"Sulla mia pelle", il film sugli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi,
sbarca negli spazi autogestiti di Bologna: diverse le proiezioni
pubbliche e gratuite già segnalate (per il 12 settembre da Nautilus, per
il 13 da Làbas, per il 19 dall'Xm24...). Iniziative costrette, però, a
fare i conti con la censura di Facebook. Come spiega Làbas:
"Facebook ha eliminato decine di eventi sparsi in tutta Italia che
promuovevano la proiezione gratuita di 'Sulla mia pelle', il film di
Alessio Cremonini sugli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi.
Gli eventi sono stati segnalati da LuckyRed, società di distribuzione e
produzione cinematografica, in accordo con NetflixItalia. Avevamo deciso
di promuovere la visione collettiva di questo film perché crediamo che
ci sia bisogno di fare ancora tanto nella lotta agli
abusi in divisa, per creare coscienza attorno agli assassinii
perpetrati dalle forze dell'ordine e perché pensiamo che il cinema sia
uno strumento collettivo di tutt* e per tutt*. Per questo abbiamo
deciso che la proiezione di giovedì 13 settembre si farà lo stesso: per
ricordare Stefano Cucchi e perché crediamo che la cultura vada sempre e
comunque condivisa. Seguiranno aggiornamenti su luogo e orario". Scrive
Nautilus: "Facebook ha cancellato l`evento della proiezione di 'Sulla
mia pelle - Gli ultimi sette giorni' di Stefano Cucchi! Confermiamo
l`appuntamento e invitiamo tutti e tutte a condividere i post e spargere
la voce. Ci vediamo mercoledì 12 alle 19 a Nautilus". Quella sera il
film sarà presentato dal Cua, che sulla vicenda scrive:
"La proiezione si farà lo stesso, la censura di Facebook non ci ferma!
Rilanciamo l'appuntamento di mercoledì 12 settembre", un'occasione "per
aprire una discussione sulle violenze della polizia e sulle
responsabilità dello Stato nel tentare di nasconderle sistematicamente".
Anche Ilaria Cucchi,
sorella di Stefano, ha preso posizione sulla cancellazione degli
eventi: "'Sulla mia pelle' aveva invaso il web. Una valanga di eventi
organizzati in tutta Italia per la proiezione. La cosa mi ha fatto un
enorme piacere e mi ha scaldato il cuore
vedere ancora una volta quanto interesse e quanto calore ci sia intorno
a Stefano e a questo bellissimo film su di lui. Devo pertanto
confessare tutto il mio dispiacere e la mia amarezza per il fatto che
tutto questo sia stato cancellato in un batter d'occhio da Facebook.
Scomparso. Noi non abbiamo voce in capitolo, possiano forse comprenderne
le ragioni ma mi dispiace e non poco".
Nessuno è come sembra, ma dobbiamo mantenere le apparenze per sopravvivere
martedì 11 settembre 2018
domenica 9 settembre 2018
9 settembre 1976: muore Mao Tse Tung
"Un comunista deve essere di ampie vedute, sincero, leale e attivo, deve mettere gli interessi della rivoluzione al di sopra della sua stessa vita e subordinare gli interessi personali a quelli della rivoluzione; sempre ed ovunque, deve essere fedele ai principi giusti e condurre una lotta instancabile contro ogni idea e azione errata ; deve pensare più al Partito e alle masse che agli individui, più agli altri che a se stesso . Solo così può essere considerato un comunista. Noi comunisti siamo come i semi e il popolo è come la terra. Ovunque andiamo, dobbiamo unirci al popolo, mettere radici e fiorire in mezzo al popolo"
Il 9 settembre 1976 morì Mao Tse-Tung, presidente del Partito Comunista Cinese nonché fondatore e presidente della Repubblica Popolare Cinese.
Mao soffriva, già da alcuni anni, di una malattia degenerativa neuro-motoria e di disturbi respiratori e cardiaci causati dal fumo. Ciò non gli impedì di compiere un'opera ricompositiva sia in politica interna che in politica estera nell'ultimo periodo della sua vita, portando a termine, con successi alterni, la Grande rivoluzione culturale e riallacciando i rapporti con l'Unione sovietica di Brežnev.
La morte del "grande timoniere" lasciò un'eredità politica assai frammentaria nella Cina comunista, che vedeva contrapposte le diverse anime del Partito, fino a quel momento rimaste per lo più sopite.
Alla sinistra del PCC si trovava la cosiddetta "Banda dei quattro" (nella quale si trovava anche Jiang Qing, vedova di Mao e sua quarta e ultima moglie), che si consideravano i diretti continuatori della politica di Mao e della sua Rivoluzione culturale e auspicavano la continuazione di una politica di mobilitazione della masse proletarie rivoluzionarie, in particolar modo gli studenti e le Guardie rosse.
L'ala destra era invece divisa in due gruppi: i restaurazionisti guidati da Hua Guofeng, che sostenevano il ritorno ad una pianificazione centralizzata in stile sovietico, e i riformatori, guidati da Deng Xiaoping, che volevano una revisione dell'economia cinese, basata su politiche pragmatiche, e la de-enfatizzazione del ruolo dell'ideologia nel determinare le regole politiche ed economiche.
Inizialmente lo scontro per l'eredità di Mao fu vinta dai restaurazionisti, con Hua Guofeng presidente della Repubblica Popolare fino al 1980 e segretario del PCC fino al 1981. Il 6 ottobre 1976, Hua annunciò un tentativo di colpo di Stato da parte della "Banda dei quattro", che fece arrestare insieme a numerose persone vicine alle loro posizioni. Nel 1981 i quattro furono processati e accusati di tutti gli eccessi della rivoluzione culturale e di attività anti-partito con pene che andavano dall'ergastolo al carcere a vita.
In un documento pubblicato il giorno stesso della morte di Mao Tse-Tung, i "quattro" dichiaravano:
(...)Dobbiamo continuare a portare avanti il lavoro di Mao Zedong, persistendo nella linea politica e diplomatica rivoluzionaria. Dobbiamo persistere nell'internazionalismo del proletariato e rafforzare l'unione tra i partiti e le organizzazioni politiche marxiste-leniniste in tutto il mondo, e rafforzare l'unione tra il popolo cinese, i popoli di tutti i paesi e in particolare di quelli del terzo mondo, unendo tutte le forze possibili a livello internazionale e portare avanti fino alla fine la lotta contro l'imperialismo, l'imperialismo socialista e il revisionismo moderno.
Non saremo mai alla ricerca dell'egemonia né ci comporteremo da super-potenza.
Dobbiamo portare avanti il lavoro di Mao Zedong, studiare diligentemente il pensiero di Marx, Lenin e Mao Zedong, studiare assiduamente le loro opere e lottare per rovesciare completamente la classe borghese e sfruttatrice, utilizzando la dittatura del proletariato per sostituire la dittatura della borghesia e il socialismo per sconfiggere il capitalismo, per far sì che la Cina diventi un grande paese socialista, facendo il possibile per ottenere grandi risultati per le masse e infine per realizzare il comunismo.
Contrariamente a quanto auspicato nel documento, la lotta per il potere verrà invece vinta dalla corrente di Deng Xiaoping, che intraprese una serie di riforme radicali miranti a decollettivizzare l'economia, prima rurale e poi urbana, premiando i lavoratori più attivi e preparati, mantenendo sempre con rigore il principio dell'autorità assoluta del partito contro ogni prospettiva di pluralismo e di liberalizzazione politica. La politica fortemente riformatrice di Xiaoping contribuì a trasformare la Cina nella superpotenza economica votata all'iperproduttività che conosciamo oggi.
