica di Biko.
L’occasione venne quando Biko fu fermato in un posto di blocco della polizia e arrestato con l’accusa di terrorismo il 18 agosto 1977. In caserma fu interrogato per ventidue ore di fila, picchiato e torturato dagli ufficiali di polizia Harold Snyman e Gideon Nieuwoudt nella stanza interrogatori 619.A causa del vile pestaggio Biko entrò in coma.
A questo punto i due sbirri lo ammanettarono e caricarono nudo nel bagagliaio della loro Land Rover per portarlo al carcere di Pretoria distante 1100 Km. Morì il 12 settembre 1977 a causa di una vasta emorragia cerebrale appena arrivato a Pretoria.
La polizia subito spiegò la morte come la conseguenza di un ipotetico sciopero della fame, ma l’autopsia rivelò le ferite del pestaggio tra cui quella mortale alla testa. Nonostante le prove evidenti del brutale omicidio la polizia riuscì ad insabbiare la storia.
Solo i gironalisti Helen Zille e Donald Woods, molto amici di Biko, qualche tempo dopo, riuscirono con un costante lavoro di controinchiesta a far emergere la verità sull’assassinio del loro amico.
Data la popolarità di Biko la notizia della sua morte si diffuse rapidamente aprendo molti occhi sulla brutalità del regime Sud Africano.
Al suo funerale parteciparono decine di migliaia di persone.
I giornalisti che indagarono su questa storia furono costretti a scappare dal Sud Africa a causa delle persecuzioni della polizia e nessuno dei due poliziotti omicidi fu mai processato dal governo razziata bianco nè dal successivo governo “democratico”.

martedì 11 settembre 2018

A un anno dall’alluvione – Una sola grande opera: la messa in sicurezza dei territori

Un anno fa, nella notte tra il 9 e il 10 settembre, l’alluvione colpiva Livorno facendo nove vittime e creando gravi danni ad abitazioni, ponti, strade, impianti industriali, con effetti disastrosi che ancora segnano la nostra città.
Le responsabilità di quanto successo non sono da riferire alla natura, ma a chi governa, gestisce e sfrutta il territorio. Anni di scempio, di saccheggio, di sfruttamento e ricerca di profitto si sono sommati a responsabilità contingenti e a inadempienze palesi, mentre l’opera delle autorità e del commissario per l’emergenza nominato dal governo sono state invisibili.
A distanza di un anno che cosa è cambiato? Cosa è successo nel corso del mandato del commissario del governo per l’emergenza?
L’amministrazione comunale di Livorno ha presentato il nuovo piano regolatore, che prevede un’ulteriore privatizzazione di spazi e beni pubblici, accompagnata da colate di cemento per centri commerciali, come quella che si prepara alla Stazione Marittima. Al contempo non sono stati fatti significativi interventi per la messa in sicurezza del territorio, in particolare per l’adeguamento delle casse di espansione. Ma la situazione è disastrosa a vari livelli, basti pensare al sistema fognario di Livorno, inadeguato alla normale amministrazione, come reso evidente dai ripetuti e frequenti divieti di balneazione in mare, figuriamoci in situazioni di emergenza.
L’amministrazione comunale di Collesalvetti ha negato ogni possibile relazione tra il grave inquinamento da idrocarburi pesanti riscontrato subito dopo l’alluvione da analisi nel cortile di alcune abitazioni della frazione di Stagno e la contigua raffineria ENI, anch’essa allagata. L’acqua e il fango che inondavano il cortile delle abitazioni e la raffineria erano in diretta relazione attraverso aperture nei muri perimetrali dell’impianto industriale, come segnalato da un dossier redatto dalle Brigate di Solidarietà Attiva e da alcuni abitanti di Stagno. Nonostante ciò, non ci risulta che sia stata data informazione su alcun Piano di Emergenza della raffineria in caso di alluvione, né che sia stato effettuato alcun intervento di contenimento e bonifica dell’inquinamento.
La Chiesa per il suo ruolo nell’economia livornese, anche di tipo speculativo, è tra i responsabili dei disastrosi effetti dell’alluvione, basti pensare alla cementificazione di Montenero tra gli anni ‘90 e 2000 con l’Aula Mariana e il terminal per i pellegrini. Ora sta mettendo le mani su un altro angolo delle Colline Livornesi, l’Eremo della Sambuca. Mentre si propone di guidare i livornesi in un superamento spirituale del dramma dell’alluvione, la Chiesa prepara nuove speculazioni e nuovi disastri.
Con l’avvicinarsi del doloroso anniversario dell’alluvione allo spot si alterna la farsa.
Emerge lo scandalo degli appalti truccati e la magistratura impone gli arresti per un ex dirigente della protezione civile e il titolare della Tecnospurghi. Affari da profittatori, come molti altri nauseanti casi simili, perché la speculazione sulle catastrofi c’è sempre, più o meno legale, solo che i governanti, le autorità, i padroni della terra e del cemento ne escono sempre puliti.
L’amministrazione comunale a pochi giorni dal 10 settembre cerca l’applauso annunciando che il governo sarebbe sul punto di dare il via ai finanziamenti dei rimborsi per cittadini e imprese che hanno fatto richiesta per i danni.