Qualche giorno dopo la morte di Mao Tse-Tung si tennero a Pechino i funerali, seguiti con cordoglio da oltre un milione di persone. In seguito la salma del leader cinese fu esposta in piazza Tienanmen per otto giorni, per poi lì rimanere imbalsamata in un mausoleo sullo stile di quelli sovietici e vietnamiti, contrariamente alla volontà di Mao, il quale aveva richiesto di essere cremato.
9 settembre 2008 muore Stefano Brunetti
Stefano Brunetti viene arrestato l’8 settembre 2008 per rissa. Viene fermato e portato in questura dalla polizia che intende raccogliere le informazioni necessarie interrogando le persone coinvolte. Secondo la versione rilasciata dai poliziotti Brunetti, rinchiuso in camera di sicurezza, si rende protagonista di atti di autolesionismo tanto da costringere gli agenti a chiamare il medico di guardia per sedarlo. Intorno alle due di notte viene condotto nel carcere di Velletri. Il giorno dopo viene ricoverato in pronto soccorso in condizioni critiche dove il dottore Claudio Cappello gli chiede: ” chi ti ha ridotto così?” e Brunetti risponde: “mi hanno menato le guardie del commissariato di Anzio” qualche ora dopo muore. Il Pm Dott. Luigi Paoletti a seguito della denuncia avvia un’indagine che dura due anni. Il rinvio a giudizio dei quattro poliziotti è così motivato: “Gli imputati sono accusati di aver cagionato in concorso tra loro la morte di Brunetti Stefano tratto in arresto dai medesimi e trattenuto presso le camere di sicurezza del commissariato fino all’accompagnamento in carcere, con atti diretti a commettere il delitto di percosse o lesioni personali, segnatamente colpendolo più volte con un mezzo contundente naturale o non naturale… con l’aggravante di aver commesso il fatto con abuso di poteri o comunque violazioni di doveri inerenti a una pubblica funzione”. Il dott. Marella consulente medico legale della procura di Velletri che effettua l’autopsia rileva che le lesioni sono state prodotte nelle 18-20 ore precedenti il decesso ovvero nell’arco di tempo della sua detenzione nella camera di sicurezza del commissariato. La morte è stata causata da una emorragia interna provocata dalla rottura di due costole. Il processo inizia il 26 settembre 2011 presso la Corte di Assise di Frosinone dove vengono ascoltati tutti i testimoni di ambo le parti. I nomi di dei quattro sono: Salvatore Lupoli, Massimo Cocuzza, Daniele Bruno e Alessio Sparacino. Il processo si è concluso il 7 giugno 2013. Dei quattro imputati solo Salvatore Lupoli ha parlato innanzi alla corte contraddicendosi nella sua deposizione con tempi e orari e accusando i medici del pronto soccorso di Velletri di non essere intervenuti in tempo. I giudici si pronunciano i primi di ottobre, assolvendo i quattro poliziotti dopo essersi consultati per non più di 30 minuti di camera di consiglio.
sabato 8 settembre 2018
8 settembre 1974: la polizia uccide Fabrizio Ceruso
È il 5 settembre del 1974 quando per Roma e dintorni inizia a girare una notizia tanto allarmante quanto inaspettata: stanno sgomberando a San Basilio!
Chi, rispondendo all’appello, si precipita nel quartiere trova uno scenario da guerra civile. Come vere truppe d’occupazione, le forze dell’ordine hanno invaso la storica borgata romana ma, dopo aver allontanato una prima volta gli occupanti dalle proprie case, non possono impedire una nuova occupazione degli appartamenti la sera stessa.
Il Comitato di Lotta per la Casa, insieme a un fronte sempre più ampio di sodali, rinforza la difesa, ma il 6 la storia si ripete:
Chi, rispondendo all’appello, si precipita nel quartiere trova uno scenario da guerra civile. Come vere truppe d’occupazione, le forze dell’ordine hanno invaso la storica borgata romana ma, dopo aver allontanato una prima volta gli occupanti dalle proprie case, non possono impedire una nuova occupazione degli appartamenti la sera stessa.
Il Comitato di Lotta per la Casa, insieme a un fronte sempre più ampio di sodali, rinforza la difesa, ma il 6 la storia si ripete:
La polizia arriva la mattina in forze per effettuare lo sgombero in via Montecarotto, ma trova una resistenza organizzata all’innesto della via Tiburtina con via del Casale di San Basilio, dove nella notte era stata alzata una barricata. Iniziano gli scontri con lanci di lacrimogeni e ripetute cariche a cui i manifestanti rispondono con un fitto lancio di molotov e sassi. La polizia comunque riesce a transitare da via Nomentana, circonda le case e inizia un fitto lancio di lacrimogeni sparati anche sui balconi e si fa largo a colpi di manganello: una bambina di 12 anni rimane ferita. In alcuni appartamenti si verificano focolai di incendio (Massimo Sestili, “Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974”, in “Historia Magistra” n.1, 2009).
Le case sgomberate, in ogni caso, vengono nuovamente occupate nella stessa giornata. E proprio grazie alla determinazione di chi resiste, il 7, sabato, si respira aria di tregua, con gli avvocati di Movimento che riescono anche a recarsi in Prefettura per cercare di far ritirare l’ordinanza di sgombero. Potrebbe sembrare tutto finito, eppure è proprio la domenica il giorno atteso dalla polizia per sferrare l’attacco più feroce. Alle otto riprendono le operazioni di sgombero, ma non trova persone disponibili ad abbandonare ciò che hanno conquistato senza lottare. Intorno alle 17, addirittura, una donna di 24 anni imbraccia un fucile da caccia e, dalla finestra di casa, spara contro i poliziotti, ferendo un vicequestore. Alle 18, l’assemblea popolare riunita per cercare di capire il da farsi viene attaccata con i lacrimogeni: la reazione della folla è compatta e la celere, lanciata alla carica, perde la testa insieme alle sue posizioni.
È la guerra: il popolo da una parte, le forze dell’ordine dall’altra. Il quartiere è isolato, i pali della luce divelti, qualunque cosa utile a essere lanciata viene utilizzata allo scopo e i mezzi di trasporto, parcheggiati per provvedere alla deportazione degli sgombrati, vengono dati alle fiamme.
Le armi da fuoco, è vero, non sono soltanto appannaggio della polizia. Ma su questo versante, ovviamente, gli occupanti non possono competere con chi indossa la divisa. Si supplisce con il cuore e con la solidarietà. Le barricate chiamano e Roma risponde. La polizia, però, continua a sparare. Proiettili come se piovesse in via Fiuminata dove, a essere colpito al petto da una pallottola calibro 7,65, è un ragazzo con il casco rosso.
È la guerra: il popolo da una parte, le forze dell’ordine dall’altra. Il quartiere è isolato, i pali della luce divelti, qualunque cosa utile a essere lanciata viene utilizzata allo scopo e i mezzi di trasporto, parcheggiati per provvedere alla deportazione degli sgombrati, vengono dati alle fiamme.
Le armi da fuoco, è vero, non sono soltanto appannaggio della polizia. Ma su questo versante, ovviamente, gli occupanti non possono competere con chi indossa la divisa. Si supplisce con il cuore e con la solidarietà. Le barricate chiamano e Roma risponde. La polizia, però, continua a sparare. Proiettili come se piovesse in via Fiuminata dove, a essere colpito al petto da una pallottola calibro 7,65, è un ragazzo con il casco rosso.