Il primo anniversario dell’alluvione diventa una parata, un maxievento in cui spicca una “passeggiata della pacificazione” dal mare fino all’Eremo della Sambuca organizzata dalla parrocchia della Valle Benedetta. Ma di che pacificazione si parla?
È ben chiaro a molti abitanti di Livorno, come a quelli di Genova che pochi giorni fa hanno contestato la visita dei papaveri istituzionali, che le tragedie che si succedono sempre più frequentemente non sono catastrofi ambientali, ma hanno la loro causa nella speculazione, nei rapporti di proprietà, nell’azione dei governi.
Una capillare opera di salvaguardia, vigilanza e messa in sicurezza del territorio ridurrebbe l’impatto degli eventi eccezionali e darebbe occasioni di lavoro all’enorme massa di disoccupati. La politica del Governo va nel senso opposto, destina alle spese militari, agli industriali, alle banche e alla Chiesa le enormi risorse sottratte ai lavoratori e ai cittadini, con una tassazione che pesa sui ceti meno abbienti e sui consumi. Chiunque occupi la poltrona di sindaco, si scontra con i vincoli di bilancio e con gli interessi della proprietà fondiaria. Né le autorità e gli enti pubblici, né le compagnie private possono garantire la sicurezza idrogeologica del territorio, perché seguono il profitto e gli interessi delle classi privilegiate, che si scontrano sia con l’ecologia sia con la salute e la sicurezza delle persone. Il governo e la proprietà dunque sono i principali ostacoli per ridurre i rischi ambientali sui territori, per ridurre l’impatto degli eventi eccezionali. È l’ora di farla finita con la devastazione statale e capitalista, nella prospettiva di una società libera ed ecologica.
L’attività sviluppata invece da organismi di base come le Brigate di Solidarietà Attiva è stata fondamentale, sia nelle attività di soccorso immediato alle popolazioni, sia nel supporto alla nascita di comitati, sia nell’opera di inchiesta e controinformazione. L’iniziativa dal basso ha mostrato il legame tra speculazione edilizia e riduzione delle aree per le casse d’espansione, e l’enorme rischio sanitario e ambientale connesso all’inquinamento.
UNA SOLA GRANDE OPERA: LA MESSA IN SICUREZZA DEI TERRITORI

FEDERAZIONE ANARCHICA LIVORNESE cdcfedanarchicalivornese@virgilio.it
COLLETTIVO ANARCHICO LIBERTARIO collettivoanarchico@hotmail.it – collettivoanarchico.noblogs.org

Tripoli: il volto nascosto dell’Italia in guerra

Nessun intervento militare delle forze speciali italiane in Libia. Questo il messaggio ripetuto più volte dal Governo tra il 3 e il 4 settembre scorso. Facile dichiarare che non vi è l’intenzione di promuovere un intervento militare a Tripoli quando sono già presenti, considerando solo le cifre ufficiali della missione militare MIASIT, 400 unità delle forze armate italiane. Appare singolare dunque tutto questo impegno del Governo per smentire la notizia, riportata da alcuni organi di stampa, secondo cui a Roma sarebbe stata in corso la valutazione di un intervento delle forze speciali a sostegno del governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj, la cui stabilità è minacciata da scontri armati in in atto tra differenti gruppi di potere nella stessa capitale.
Ma cosa sta succedendo a Tripoli? Il 2 settembre il governo di al-Sarraj ha proclamato lo stato di emergenza per l’inasprirsi dei combattimenti nella capitale. Gli scontri armati erano iniziati il 26 agosto, quando la Settima Brigata di Tarhuna, sottoposta al ministero della difesa, si è ribellata al suo stesso governo attaccando le milizie del ministero dell’interno. Il conflitto è aumentato, altre milizie si sono unite alla brigata “ribelle”, e da Zintan alcune forze si sono attestate fuori dalla città di Tripoli, mentre altre forze da Misurata sono giunte a Tripoli a sostegno del governo. I “ribelli” secondo fonti giornalistiche dichiarano di aver intrapreso l’azione militare per “ripulire Tripoli dalle milizie corrotte” che grazie alla posizione di influenza avrebbero ricchi conti bancari mentre le persone comuni sono costrette alla carenza di cibo e alle lunghe code per avere stipendi miseri.
In questo contesto il 1 settembre un colpo di mortaio ha colpito un edificio vicino all’ambasciata italiana a Tripoli, il giorno successivo con lo stato d’emergenza e l’inasprimento degli scontri l’ambasciata italiana è stata quasi del tutto evacuata, e viene presidiata dai carabinieri paracadutisti del Tuscania. Scoppia allora la questione sui media italiani, ci si accorge all’improvviso che in Libia c’è una guerra in corso e che lo stato italiano c’è dentro fino al collo. Il governo nega la chiusura dell’ambasciata e nega le voci riguardo all’invio di forze speciali, mentre attacca la Francia che avrebbe provocato questa azione militare per sostenere il parlamento di Tobruk di Khalifa Haftar che è indicato come patrocinatore dei “ribelli”. Proprio l’attacco alla Francia è al centro della dura critica dei partiti di opposizione al governo Conte, che viene da questi anche accusato di immobilismo rispetto alla situazione libica. Il governo italiano, potendo contare già su un significativo dispositivo militare impiegato sul terreno, può presentarsi come “moderato” e annuncia la convocazione di una conferenza di pace sulla Libia da tenersi in Italia (probabilmente in Sicilia) a novembre. Nel contempo il 4 settembre l’inviato speciale dell’ONU in Libia, Ghassan Salamé, convoca le parti e viene stabilita una tregua. Questa soluzione è sostenuta dal Consiglio di sicurezza dell’ONU e da uno specifico appello di Francia, UK, USA e Italia. Ma al di là delle dichiarazioni il conflitto a Tripoli continua, e anche se il governo al-Sarraj non sembra più direttamente a rischio, il 9 settembre il numero delle vittime negli scontri era salito a 78, mentre i feriti sarebbero 313 e i dispersi 16. Vi sono notizie di gravi violenze nei confronti di civili, in particolare migranti, molti dei quali in Libia vivono in condizioni disperate nei lager voluti dallo stato italiano, 400 persone sarebbero riuscite a fuggire dal carcere di Aine Zara a Tripoli durante gli scontri.
Questi eventi si inseriscono in un quadro molto complesso, in cui lo scontro tra potenze mondiali e regionali alimenta la lotta per il potere in Libia. La popolazione subisce le atrocità, le sopraffazioni, la distruzione e la miseria causate dai conflitti per l’influenza politica e militare e dalla guerra per il controllo delle risorse, quelle energetiche soprattutto. In Libia si scontrano gli interessi degli stati e delle multinazionali dell’energia, si scontrano i gruppi di potere del paese per la costruzione di un nuovo stato, grande promessa delle potenze mondiali, con tutte le questioni connesse a questi processi: i diritti sulle concessioni delle risorse, il riconoscimento internazionale, la creazione e la gestione di forze di sicurezza, la gestione di una banca centrale.
Andare più a fondo necessiterebbe di uno spazio molto più ampio di un semplice articolo, e sicuramente il nostro punto di vista resterebbe comunque ristretto, necessariamente mediato dalle agenzie di stampa e dai proclami dei governi.
Qual’è il ruolo dell’Italia? Lo stato italiano nel 2011 ha avuto un ruolo fondamentale nelle operazioni militari, e in particolare nei bombardamenti, condotti prima dalla “coalizione dei volenterosi” e poi coordinati dalla NATO con l’operazione “unified protector”. L’Aeronautica Militare definisce l’impegno nelle operazioni in Libia nel marzo del 2011 come “il più imponente dopo il 2° Conflitto Mondiale”. Operazioni che hanno visto impegnata l’aviazione italiana in 1900 raid e 456 bombardamenti, tenute nascoste alla popolazione dall’allora governo Berlusconi. Certo l’intervento del 2011 ha messo a rischio gli interessi economici di una parte della classe dirigente italiana, molte aziende italiane hanno dovuto lasciare il paese africano a causa della guerra, ma per qualcuno probabilmente l’intervento militare contro Gheddafi era un rischio da correre per ottenere migliori condizioni e maggiori profitti. L’ENI ad esempio, pur risentendo delle sorti alterne della regione, è stata l’unica grande compagnia a mantenere la produzione in Libia, e nel 2015 aveva il controllo di un terzo della produzione di gas e petrolio nel paese, mentre prima del 2011 ne controllava solo un quinto. Pensiamo poi alla grande mobilitazione militare che è seguita al 2011. Con le operazioni Mare Nostrum, Mare Sicuro, Ippocrate, Sofia, Sea Guardian e MIASIT il ruolo dell’Aeronautica e della Marina è divenuto centrale, e possiamo supporre che un tale sviluppo di queste forze armate e l’impegno di mezzi navali e aerei abbia mosso molti interessi. Sarebbe da considerare quanto grandi aziende del settore difesa e sicurezza come Finmeccanica/Leonardo, che tra l’altro ha dovuto abbandonare il suolo libico nel 2011, siano state invece avvantaggiate dagli eventi bellici in Libia e nel Mediterraneo. Inoltre per quanto il trattato tra Italia e Libia del 2008 fosse vantaggioso per le classi dirigenti dei rispettivi paesi, senza la fine del regime di Gheddafi l’Italia non avrebbe probabilmente potuto mai schierare la propria flotta come avvenuto con le operazioni Mare Nostrum o Mare Sicuro, figuriamoci dislocare direttamente delle truppe in Libia e esercitare la propria influenza politica su governi e centri di potere locali.
Per questo negli ultimi anni in Libia lo stato italiano è stato sempre presente con forze militari e di sicurezza, in modo formale o informale. Innanzitutto contractor (quelli che si chiamavano mercenari) tra cui quelli della STAM, azienda di sicurezza che farebbe parte del Consorzio CRISS della Link University, che ha avuto come presidente nel 2016 l’attuale ministro della difesa Elisabetta Trenta. Poi con le forze speciali, secondo i media già almeno dal 2016. Infine con le missioni militari.