Quel ragazzo ha appena diciannove anni. Vive a Tivoli, dove milita nel Comitato proletario, un organismo di Autonomia Operaia. Suo padre fa il netturbino, la mamma è casalinga. Lui, dopo gli studi alla scuola alberghiera, aveva lavorato in diversi bar e ristoranti prima di provare a trasferirsi in Francia. Tornato in Italia, ci sarebbe stata una buona notizia ad aspettare la sua famiglia. Dopo una lunga attesa, finalmente era arrivata l’assegnazione di una casa popolare a Villa Adriana. Quell’8 settembre, prima di correre a San Basilio per difendere le case occupate, aveva aiutato con il trasloco… alle 19 e 15 circa si ritrova su un taxi, impegnato in una corsa disperato verso il Policlinico. Quando il mezzo arriva a destinazione è troppo tardi. Il ragazzo con il casco rosso è morto: si chiamava Fabrizio Ceruso; «per loro non eri nessuno», dice A Fabrizio Ceruso, una delle canzoni anonimamente dedicate al ragazzo di Tivoli:
Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno / soltanto 19 anni e per loro non eri che uno / uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina / un operaio, un disoccupato un emigrante…
Nemmeno la data dell’omicidio di Fabrizio sembra frutto del «caso». L’8 settembre del 1943, con l’esercito italiano allo sbando, era stata la milizia popolare a tentare la resistenza contro i nazisti. A Tiburtino III, non lontano da San Basilio, la memoria del cadavere della popolana Caterina Martinelli, ammazzata dalle SS mentre con altre donne del quartiere assaltava un forno nel vano tentativo di conquistarsi il pane con cui sfamare la famiglia, riallaccia il legame con gli ideali di una Resistenza che, trasformata in lotta per la casa, significa davvero giustizia e libertà. E se Caterina Martinelli era diventata la martire della lotta contro la fame, dopo l’8 settembre del 1974 Fabrizio vive in ogni casa che viene occupata.
*
Accettare, come effettivamente è avvenuto nelle aule dei tribunali, che la morte di Fabrizio Ceruso resti archiviata con un non luogo a procedere «essendo ignoti gli autori del reato» non significa solo trascurare le numerose testimonianze che individuano in un poliziotto che si inginocchia ed esplode quattro colpi l’autore del gesto. Significa, in una situazione di estrema gravità, provare a dimenticare la situazione repressiva vissuta dall’Italia nel corso del 1974: l’anno della strage di Brescia (28 maggio; 8 morti e 102 feriti) e del treno Italicus (4 agosto; 12 morti e 45 feriti); ma anche l’anno in cui la rivolta scoppiata nel carcere di Alessandria (9 maggio; 5 morti tra detenuti e ostaggi) viene soffocata nel sangue dall’assalto deciso e diretto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Il tentativo di sgombero di San Basilio, in un simile clima, è un altro capitolo della strategia della tensione e, inaugurando la futura «linea della fermezza» adottata nella repressione dei fenomeni d’insorgenza sociale, segna la scelta di attaccare deliberatamente un movimento in crescita come quello della lotta per la casa nel tentativo di stroncarlo, impedendo all’autorganizzazione di diffondersi, alle famiglie coinvolte di predisporre una resistenza efficace e alle occupazioni abitative di moltiplicarsi. Analizzato in questi termini, il tentativo fallisce. Al contrario, a San Basilio fu proprio nel momento in cui il quartiere apprese dell’assassinio di Ceruso che la lotta si trasformò in una battaglia autenticamente popolare, senza distinzione alcuna tra occupanti e assegnatari. E, come recita Rivolta di classe, un’altra canzone popolare dedicata alla battaglia di San Basilio, «la casa si prende, la casa si difende» continuerà a essere lo slogan di qualunque episodio di riappropriazione:
Il tentativo di sgombero di San Basilio, in un simile clima, è un altro capitolo della strategia della tensione e, inaugurando la futura «linea della fermezza» adottata nella repressione dei fenomeni d’insorgenza sociale, segna la scelta di attaccare deliberatamente un movimento in crescita come quello della lotta per la casa nel tentativo di stroncarlo, impedendo all’autorganizzazione di diffondersi, alle famiglie coinvolte di predisporre una resistenza efficace e alle occupazioni abitative di moltiplicarsi. Analizzato in questi termini, il tentativo fallisce. Al contrario, a San Basilio fu proprio nel momento in cui il quartiere apprese dell’assassinio di Ceruso che la lotta si trasformò in una battaglia autenticamente popolare, senza distinzione alcuna tra occupanti e assegnatari. E, come recita Rivolta di classe, un’altra canzone popolare dedicata alla battaglia di San Basilio, «la casa si prende, la casa si difende» continuerà a essere lo slogan di qualunque episodio di riappropriazione:
La casa compagni si prende / l’abbiam gridato tante volte / e dopo la si difende / da padroni e polizia…
Le case, dunque, saranno occupate ancora, i diritti rivendicati, le conquiste sociali difese: «Sarebbe sbagliato», si scrisse allora, «“mitizzare” lo scontro di S. Basilio in quanto ancora episodio (anche se tra i più belli e i più profondamente radicati nella coscienza di classe) e non già acquisizione permanente di quel comportamento da parte del movimento per la casa».
Un’affermazione, proveniente dall’area dell’Autonomia Operaia, con cui si sottolineava come, partendo dall’abitare, fosse inevitabile arrivare allo scontro con strutture di potere disposte a tutto pur di non cedere un centimetro del proprio interesse alla classe contrapposta. E in effetti, ad appena un giorno di distanza dalla morte di Ceruso e dopo che, inferocita per l’omicidio del ragazzo di Tivoli, tutta San Basilio si era scagliata contro la polizia ingaggiando una guerriglia lotto per lotto, la Regione Lazio si decideva a riconoscere il diritto alla casa popolare a chiunque, vantando i necessari requisiti, avesse occupato un alloggio prima dell’8 settembre del 1974.
Per molti palazzinari simili provvedimenti rappresentavano – e rappresentano – un danno concreto. Il rischio di una perdita economica nel nome della quale si potrebbe tranquillamente tornare ad ammazzare ancora.
Un’affermazione, proveniente dall’area dell’Autonomia Operaia, con cui si sottolineava come, partendo dall’abitare, fosse inevitabile arrivare allo scontro con strutture di potere disposte a tutto pur di non cedere un centimetro del proprio interesse alla classe contrapposta. E in effetti, ad appena un giorno di distanza dalla morte di Ceruso e dopo che, inferocita per l’omicidio del ragazzo di Tivoli, tutta San Basilio si era scagliata contro la polizia ingaggiando una guerriglia lotto per lotto, la Regione Lazio si decideva a riconoscere il diritto alla casa popolare a chiunque, vantando i necessari requisiti, avesse occupato un alloggio prima dell’8 settembre del 1974.
Per molti palazzinari simili provvedimenti rappresentavano – e rappresentano – un danno concreto. Il rischio di una perdita economica nel nome della quale si potrebbe tranquillamente tornare ad ammazzare ancora.
BIBLIOGRAFIA:
Cristiano Armati, Cuori rossi, Newton Compton, Roma, 2006.