Una cosa è certa. Pur se con diverse sfumature e con i soliti contrasti tra partiti, la classe politica, e in particolare i partiti che siedono in parlamento, sono tendenzialmente tutti concordi sulla necessità di salvaguardare gli “interessi nazionali dell’Italia” in Libia. Riassumibili in “sicurezza energetica” e “controllo dei flussi migratori”. Queste sono le parole che utilizzano gli esponenti della maggioranza e i parlamentari dell’opposizione quando intervengono nelle sedi istituzionali, qualcuno talvolta aggiunge la “sicurezza dalla minaccia terroristica”. Ma alcuni, come il ministro degli esteri Moavero durante l’audizione congiunta delle commissioni esteri e difesa di Camera e Senato, giungono ad utilizzare citazioni coloniali, definendo la Libia la “quarta sponda” del paese e sostenendo che sia “molto connaturato il destino della Libia a parte del destino anche della nostra nazione”. Nella stessa audizione l’ex ministro PD Minniti afferma che “la Libia è in qualche modo l’espressione più plastica di cosa significa interesse nazionale fuori dai confini del nostro paese.”
Dal 1945 fino ad oggi avevamo visto guerre terribili che per giustificazione ideologica, ponevano le motivazioni più fantasiose e creative, sempre piene di bontà. Dall’equilibrio tra le potenze alla responsability to protect, per ogni guerra si trovava una legittimazione giustissima grazie al pieghevolissimo diritto internazionale. Oggi forse siamo di fronte a qualcosa di diverso, forse quando l’ideologia diviene la salvaguardia del crudo interesse nazionale, significa che la classe dirigente sta davvero giocando la carta della guerra imperialista.
Opporsi al militarismo e all’imperialismo dell’Italia, e in particolare alla guerra dell’Italia in Libia significa opporsi alla classe politica e dirigente che ci sfrutta e ci governa. Opporsi all’infamità del nuovo colonialismo italiano in Africa, significa anche opporsi al razzismo italiano, che proprio nel colonialismo ha avuto uno dei suoi fondamenti.
Per questo rilanciare su più livelli la lotta antimilitarista è fondamentale, e la manifestazione che si terrà a Gorizia il 3 novembre prossimo, contro le celebrazioni guerrafondaie e militariste della prima guerra mondiale, sarà un appuntamento molto importante.
Dario Antonelli

Libia. Più di 100 morti in mare. Venti i bambini

Casa originale dell’articolo Cronache di ordinario razzismo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/libia-piu-di-100-morti-in-mare-venti-i-bambini/
Due imbarcazioni sono partite dalle coste libiche alle prime ore del primo settembre. Ciascuna con più di 160 persone a bordo di diverse nazionalità, tra cui sudanesi, maliani, nigeriani, camerunesi, ghanesi, libici, algerini ed egiziani. Uno dei due gommoni si è fermato per un guasto al motore, ma non è subito affondato, e i migranti sono stati soccorsi il giorno dopo dalla guardia costiera libica. Il secondo ha continuato la sua rotta verso l’Europa ma, dopo poche ore, ha cominciato inesorabilmente a sgonfiarsi. A bordo in pochi avevano il salvagente, e ancora meno erano in grado di nuotare.
Il bilancio di questa nuova strage del mare è enorme. Almeno un centinaio di dispersi, tra cui 20 bambini e due gemellini di soli 17 mesi. Due i corpi senza vita recuperati e 276 sono i migranti soccorsi dalla guardia costiera libica e riportati indietro. Nell’inferno.
I sopravvissuti sono stati fatti sbarcati a Khoms, 120 km a est di Tripoli, dalle motovedette libiche che li hanno poi affidati alle cure dello staff di Medici senza frontiere. All’arrivo i medici hanno trattato i sopravvissuti per gravi ustioni chimiche fino al 75% del corpo. Gli altri superstiti sono stati portati in un centro di detenzione sotto il controllo delle autorità libiche. E la notizia del naufragio è stata diffusa solo ieri proprio da Medici senza frontiere, grazie alle testimonianze dei superstiti al naufragio raccolte dalla loro operatrice in Libia, Sara Creta.
Soltanto pochi giorni fa, Paula Barrachina, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) in Libia, ha denunciato che la vita di migliaia di persone è a rischio e che l’insicurezza sta mettendo in fuga anche le poche organizzazioni non governative presenti (anche su terra, dopo quelle in mare), e che, a causa delle politiche migratorie europee di chiusura, diminuiscono i viaggi della speranza, ma cresce il rischio di incidenti mortali.
Se il numero totale degli arrivi via mare è diminuito, il tasso di mortalità delle persone che partono è nettamente cresciuto. Nel Mediterraneo centrale una persona è morta o scomparsa ogni 18 che hanno cercato di raggiungere l’Europa, tra gennaio e luglio 2018 (ne parlavamo qui).
Da fine agosto, lo ricordiamo, a largo di Tripoli, non c’è più neanche una Ong a soccorrere i barconi in avaria. Anche l’ultima nave di Proactiva Open Arms, l’organizzazione non governativa spagnola, più volte finita al centro delle invettive del Ministro dell’Interno, ha lasciato il Mediterraneo centrale. La nave Aquarius, l’imbarcazione di Sos Mediterranée e di Medici senza Frontiere, a cui sempre il Ministro dell’Interno ha negato l’attracco con 630 naufraghi a bordo, risulta ancorata a Marsiglia. A Malta, sotto sequestro, ci sarebbero invece altre tre navi di salvataggio: la Lifeline, la Sea Watch e la Seefuchs.
Salvare vite in mare è tornata a essere competenza esclusiva delle guardie costiere dei singoli Paesi. Soprattutto quella libica, malgrado sia stata più volte messa all’indice proprio dalle ong per un uso spregiudicato della forza nei confronti dei migranti.
Purtroppo, con le ong dal Mediterraneo non spariscono solo soccorritori, ma vengono meno anche occhi e orecchie “indipendenti” che non potranno più vigilare su abusi e violenze, che potranno essere perpetrati in modo indiscriminato.
Sebbene la “propaganda” voglia farci credere il contrario, ci sono dunque equazioni che non funzionano. Meno sbarchi, non significano meno morti. E meno ong presenti in mare a presidiare, non si traducono in meno partenze e in meno trafficanti.
La morte di 100 persone ce lo ricordano ancora una volta.

Il seme dell’odio

Hannah Arendt, osservatrice al processo ad Eichmann, il “contabile dello sterminio”, che si atteggiava a grigio burocrate, scrisse di “banalità del male”. Probabilmente, al di là delle polemiche che suscitò all’epoca la sua rappresentazione di uno dei responsabili dello sterminio di milioni di persone, Arendt non poteva sospettare la fortuna che avrebbe avuto nei decenni successivi la sua amara constatazione su quanto conformista, insignificante, convenzionale, incolore fosse il male.
Oggi sappiamo che Eichmann era ben più che un mero “contabile”, bravo nel rendere più veloci, semplici, efficaci le modalità con le quali a ritmi da catena di montaggio, si raccoglievano, selezionavano, spogliavano, uccidevano e bruciavano i corpi di milioni di persone eliminate come polli allevati in batteria. Con la stessa, quieta, indifferenza. Resta il fatto che tanti furono gli esecutori materiali dello sterminio, come tanti vi collaborarono mettendo a frutto le proprie competenze tecniche, giuridiche, mediche, amministrative. Chi non collaborò attivamente sapeva ed approvava. La grandissima parte di queste persone non era né sadica né incline alla violenza.
Tanta cinematografia statunitense degli anni successivi ha confezionato un’immagine della dittatura nazista deformata dalle esigenze di propaganda del momento. La Germania Ovest era un’alleata preziosa durante la guerra fredda con l’Unione Sovietica. Il cinema costruì la narrazione, falsa ma potente, di una Germania schiacciata dal tallone dell’elite hitleriana e dalle SS, dove il popolo e l’esercito erano ignari ostaggi di una macchina feroce.
Sappiamo che non è così. Sappiamo che la “soluzione finale” era narrata nei cinegiornali, sappiamo che la deportazione e l’uccisione degli ebrei europei era approvata e plaudita, sappiamo che tutto venne codificato in un solido apparato legislativo.
Sappiamo che il Terzo Reich godeva dell’appoggio di un’ampia maggioranza della popolazione, perché era quel che era. Punto.
Altrimenti non vi sarebbe stata Auschwitz.
I 12 anni di nazismo venivano ridotti ad una parentesi di follia. Irripetibile.
Nel 1963 Arendt, nello specchio di Eichmann vide riflessa la normalità dello sterminio. Una banale procedura. Così banale che potrebbe ripetersi.
Non allo stesso modo, ma con la stessa ineluttabile semplicità. Semplice come la vita di ogni giorno, come la quotidianità che si nutre di ripetizioni, di piccoli rituali, di procedure consolidate.
Capita di chiedersi se non rischiamo di trovarci presto di fronte al bivio nel quale si separano complici e vittime, perché il tempo delle nuance, delle sfumature, delle gradazioni di grigio sta finendo.
Siamo abituati a pensare che il male sia estraneo alla vita quotidiana, estraneo alla normalità. Siamo convinti che il male non sia mai incolore. Persino quando lo è fingiamo che non lo sia, fingiamo che rappresenti l’eccezione, mai la regola.
La guerra, che pure è divenuta una costante di questi nostri anni, con truppe italiane che combattono su tanti fronti, viene raccontata come “male necessario”, o finanche come “male minore”. L’articolarsi della narrazione bellica intorno ad ossimori come la guerra umanitaria o edulcorazioni come l’operazione di polizia internazionale dimostra la volontà di nascondere la verità sui massacri delle truppe italiane.
Tutti sanno che la polizia picchia e tortura in modo ben più sistematico di quanto non rivelino vicende che solo la tenacia dei parenti delle vittime rende noti. Finché può lo Stato e le sue guardie armate negano l’evidenza, negano che Cucchi, Uva, Aldrovandi e tanti altri siano stati massacrati intenzionalmente. Negano perché temono lo sdegno che certi delitti potrebbero suscitare.
Negano e nascondono perché sono convinti di non avere il sostegno di una maggioranza significativa.
Sino ad oggi. Un giorno di questi potrebbe accadere che smettano di coprire con un tappeto il sangue per rivendicare la violenza sistematica di polizia, carabinieri, militari.
L’attuale ministro dell’interno, Matteo Salvini, ha approvato l’operato delle forze dell’ordine nel caso di Stefano Cucchi. Se il ministro di polizia sostiene che le botte a Cucchi sono giustificate, non sono ancora cambiate le leggi, ma potrebbero essersi modificati i rapporti di forza. Salvini ritiene di avere l’appoggio popolare: numerosi indizi inducono a ritenere che le sue convinzioni non siano prive di fondamento.