Massimo Carlotto, San Basilio, in In ordine pubblico, a cura di Paola Staccioli, Fahrenheit 451, Roma 2005
Raimondo Catanzaro – Luigi Manconi, Storie di lotta armata, Il Mulino, Bologna 1985.
Gian-Giacomo Fusco, Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie: San Basilio come caso di studio, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2013.
Ubaldo Gervasoni, San Basilio: nascita, lotte e declino di una borgata romana, Edizioni delle Autonomie, Roma, 1986.
Sandro Padula, San Basilio, 8 settembre 1974: Fabrizio Ceruso e la lotta per il diritto alla casa, in «Baruda.net», 8 settembre 2014.
Massimo Sestili, Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974, in «Historia Magistra», n.1, 2009.
Pierluigi Zavaroni, Caduti e memoria nella lotta politica. Le morti violente della stagione dei movimenti, Carocci, Roma, 2010.
A cura di «Progetto San Basilio – Storie de Roma» è in corso di preparazione un film documentario sui fatti del settembre 1974 intitolato La battaglia – San Basilio 1974
Massimo Carlotto, San Basilio, in In ordine pubblico, a cura di Paola Staccioli, Fahrenheit 451, Roma 2005
Raimondo Catanzaro – Luigi Manconi, Storie di lotta armata, Il Mulino, Bologna 1985.
Gian-Giacomo Fusco, Ai margini di Roma capitale. Lo sviluppo storico delle periferie: San Basilio come caso di studio, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2013.
Ubaldo Gervasoni, San Basilio: nascita, lotte e declino di una borgata romana, Edizioni delle Autonomie, Roma, 1986.
Sandro Padula, San Basilio, 8 settembre 1974: Fabrizio Ceruso e la lotta per il diritto alla casa, in «Baruda.net», 8 settembre 2014.
Massimo Sestili, Sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974, in «Historia Magistra», n.1, 2009.
Pierluigi Zavaroni, Caduti e memoria nella lotta politica. Le morti violente della stagione dei movimenti, Carocci, Roma, 2010.
A cura di «Progetto San Basilio – Storie de Roma» è in corso di preparazione un film documentario sui fatti del settembre 1974 intitolato La battaglia – San Basilio 1974
Fabrizio Ceruso
Soltanto diciannove anni
e per loro non eri nessuno,
soltanto diciannove anni
e per loro non eri che uno.
Uno come tanti, un cameriere,
un garzone d'officina,
un disoccupato, un operaio,
un emigrante.
Eppure quella domenica
otto settembre
a San Basilio hanno mandato
più di mille uomini per ammazzarti.
Più di mille uomini che credevano
che bastasse spararti,
e sono stati invece loro
ad avere paura di te.
Perché quella domenica giù a San Basilio
eravamo in tanti a non essere nessuno,
in tanti a difenderci le case,
a farci la storia con le nostre mani,
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione.
È bastato Fabrizio Ceruso a 19 anni!
Se credevate di ammazzarlo avete sbagliato,
Fabrizio è l'uomo nuovo che non muore mai!
Fabrizio vive in tutti noi, nelle lotte del proletariato!
Altri giovani in suo nome vi preparano già la fossa!
Il primo ministro, il presidente [Dc-Msi, ndr]
a dirigere le operazioni
per preparare
il tuo assassinio.
Lo stato maggiore riformista [Pci, ndr]
mobilitato a condannarti
perché con gli estremisti
non volevi sgombrare.
Una montagna di calunnie
per preparare e giustificare
la tua condanna,
la tua sicura morte.
Tanto per ammazzare
un proletario,
un comunista
di 19 anni.
Per far pesare
la sua morte
sulla lotta,
giusta lotta.
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL SOLE ROSSO [PMLI, ndr]
è rimasto nei tuoi occhi,
la rabbia proletaria già l'ha detto,
«Compagno Fabrizio noi ti vendicheremo»,
assassini di stato, la pagherete
pagherete tutto
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL FIORE ROSSO [CCCP, ndr]
è rimasto sul tuo petto,
il pianto amaro di tuo padre,
il rumore prodotto nella coscienza di tanti,
anche l'odio è prezioso quando il popolo prepara la riscossa.
[Askatasuna]
e per loro non eri nessuno,
soltanto diciannove anni
e per loro non eri che uno.
Uno come tanti, un cameriere,
un garzone d'officina,
un disoccupato, un operaio,
un emigrante.
Eppure quella domenica
otto settembre
a San Basilio hanno mandato
più di mille uomini per ammazzarti.
Più di mille uomini che credevano
che bastasse spararti,
e sono stati invece loro
ad avere paura di te.
Perché quella domenica giù a San Basilio
eravamo in tanti a non essere nessuno,
in tanti a difenderci le case,
a farci la storia con le nostre mani,
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione.
È bastato Fabrizio Ceruso a 19 anni!
Se credevate di ammazzarlo avete sbagliato,
Fabrizio è l'uomo nuovo che non muore mai!
Fabrizio vive in tutti noi, nelle lotte del proletariato!
Altri giovani in suo nome vi preparano già la fossa!
Il primo ministro, il presidente [Dc-Msi, ndr]
a dirigere le operazioni
per preparare
il tuo assassinio.
Lo stato maggiore riformista [Pci, ndr]
mobilitato a condannarti
perché con gli estremisti
non volevi sgombrare.
Una montagna di calunnie
per preparare e giustificare
la tua condanna,
la tua sicura morte.
Tanto per ammazzare
un proletario,
un comunista
di 19 anni.
Per far pesare
la sua morte
sulla lotta,
giusta lotta.
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL SOLE ROSSO [PMLI, ndr]
è rimasto nei tuoi occhi,
la rabbia proletaria già l'ha detto,
«Compagno Fabrizio noi ti vendicheremo»,
assassini di stato, la pagherete
pagherete tutto
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL FIORE ROSSO [CCCP, ndr]
è rimasto sul tuo petto,
il pianto amaro di tuo padre,
il rumore prodotto nella coscienza di tanti,
anche l'odio è prezioso quando il popolo prepara la riscossa.
[Askatasuna]
Israele, una democrazia fatta di confische, distruzioni e deportazioni
Israele, lo Stato che occupa la Palestina per una superficie che va
ben oltre quella stabilita nella partizione proposta dall’ONU nel
lontano 1948. Israele, lo Stato che per sistematica inosservanza di
decine e decine di Risoluzioni Onu è un Paese fuorilegge sebbene non
venga (per fortuna) bombardato come successo, con benedizione mediatica e
popolare, per altri Paesi. Paesi che magari di Risoluzioni Onu ne
avevano ignorata soltanto una.
Israele, che non subisce sanzione per le sue continue violazioni del Diritto universale umanitario e delle Convenzioni di Ginevra riesce, con un sortilegio basato su complicità e interessi internazionali, a mantenere il suo appellativo di Stato democratico. Aggettivazione che non perderà neanche dopo aver distrutto la ormai famosa “scuola di gomme” costruita dalla ong italiana Vento di Terra nove anni fa. Scuola che è stata oggetto da subito di minacce di demolizione, di confische di strutture ricreative quali altalene e altri giochi asportati addirittura con l’impiego di elicotteri per impedire a 170 bambini l’uso di quanto offerto dalla generosità internazionale.
Israele non perderà neanche questa volta la sua definizione di Stato democratico, per quanto assurdo sia rispetto alla realtà, grazie ad un fantastico gioco di prestigio giuridico-lessicale capace di ipnotizzare i democratici onesti e di fornire materiale narrativo ai suoi valletti mediatici.
Vediamo di cosa si tratta. Prima di tutto va ricordato che Israele – nel più totale silenzio mediatico – demolisce abitualmente strutture scolastiche oltre che abitative nell’Area C. Non solo, ma in particolare nell’Area C, cioè in quella parte di Palestina che la trappola degli accordi di Oslo del 1993 pose “provvisoriamente” sotto giurisdizione israeliana.
La scuola di gomme è riuscita, giustamente, ad attrarre l’attenzione internazionale sia per la tenacia dell’organizzazione che l’ha costruita, sia per l’originalità del progetto basato sul riciclo di vecchi copertoni e senza le fondamenta che, nella crudele e arbitraria prassi israeliana, ne avrebbero decretato l’abbattimento immediato per violazione delle norme ambientali. Non sembri pleonastico precisare che laddove vengono impedite anche minime costruzioni palestinesi lo Stato ebraico costruisce o lascia costruire a coloni (anch’essi fuorilegge ai sensi della legalità internazionale) enormi insediamenti su territorio comunque palestinese.
Ma cerchiamo di capire cosa consente a questo Stato di non perdere il grande scudo protettivo, e finora inossidabile, chiamato democrazia. Israele fa precedere le sue azioni più o meno violente contro il popolo palestinese, la sua terra, i suoi diritti e finanche la vita tout court, sia quando abbattuta in forma di stillicidio sia quando abbattuta per grandi numeri, dalla magica formula democratica della “legge” emanata dalle sue istituzioni.
La demolizione di case, ultimissime quelle del villaggio di Al Walaja vicino Betlemme, come tutte le altre demolizioni e confische di beni palestinesi e come tutte le altre costruzioni illegittime regalate ad ebrei in quanto ebrei su terreno palestinese, sono precedute da decreti, sentenze, o leggi emanate dalla Knesset che, grazie allo scudo giuridico-lessicale costituito dal temine “legale” – normalmente a braccetto con la definizione “sicurezza per Israele” – anestetizza i tanti sinceri democratici rendendoli incapaci di confronti semplici. Uno di questi confronti, solo per parlare dell’Italia, si può avere dando un’occhiata alla “legalità” di un tristissimo periodo storico del secolo scorso.
Se la legalità si fa semplicemente domestica e cozza contro un ben più universale corpo di leggi internazionale, la legge nazionale mantiene la forma di legge pur violando la legittimità del suo contenuto. Anche il Parlamento italiano approvò le leggi razziali del 1937 in violazione dell’eguaglianza con le popolazioni colonizzate, definendole “razze inferiori” e quelle del 1938 contro i cittadini italiani di religione ebraica definendo anch’essi “razza”. Erano “leggi” e pertanto rispettavano quel simulacro detto legalità. Bene, Israele fa regolarmente altrettanto e, come allora le leggi razziali ebbero l’autorevolezza di essere leggi, così ora le discriminanti norme giuridiche di Israele, peraltro all’interno del suo essere Stato fuorilegge in quanto occupante e assediante, hanno l’autorevolezza della forma e tanto basta perché il mondo le accolga e, tutt’al più, tolleri l’organizzazione di petizioni e preghiere affinché il governo israeliano mostri magnanimità nell’applicazione di norme e sentenze che di per sé dovrebbero essere condannate dalla comunità internazionale in quanto illegittime già alla fonte.
Quanto sta succedendo con la demolizione della scuola di gomme del villaggio beduino di Khan Al Akhmar in Cisgiordania e la successiva deportazione della comunità Jahalin che lo abita, è solo l’ultimo esempio di tutto ciò. Demolizione e deportazione sono state decise da molti anni, da quando le istituzioni israeliane hanno stabilito di allargare la colonia (ovviamente illegale) di Ma’ale Addumin unendola ad una colonia più piccola tagliando definitivamente in due la Cisgiordania e impedendo anche solo l’idea della nascita, seppure in forma ridotta, di quello Stato palestinese che la Risoluzione 181 proponeva accanto a quello israeliano.
La decisione – rimandata più volte in seguito a petizioni, richieste di organizzazioni palestinesi ed anche israeliane, la tenacia di Vento di Terra e l’attenzione di parlamentari italiani e di varie nazioni, e i ricorsi alla Corte suprema israeliana – infine è arrivata, e in forma di sentenza definitiva. Sentenza emessa da quella Corte suprema che, assurdamente, è considerata super partes nonostante sia istituzione giuridica dello Stato occupante e quindi, per logica, rappresentante semplicemente quella figura che la saggezza popolare italiana ha affidato a un vecchio adagio, quello che recita “oste com’è il vino? Ottimo direi”. Quindi la Suprema corte israeliana, dopo una farsa pluriennale, ha sentenziato che il villaggio verrà demolito e la scuola di gomme con esso. I 170 bambini che la frequentano, insieme con le loro famiglie verranno deportati, ma il verbo usato è “trasferiti” e le parole hanno un loro perché, verranno deportati in una località generosamente offerta dallo Stato di Israele, ovviamente in territorio palestinese e, addirittura, verranno offerte loro delle tende in modo che con calma possano ricostruirsi le case che Israele demolirà. La zona offerta, con possibile alternativa, è nei pressi di una grande discarica, l’alternativa è invece nei pressi di un impluvio di acque reflue.
Come ricordano i rappresentanti di VdT, la comunità Jahalin è qui da settant’anni, cioè da quando l’esercito israeliano l’ha cacciata dal Neghev dopo la Nakba. Insomma, vessazioni su vessazioni praticate dal democratico Stato di Israele fin dal suo nascere e di cui questa è solo l’ultima in ordine di tempo.
Ricordiamo che Vento di Terra ha fatto e sta facendo ottime cose anche nella Striscia di Gaza e che proprio lì, quattro anni fa, l’IDF distrusse completamente la città dei bambini, un meraviglioso asilo all’avanguardia come sistema educativo nel villaggio beduino di Um al Nasser al nord della Striscia. Fu allora che, nell’operazione dal magico nome “margine protettivo”, in soli 51 giorni Israele uccise qualche migliaio di persone compresi 570 bambini. Però Vento di Terra, con la tenacia che evidentemente ha in comune col popolo palestinese, a Um al Nasser sta portando avanti altri ottimi progetti per le donne e i bambini scampati alla strage del 2014. Le nuove strutture resisteranno solo se Israele, nel suo arbitrio impunito, non avrà “bisogno” di distruggerle e, in quel caso, sappiamo che il mondo assisterà ancora impotente, o ignaro, o consenziente a seconda della narrativa che riuscirà ad essere veicolata dal suo vallettismo mediatico.
Intanto si seguitano a organizzare petizioni, manifestazioni di solidarietà con la popolazione del villaggio a cui partecipano anche sinceri democratici israeliani. La società civile si muove chiedendo che Israele non commetta quest’ennesimo crimine e Vento di Terra sta facendo il possibile perché il crimine non accada. Ma accadrà. Le proteste e le richieste affinché la Corte suprema israeliana modifichi la sua sentenza finale cadranno nel vuoto. Del resto, sarà gioco facile dire che se ci si affida a un tribunale si devono accettare le sue sentenze, e così si darà a Israele la possibilità di definirsi ancora una volta paese democratico il quale, prima di compiere un’azione, si affida al diritto. Che poi sia un diritto domestico e “Cicero pro domo sua” passerà in secondo piano.