Questa lunga estate sembra scivolare via senza troppi contraccolpi, ma il sottile senso di inquietudine che attraversa le piazze dove, sin troppo timidamente, qualcuno prova a mettersi di mezzo, allude alla delicatezza del momento. La lunga storia della guerra ai migranti è come una pietra che rimbalzi a lungo quieta lungo un declivio, facendosi quasi frana, senza tuttavia mai correre all’impazzata. Pare che quest’estate di colpo il pendio sia divenuto più scosceso e la corsa stia accelerando. Non è questione di numeri ma di sostanza.
Le statistiche disegnano grafici inequivocabili: dallo scorso anno gli sbarchi sono nettamente diminuiti. Nell’estate del 2017 il governo Gentiloni inaugurò la stagione di lotta alle ONG impegnate in operazioni di serch and rescue nel Mediterraneo e strinse accordi con le milizie di Zawija e Sabratha, affinché bloccassero il traffico di migranti sotto il loro controllo.
Quest’anno il terreno era già stato sgomberato e reso disponibile a nuove operazioni di guerra non dichiarata. Il nuovo ministro ha solo completato l’opera, inserendo un tassello che né il suo predecessore Minniti, né, a suo tempo il suo camerata Maroni avevano osato portare sino in fondo.
Lo scontro esplicito con l’Europa è il perno su cui ha girato l’operato di Salvini e del ministro dei trasporti, il pentastellato Toninelli.
Impedire lo sbarco di centinaia di persone ripescate in mare da un’unità della Marina Militare Italiana va al di là della guerra alle ONG, criminalizzate come complici dei trafficanti. Negli ultimi mesi di governo già Minniti aveva chiuso i porti ad alcune ONG e, quando diede il via libera agli sbarchi, scattarono inchieste, blocchi delle imbarcazioni, accuse gravissime agli equipaggi.
Nel 2011, dopo un lunghissimo braccio di ferro con l’Europa, un altro ministro dell’Interno leghista, Roberto Maroni, si arrese e, in una sola notte, fece trasportare da Lampedusa alla Sicilia e, di lì, nei campi tenda settemila profughi della guerra per la Libia.
L’attuale governo è in sostanziale continuità con quelli precedenti di centro-sinistra e di centro-destra o siamo di fronte ad una frattura, ad una novità radicale, ad un salto di qualità?
Il dilemma, sebbene appaia autentico, nel dibattito politico estivo assume il sapore agre dell’interrogativo retorico. Rappresentare il governo Salvini-Di Maio nel segno della discontinuità radicale sui temi dell’immigrazione è operazione utile sia a destra che a sinistra del quadro istituzionale. Salvini, in continua campagna promozionale, vuole dimostrare di essere riuscito dove tutti gli altri hanno miseramente fallito, la disastrata opposizione Dem spera di rifarsi il trucco con l’antifascismo e l’antirazzismo.
Entrambi hanno ben poca lana da tessere, muovendosi sul terreno della propaganda.
Per i nazionalsocialisti non sarebbe stato facile promuovere lo sterminio degli ebrei se sin dai tempi della Seconda Internazionale i socialdemocratici non avessero soffiato sul fuoco dell’antisemitismo, equiparando l’ebreo al capitalista. Il che non implica negare la frattura ed l’imponente salto di qualità nazista.
La legislazione sull’immigrazione nel nostro paese ha delineato una rottura dell’ordine liberale, configurandosi come “diritto penale del nemico”, secondo la definizione coniata dal giurista tedesco Jacobs nel 1985, e articolandosi in termini che definirei di “diritto amministrativo del nemico”. Il mancato accesso ai diritti di cittadinanza finisce con il declinarsi in negazione dei diritti umani.
I governi di centro-sinistra, pur avendo inaugurato questa stagione nel lontano 1998 con la legge Turco-Napolitano che istituì la detenzione amministrativa nel nostro paese, provano a mantenere intatta la patina umanitaria. Una patina sottile. Tragicamente ridicola, ma simbolicamente importante. Per quanto abnormi siano la detenzione e la deportazione, per quanto sia criminale la blindatura delle frontiere, che uccidono chi prova ad attraversarle, per quanto evidenti siano le responsabilità di tutti i governi, le cerimonie del cordoglio mettono in scena la finzione che le stragi siano “disgrazie”, “incidenti” da imputare al mare o ai trafficanti.
Il nuovo governo ha annunciato un pacchetto sicurezza, che, pur annunciando un prolungamento della detenzione amministrativa non rappresenta una significativa rottura con il recente passato.
La novità è altrove. La sottile patina umanitaria, etichettata come “buonismo” è stata stracciata. La gente in viaggio viene etichettata come criminale, portatrice di malattie, pericolosa. Nemica.
Tutti. Sempre. Uomini, donne, bambini. Quest’estate non abbiamo assistito alla messa in scena del lutto istituzionale. Le barche affondate mentre le ONG assistevano impotenti, l’incriminazione di chi si è ribellato al ritorno in Libia sono state ragione di orgoglio.