Ma forse succederà di peggio. Siccome i luoghi in cui si è stabilito di deportare gli abitanti di Khan al Akhmar sono orrendi e insalubri, probabilmente il governo israeliano ha già pronto un piano B: cambierà luogo offrendo come nuova residenza un ambiente non inquinato e, con l’aiuto di qualche bravo opinion maker, forse si finirà per chiedere che gli abitanti di Khan al Akhmar ringrazino Israele per la sua umana comprensione. Altra operazione che trasformerà un ennesimo crimine israeliano in una prestigiosa medaglia alla generosità.
Nessuno fermerà Israele finché questo Stato sarà utile ai suoi protettori e ai suoi protetti. Pochi diranno la verità, e pochissimi l’hanno già detta. La verità si chiama sviluppo del progetto di annessione di tutta la Palestina storica a danno – tra gli altri – degli abitanti di Khan Al Akhmar, confiscando altra terra palestinese, implementando Ma’ale Addumin e creando un muro invalicabile che spezzi in due la Cisgiordania, portando dentro la Palestina ebrei venuti dalla Russia e dal mondo in genere i quali, cacciando i palestinesi diventeranno israeliani, cittadini della “Grande Israele” o Eretz Israel come vuole il sogno sionista sempre più vicino alla sua realizzazione grazie alle complicità o all’impotenza dei governi e delle istituzioni internazionali.
La petizione di Vento di Terra, che fa appello al Governo italiano alla UE e all’ONU, verrà presentata all’Alto rappresentante per gli Affari Esteri della UE Federica Mogherini. Forse assisteremo a un’ennesima beffa del Diritto internazionale, tuttavia, i cittadini che ancora credono nell’importanza delle istituzioni democratiche sono invitati a firmarla.
La petizione si trova QUI
Israele, che non subisce sanzione per le sue continue violazioni del Diritto universale umanitario e delle Convenzioni di Ginevra riesce, con un sortilegio basato su complicità e interessi internazionali, a mantenere il suo appellativo di Stato democratico. Aggettivazione che non perderà neanche dopo aver distrutto la ormai famosa “scuola di gomme” costruita dalla ong italiana Vento di Terra nove anni fa. Scuola che è stata oggetto da subito di minacce di demolizione, di confische di strutture ricreative quali altalene e altri giochi asportati addirittura con l’impiego di elicotteri per impedire a 170 bambini l’uso di quanto offerto dalla generosità internazionale.
Israele non perderà neanche questa volta la sua definizione di Stato democratico, per quanto assurdo sia rispetto alla realtà, grazie ad un fantastico gioco di prestigio giuridico-lessicale capace di ipnotizzare i democratici onesti e di fornire materiale narrativo ai suoi valletti mediatici.
Vediamo di cosa si tratta. Prima di tutto va ricordato che Israele – nel più totale silenzio mediatico – demolisce abitualmente strutture scolastiche oltre che abitative nell’Area C. Non solo, ma in particolare nell’Area C, cioè in quella parte di Palestina che la trappola degli accordi di Oslo del 1993 pose “provvisoriamente” sotto giurisdizione israeliana.
La scuola di gomme è riuscita, giustamente, ad attrarre l’attenzione internazionale sia per la tenacia dell’organizzazione che l’ha costruita, sia per l’originalità del progetto basato sul riciclo di vecchi copertoni e senza le fondamenta che, nella crudele e arbitraria prassi israeliana, ne avrebbero decretato l’abbattimento immediato per violazione delle norme ambientali. Non sembri pleonastico precisare che laddove vengono impedite anche minime costruzioni palestinesi lo Stato ebraico costruisce o lascia costruire a coloni (anch’essi fuorilegge ai sensi della legalità internazionale) enormi insediamenti su territorio comunque palestinese.
Ma cerchiamo di capire cosa consente a questo Stato di non perdere il grande scudo protettivo, e finora inossidabile, chiamato democrazia. Israele fa precedere le sue azioni più o meno violente contro il popolo palestinese, la sua terra, i suoi diritti e finanche la vita tout court, sia quando abbattuta in forma di stillicidio sia quando abbattuta per grandi numeri, dalla magica formula democratica della “legge” emanata dalle sue istituzioni.
La demolizione di case, ultimissime quelle del villaggio di Al Walaja vicino Betlemme, come tutte le altre demolizioni e confische di beni palestinesi e come tutte le altre costruzioni illegittime regalate ad ebrei in quanto ebrei su terreno palestinese, sono precedute da decreti, sentenze, o leggi emanate dalla Knesset che, grazie allo scudo giuridico-lessicale costituito dal temine “legale” – normalmente a braccetto con la definizione “sicurezza per Israele” – anestetizza i tanti sinceri democratici rendendoli incapaci di confronti semplici. Uno di questi confronti, solo per parlare dell’Italia, si può avere dando un’occhiata alla “legalità” di un tristissimo periodo storico del secolo scorso.
Se la legalità si fa semplicemente domestica e cozza contro un ben più universale corpo di leggi internazionale, la legge nazionale mantiene la forma di legge pur violando la legittimità del suo contenuto. Anche il Parlamento italiano approvò le leggi razziali del 1937 in violazione dell’eguaglianza con le popolazioni colonizzate, definendole “razze inferiori” e quelle del 1938 contro i cittadini italiani di religione ebraica definendo anch’essi “razza”. Erano “leggi” e pertanto rispettavano quel simulacro detto legalità. Bene, Israele fa regolarmente altrettanto e, come allora le leggi razziali ebbero l’autorevolezza di essere leggi, così ora le discriminanti norme giuridiche di Israele, peraltro all’interno del suo essere Stato fuorilegge in quanto occupante e assediante, hanno l’autorevolezza della forma e tanto basta perché il mondo le accolga e, tutt’al più, tolleri l’organizzazione di petizioni e preghiere affinché il governo israeliano mostri magnanimità nell’applicazione di norme e sentenze che di per sé dovrebbero essere condannate dalla comunità internazionale in quanto illegittime già alla fonte.
Quanto sta succedendo con la demolizione della scuola di gomme del villaggio beduino di Khan Al Akhmar in Cisgiordania e la successiva deportazione della comunità Jahalin che lo abita, è solo l’ultimo esempio di tutto ciò. Demolizione e deportazione sono state decise da molti anni, da quando le istituzioni israeliane hanno stabilito di allargare la colonia (ovviamente illegale) di Ma’ale Addumin unendola ad una colonia più piccola tagliando definitivamente in due la Cisgiordania e impedendo anche solo l’idea della nascita, seppure in forma ridotta, di quello Stato palestinese che la Risoluzione 181 proponeva accanto a quello israeliano.
La decisione – rimandata più volte in seguito a petizioni, richieste di organizzazioni palestinesi ed anche israeliane, la tenacia di Vento di Terra e l’attenzione di parlamentari italiani e di varie nazioni, e i ricorsi alla Corte suprema israeliana – infine è arrivata, e in forma di sentenza definitiva. Sentenza emessa da quella Corte suprema che, assurdamente, è considerata super partes nonostante sia istituzione giuridica dello Stato occupante e quindi, per logica, rappresentante semplicemente quella figura che la saggezza popolare italiana ha affidato a un vecchio adagio, quello che recita “oste com’è il vino? Ottimo direi”. Quindi la Suprema corte israeliana, dopo una farsa pluriennale, ha sentenziato che il villaggio verrà demolito e la scuola di gomme con esso. I 170 bambini che la frequentano, insieme con le loro famiglie verranno deportati, ma il verbo usato è “trasferiti” e le parole hanno un loro perché, verranno deportati in una località generosamente offerta dallo Stato di Israele, ovviamente in territorio palestinese e, addirittura, verranno offerte loro delle tende in modo che con calma possano ricostruirsi le case che Israele demolirà. La zona offerta, con possibile alternativa, è nei pressi di una grande discarica, l’alternativa è invece nei pressi di un impluvio di acque reflue.
Come ricordano i rappresentanti di VdT, la comunità Jahalin è qui da settant’anni, cioè da quando l’esercito israeliano l’ha cacciata dal Neghev dopo la Nakba. Insomma, vessazioni su vessazioni praticate dal democratico Stato di Israele fin dal suo nascere e di cui questa è solo l’ultima in ordine di tempo.
Ricordiamo che Vento di Terra ha fatto e sta facendo ottime cose anche nella Striscia di Gaza e che proprio lì, quattro anni fa, l’IDF distrusse completamente la città dei bambini, un meraviglioso asilo all’avanguardia come sistema educativo nel villaggio beduino di Um al Nasser al nord della Striscia. Fu allora che, nell’operazione dal magico nome “margine protettivo”, in soli 51 giorni Israele uccise qualche migliaio di persone compresi 570 bambini. Però Vento di Terra, con la tenacia che evidentemente ha in comune col popolo palestinese, a Um al Nasser sta portando avanti altri ottimi progetti per le donne e i bambini scampati alla strage del 2014. Le nuove strutture resisteranno solo se Israele, nel suo arbitrio impunito, non avrà “bisogno” di distruggerle e, in quel caso, sappiamo che il mondo assisterà ancora impotente, o ignaro, o consenziente a seconda della narrativa che riuscirà ad essere veicolata dal suo vallettismo mediatico.
Intanto si seguitano a organizzare petizioni, manifestazioni di solidarietà con la popolazione del villaggio a cui partecipano anche sinceri democratici israeliani. La società civile si muove chiedendo che Israele non commetta quest’ennesimo crimine e Vento di Terra sta facendo il possibile perché il crimine non accada. Ma accadrà. Le proteste e le richieste affinché la Corte suprema israeliana modifichi la sua sentenza finale cadranno nel vuoto. Del resto, sarà gioco facile dire che se ci si affida a un tribunale si devono accettare le sue sentenze, e così si darà a Israele la possibilità di definirsi ancora una volta paese democratico il quale, prima di compiere un’azione, si affida al diritto. Che poi sia un diritto domestico e “Cicero pro domo sua” passerà in secondo piano.
Ma forse succederà di peggio. Siccome i luoghi in cui si è stabilito di deportare gli abitanti di Khan al Akhmar sono orrendi e insalubri, probabilmente il governo israeliano ha già pronto un piano B: cambierà luogo offrendo come nuova residenza un ambiente non inquinato e, con l’aiuto di qualche bravo opinion maker, forse si finirà per chiedere che gli abitanti di Khan al Akhmar ringrazino Israele per la sua umana comprensione. Altra operazione che trasformerà un ennesimo crimine israeliano in una prestigiosa medaglia alla generosità.
Nessuno fermerà Israele finché questo Stato sarà utile ai suoi protettori e ai suoi protetti. Pochi diranno la verità, e pochissimi l’hanno già detta. La verità si chiama sviluppo del progetto di annessione di tutta la Palestina storica a danno – tra gli altri – degli abitanti di Khan Al Akhmar, confiscando altra terra palestinese, implementando Ma’ale Addumin e creando un muro invalicabile che spezzi in due la Cisgiordania, portando dentro la Palestina ebrei venuti dalla Russia e dal mondo in genere i quali, cacciando i palestinesi diventeranno israeliani, cittadini della “Grande Israele” o Eretz Israel come vuole il sogno sionista sempre più vicino alla sua realizzazione grazie alle complicità o all’impotenza dei governi e delle istituzioni internazionali.
La petizione di Vento di Terra, che fa appello al Governo italiano alla UE e all’ONU, verrà presentata all’Alto rappresentante per gli Affari Esteri della UE Federica Mogherini. Forse assisteremo a un’ennesima beffa del Diritto internazionale, tuttavia, i cittadini che ancora credono nell’importanza delle istituzioni democratiche sono invitati a firmarla.
La petizione si trova QUI
Migranti si cambia in peggio. In arrivo la stretta di Salvini
Decreto sicurezza. Abolizione della protezione umanitaria e misure più severe per il riconoscimento della cittadinanza. Insieme a soldi per i rimpatri
Abolizione della protezione umanitaria, prolungamento dei tempi di detenzione nei Centri per il rimpatrio e cancellazione del gratuito patrocinio per i profughi che avranno avuta la domanda di asilo respinta dalla Cassazione. E ancora, norme più severe per il riconoscimento della cittadinanza e maggiori finanziamenti per i rimpatri.
Annunciato più volte dal ministro degli Interni Matteo Salvini, il decreto sicurezza sarebbe ormai in dirittura di arrivo almeno nella parte che riguarda i migranti, quella a cui tiene maggiormente il ministro leghista. Le ultime rifiniture ai 15 articoli che compongono il testo verranno fatte tra oggi e domani da Salvini con il collega della Giustizia Alfonso Bonafede. Bisogna vedere adesso se il giro di vite proposto solleverà le proteste dei pentastellati. In caso contrario, nel caso cioè tutto fili liscio per Salvini magari per la scelta del M5S di affidare eventuali modifiche al parlamento, il decreto potrebbe vedere la luce già con il prossimo consiglio dei ministri.
PROTEZIONE UMANITARIA Per il Viminale ogni anno vengo rilasciati troppi permessi di soggiorno per motivi umanitari in rapporto alle altre forme di protezione internazionale. Da qui la decisione di cancellare di fatto l’istituto eliminando la possibilità «per le Commissioni territoriali e per il Questore di valutar rispettivamente la sussistenza dei ’gravi motivi di carattere umanitario’ e dei ’seri motivi, in particolare di carattere umanitario risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano». Sono previste delle eccezioni: sarà ancora possibile ottenere la protezione umanitaria in caso di «condizioni di salute di eccezionale gravità e nelle situazioni contingenti di calamità naturale nel Paese di origine che impediscono temporaneamente il rientro dello straniero in condizioni di sicurezza».
STOP AL GRATUITO PATROCINIO L’obiettivo è quello di ridurre i ricorsi in Cassazione di quanti hanno avuto respinta la domanda di asilo. Per questo il decreto prevede l’esclusione che il difensore della parte ammessa al gratuito patrocinio abbia diritto all’anticipazione di spese ed onorari a carico dell’erario quando l’impugnazione è dichiarata improcedibile o inammissibile».
RIMPATRI Previsto il finanziamento di 500 mila euro per il 2018 e di 1,5 milioni di euro l’anno per il biennio 2019-20 del Fondo destinato ai rimpatri di «coloro che non hanno titolo di soggiornare nel territorio italiano».
CENTRI PER I RIMPATRI Oggi un migrante irregolare può essere trattenuto in un centro per i rimpatri al massimo per 90 giorni, il tempo necessario per ottenere il via libera al rimpatrio da parte del Paese di origine. Scaduto questo temine deve essere rilasciato. Il Viminale propone di allungare la detenzione fino a sei mesi e di creare ulteriori 400 posti da aggiungere agli attuali 880.