Salvini è indagato per sequestro di persona, mancata assistenza perché non si è neppure preoccupato di adeguare le norme alle pratiche da lui imposte. Può così, pur essendo al potere, giocare il ruolo del perseguitato. Un gioco che i suoi alleati a cinque stelle hanno fatto con abilità e profitto per anni. Lungo questo declivio il ruzzolar di pietre può divenire frana. Il governo del cambiamento potrebbe chiedere ed ottenere più potere per assolvere il mandato di proteggere la comunità – gli italiani dimentichi del Po e dei riti celti – dal moloch della finanza, dall’immigrazione che mira a spezzare e cancellare l’identità, dalla libertà che nega il nucleo etico familiare.
Tra il 9 e il 12 dicembre del 2013 a Torino migliaia di persone si riversarono in strada imbracciando tricolori, decise a bloccare tutto perché deluse dal cambiamento che non arrivava, spaventate per il futuro che non c’era più. Bloccarono le strade e abbracciarono i poliziotti. Sui loro volantini si auspicava un governo militare, una dittatura. Finì presto. Tutti, delusi tornarono a casa, i media affondarono nel ridicolo quell’avventura e nessuno ci pensò più.
Oggi quella gente ha trovato la propria rappresentanza, un governo che ha promesso di realizzarne il programma.
Mentre scrivo le agenzie hanno appena battuto la notizia di un profugo sedicenne aggredito e ferito a Raffadali. Chi lo ha colpito gli ha gridato “vattene a casa tua”. È l’ultima di tante vicende tutte uguali.
Provate ad immaginare. Un uomo dal balcone vede una donna rom con una neonata in braccio, entra in casa, prende il fucile a pallini e spara alla bambina.
Un altro tizio vede un lavoratore sull’impalcatura. Prende il fucile e lo ferisce. L’operaio è di origine africana. Il ministro dell’Interno si mostra comprensivo con i fucilieri della ringhiera.
Impossibile? È successo quest’estate nel Belpaese. Ci sono case dove il rancore cova da tanto tempo, distillandosi goccia a goccia, corrodendo ogni senso di legame umano. Il seme dell’odio sta producendo i suoi frutti avvelenati.
Nessuno dica che non sapeva, nessuno dica che non aveva capito.

11 settembre 1973: Golpe Militare in Cile

La storia commemora anche un altro crimine contro l’Umanità
11 settembre 1973: Golpe Militare in Cile
Quel giorno le Forze Armate del Cile guidate dalle più alte autorità, misero in atto un colpo di stato militare che è ormai ricordato come il momento in cui terminò la Democrazia cilena.
10 settembre 2011 – Ernesto Celestini
Fonte: El Mundo e Educar Chile
In quel giorno Salvador Allende, Presidente della Nazione, decise di immolarsi nel mezzo del bombardamento che aveva come obiettivo La Moneda.
Con questo atto, che lo stesso presidente Allende definì “sacrificio”, la sua figura può essere considerata come martire caduto a difesa del fenomeno culturale e sociale, proposto dai partiti della sinistra. Con Allende morto, e dopo che i militari avevano occupato e immobilizzato il paese mettendolo in stato di assedio, venne dichiarata una giunta militare governativa composta da Augusto Pinochet, José Toribio Merino, Gustavo Leigh e Cesar Mendoza. Il golpe militare messo in atto nel paese, fu presentato alla cittadinanza come un ordine temporaneo che avrebbe rapidamente lasciato il posto alla creazione di un governo legittimamente eletto ma che restò al governo del Paese per altri diciassette anni. Durante questo periodo, il paese subì cambiamenti sociali epocali dal punto di vista culturale ed economico, instaurando una politica repressiva attuata dal governo che costò al Cile decine di migliaia di vite umane.
La dittatura di Pinochet
Cosa accadde dopo il colpo di stato?
Dopo il colpo di stato del settembre 1973, Pinochet instaurò in Cile un regime ferreo e sanguinoso, che provocò la morte o la scomparsa di migliaia di persone e causò la fuga di un milione di persone che cercarono rifugio principalmente in Europa. Il dittatore continuò a governare il paese fin quando fu costretto a indire un plebiscito, che perse, ma sopravvisse a qualsiasi tentativo della Giustizia di farlo rispondere per i crimini commessi contro il suo paese.
Pedagogia del terrore
L’11 settembre 1973 la sanguinaria dittatura che fu imposta al Cile concluse un periodo durato 150 anni di storia repubblicana e si impose occupando tutte le istituzioni del paese con cariche nominate direttamente dal regime, tanto da cambiare profondamente le condizioni di vita di tutti i suoi abitanti. Negli occhi di tutti i cileni rimarrà per sempre l’immagine della Moneda, il Palazzo presidenziale, in fiamme, lo stadio trasformato in lager per rinchiudere i prigionieri politici e i roghi con cui furono bruciati migliaia di libri definiti “pericolosi”
Lo stesso giorno del colpo di stato, i comandanti in capo, con Pinochet in testa, formarono una giunta militare, dichiararono che era in atto una “guerra civile” nel paese e decretarono lo stato di assedio ed il coprifuoco che furono prorogati, fatta eccezione per brevi periodi, fino al 1987.
Pinochet esercitò il potere con pugno di ferro fino al 1990, anno in cui introdusse un modello neoliberista ad oltranza che, anche se salvò l’economia, secondo dati ufficiali, lasciò in povertà più di cinque milioni di persone. Ci sono testimonianze che affermano che le forze militari continuamente presenti in strada, gli elicotteri che sorvolavano le città di notte, gli arresti alla luce del giorno, contribuirono a instaurare una “pedagogia del terrore”.
Come eredità politica, comunque, Pinochet ha lasciato una Costituzione ancora oggi, in vigore e vari grovigli autoritari che i governi democratici non sono ancora riusciti a sbrogliare, come la carica di senatore a vita, che servì al dittatore per evitare di fare i conti con la storia. Nel 1988, dopo aver negoziato con alcuni settori che si opponevano alla dittatura, Pinochet indisse un plebiscito con cui voleva legittimare il suo governo.
Persee la sua sconfitta segnò la fine di una dittatura sanguinosa.
La Carovana della Morte
Nel mese di ottobre 1973, una delegazione militare guidata dal generale Arellano Stark percorse tutto il con un elicottero Puma. Furono i giorni della Carovana della Morte. A questa sinistra ‘delegazione’ si attribuirono settantacinque omicidi, la maggioranza leader politici e sindacali, con la cui morte si voleva scongiurare una più che probabile opposizione che si sarebbe sollevata nei primi mesi del regime di Pinochet. Il dittatore sicuramente “conosceva” tutte le loro attività, infatti, non chiese di indagare sulle loro abitudini. Una volta perso il potere politico, si fece scudo della sua posizione di senatore a vita per sottrarsi all’azione della giustizia.
Stati Uniti: L’indifferenza è nella memoria
Gli Stati Uniti cercano di lasciarsi alle spalle il ricordo dell’anniversario del colpo di stato di Pinochet. Washington, che ha riconosciuto, anche se in modo molto tiepido, il suo coinvolgimento con i preparativi del golpe, ha ormai una commemorazione ben più viva nella mente degli americani e può far scorrere gli anniversari con discrezione. Il paese ha rivelato poco a poco, anche se in forma parziale, migliaia di documenti, alcuni dei quali mostrano un chiaro sostegno per l’opposizione di Allende e del collegamento con alcuni degli autori del colpo di stato, prima ancora della nomina di Allende alla presidenza. I documenti rivelano anche che gli Stati Uniti erano a conoscenza anche di un coordinamento tra il Cono Sud per la soppressione degli avversari oltre i confini: Operazione Condor.
Operazione Condor
Nei primi anni ’90 in Paraguay si sono trovati dei documenti della polizia segreta politica paraguaiana. Questi documenti, detti “archivi del terrore”, rivelarono un piano machiavellico ordito nel ’70 dai servizi di sicurezza militari dei regimi-dei paesi del Cono Sud : Argentina, Cile, Brasile, Paraguay, Uruguay e Bolivia per farla finita con gli oppositori delle loro dittature: “le sinistre, i comunisti e i marxisti”.

Anche se alcuni governi hanno negato l’esistenza di questo piano, i documenti decodificati della CIA indicano il contrario. Alcune organizzazioni per i diritti umani stimano che questa operazione abbia prodotto circa 30.000 vittime e molte di queste erano cilene. Come già detto, è stato stimato che oltre un milione di persone abbia lasciato il Cile dopo il colpo di stato militare del 1973. Tra gli esiliati numerosi sono stati i casi di suicidio, nevrosi e depressioni. Ancora oggi, 800.000 cileni che vivono all’estero, alcuni dei quali fuggiti durante la dittatura, cercano di recuperare la loro nazionalità.
Pinochet sopravvive
La personalità di Augusto Pinochet rimane ancora nascosta dietro i suoi occhiali scuri ed è rimasta nascosta anche dietro i tanti cavilli legali e burocratici con cui ha evitato di pagare, per i crimini contro il suo popolo, fino alla morte. Il suo aspetto che appariva scheletrico e malato a Londra durante la sua detenzione per ordine del giudice spagnolo Baltasar Garzon, era tutto il contrario di quello che mostrò al suo arrivo a Santiago, 503 giorni dopo. Quando il Boeing 707 delle Forze Armate, che lo aveva riportato nel suo paese, atterrò in Cile, abbandonò la sua sedia a rotelle che aveva usato fino a quel momento per qualsiasi movimento e si alzò attraversando la pista dell’aeroporto, come risorto.
“La storia dimostra che i dittatori non finiscono bene”, dichiarò Pinochet alla rivista The New Yorker, prima della sua morte. Ma non è sempre vero.
Note:
Gli orrori della storia non cessano mai e a volte tornano a ripetersi, tanto che in certi casi la nostra memoria stenta a trattenerli tutti.
Può anche succedere che alcune date vengano commemorate nel pensiero di un evento tanto drammatico e spettacolare che difficilmente la mente umana potrà dimenticarlo.
Come può anche succedere che, nella stessa data, si stenti a ricordare un altro evento meno determinante nella scena politica mondiale ma che ha profondamente cambiato la vita di milioni di uomini, facendo diventare tristemente comprensibile in tutto il mondo il significato di una parola “desaparecido”.