A oggi i Cpr aperti sono sei: Torino, Roma, bari, Brindisi, Caltanissetta e Palazzo San Gervasio (Pz). Almeno altri quattro dovrebbero essere aperti entro l’anno a Milano, Macomer (Nu), Modena e Gradisca d’Isonzo (Go).
A oggi i Cpr aperti sono sei: Torino, Roma, bari, Brindisi, Caltanissetta e Palazzo San Gervasio (Pz). Almeno altri quattro dovrebbero essere aperti entro l’anno a Milano, Macomer (Nu), Modena e Gradisca d’Isonzo (Go).
REATI La protezione internazionale potrà essere negata o revocata ai profughi condannati con sentenza definitiva per i seguenti reati: violenza sessuale, produzione, traffico e detenzione non per uso personale di droga, rapina, estorsione, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali gravi e gravissime, mutilazione di organi genitali femminili, furto e furto in abitazione aggravati dal porto di armi o narcotici.
UNITA’ DUBLINO Hanno il compito di individuare lo Stato Ue competente all’esame delle domande di asilo. Oggi ne esiste una sola presso il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero degli Interni, Per velocizzare le procedure è prevista l’apertura di altre Unità presso alcune prefetture.
CITTADINANZA Il decreto «incide sul riconoscimento della cittadinanza jure sanguinis, che attualmente opera senza limiti di generazione, e che negli ultimi anni ha determinato un incremento esponenziale di domande». Se il provvedimento passerà senza modifiche, in futuro la trasmissione della cittadinanza sarà limitata «ai discendenti in linea diretta di seconda grado che possono documentare lo status civitatis italiano del loro ascendente».
Leo Lancari
da il manifesto
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L’apartheid istituzionale si va rafforzando in Italia. Sulla bozza di decreto Salvini e sulle crescenti revoche dell’accoglienza
L’apartheid istituzionale si va rafforzando in Italia.
Il Sole 24 Ore ha pubblicato il 23 agosto i contenuti della bozza di decreto legge che il Ministero dell’Interno sta elaborando per quanto riguarda il diritto di asilo e i diritti delle persone richiedenti protezione internazionale in Italia[1].
I contenuti più rilevanti riguardano l’aumento del numero di mesi di detenzione nei centri di espulsione (da 3 a 6 mesi); l’allargamento della lista dei reati che abilitano al rifiuto o alla revoca dell’asilo; la drastica riduzione delle possibilità di ricorso nel caso di diniego della domanda di protezione; la riduzione delle possibilità di ottenere la protezione umanitaria; la limitazione dell’accoglienza negli Sprar solo ai beneficiari di protezione internazionale o sussidiaria; l’esclusione dalla possibilità di iscrizione all’anagrafe (cioè di ottenimento della residenza) per le persone richiedenti asilo, per le quali si prevede un documento di riconoscimento particolare; la proroga di un anno per scrivere un testo unico sull’asilo.
Con e oltre Minniti
Particolarmente serio è il cambiamento che verrebbe prodotto da tre misure: quella che nega la residenza, quella che riduce le possibilità di riconoscimento della protezione umanitaria, quella che limita le possibilità di ricorso alle decisioni avverse alle domande di asilo.
La prima, quella che nega la residenza, un diritto ad avere diritticome ricorda un recente report con toolkit della campagna LasciateCIEntrare[2], significherebbe per le persone richiedenti asilo, ad esempio, l’esclusione dalla possibilità di avere il medico di base e di usufruire, di fatto, del servizio sanitario nazionale.
La seconda, relativa al riconoscimento della protezione internazionale, mette in pericolo la divisione dei poteri tra esecutivo e giudiziario, in quanto interviene nell’autonomia del lavoro delle Commissioni territoriali che vagliano le domande di asilo o, in caso di ricorso, dei tribunali.
La terza, quella che limiterebbe le possibilità di ricorso, determinerebbe un trattamento speciale e penalizzante verso una specifica parte della popolazione (quella richiedente asilo) in virtù del suo status giuridico.
Se i contenuti della bozza saranno confermati saremo oltre il decreto Minniti-Orlando, che ha già ridotto i diritti delle persone richiedenti asilo, e si approfondirà in maniera ulteriore una condizione di apartheid e di razzismo istituzionale a danno di questa parte della popolazione. La separazione tra nazionali e non nazionali si aggraverebbe, dunque, in modo ulteriore e, con essa, la condizione di vulnerabilità e marginalità civile e sociale della popolazione immigrata.
Il circolo della repressione
Questo scenario è in realtà già anticipato da quanto sta accadendo con l’accelerazione e la moltiplicazione delle revoche di accoglienza e con l’ulteriore spinta del Ministero nei prossimi bandi verso centri di accoglienza di grandi dimensioni[3]. In particolare, diversi attivisti ed attiviste registrano già da alcuni mesi l’aumento dei controlli prefettizi punitivi contro i migranti (per esempio, sull’orario di presenza) che provocano revoche di accoglienza[4].
La tendenza è quella di approfondire l’attacco alle persone migranti e non alla malaccoglienza, dunque, indebolendo sempre più le condizioni di vita di parte della popolazione richiedente asilo, ma anche titolare di protezione. Si produce così un’umanità indebolita nei diritti e nelle condizioni di vita, da utilizzare poi, nel circuito della repressione in caso di commissione di reati (o, apparentemente in modo paradossale, anche se sottoposta a condizioni gravi di sfruttamento) a fini di propaganda, dicendo che i migranti sono un pericolo sociale in quanto criminali o lavoratori a buon mercato che abbassano i livelli salariali e di sicurezza degli italiani, per cui ci vogliono politiche sempre più di controllo e di contrasto: alimentando una logica che si muove così all’infinito.
Il Ministero dell’Interno, con questa strategia, produce il problema, peggiorando gravemente la vita di centinaia di migliaia di persone, per poi proporsi come risolutore. Ovviamente, il trucco è chiaro, ma non basta la critica della ricerca sociale o del ragionamento a metterlo in discussione.
La produzione di popolazione debole e con status giuridici differenziati e poveri serve ad una parte dell’economia nazionale per mantenere i profitti alti in settori a basso valore aggiunto (alcuni comparti dell’edilizia, dell’agricoltura, dei servizi alla persona, della prostituzione e del turismo, soprattutto) e serve ad un’altra parte, quella politica, per alimentare la propaganda e accrescere il consenso di una società nazionale sempre più razzista anche perché poco interessata (ancora, per ora) ad organizzarsi per lottare collettivamente per i propri diritti e bisogni e, quindi, incline a seguire chi le propone di essere forte con i deboli in quanto non riesce (non è interessata) ad esserlo con i forti.
È questo corto circuito che va messo in discussione e per questo sono necessari la proposta e la mobilitazione politica, concentrate sui bisogni reali della popolazione al di là delle appartenenze nazionali, in una logica meticcia, che rompe il quadro razzista che le istituzioni governative vanno rafforzando di giorno in giorno e che il decreto del Ministro dell’Interno aggraverebbe, se promulgato, in modo ulteriore.
Gennaro Avallone
da Effimera
Note:
[1] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-08-22/stretta-migranti—ecco-nuove-regole-bozza-decreto-salvini-220721.shtml?uuid=AEIo5odF
[2] http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/357-diritti-on-line-il-toolkit-lasciatecientrare-per-l-iscrizione-anagrafica-di-stranieri-richiedenti-asilo-e-beneficiari-di-protezione-internazionale-una-guida-pratica-contro-discriminazioni-e-burocrazia
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