Soltanto diciannove anni
e per loro non eri nessuno,
soltanto diciannove anni
e per loro non eri che uno.
Uno come tanti, un cameriere,
un garzone d'officina,
un disoccupato, un operaio,
un emigrante.
Eppure quella domenica
otto settembre
a San Basilio hanno mandato
più di mille uomini per ammazzarti.
Più di mille uomini che credevano
che bastasse spararti,
e sono stati invece loro
ad avere paura di te.
Perché quella domenica giù a San Basilio
eravamo in tanti a non essere nessuno,
in tanti a difenderci le case,
a farci la storia con le nostre mani,
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione.
È bastato Fabrizio Ceruso a 19 anni!
Se credevate di ammazzarlo avete sbagliato,
Fabrizio è l'uomo nuovo che non muore mai!
Fabrizio vive in tutti noi, nelle lotte del proletariato!
Altri giovani in suo nome vi preparano già la fossa!
Il primo ministro, il presidente [Dc-Msi, ndr]
a dirigere le operazioni
per preparare
il tuo assassinio.
Lo stato maggiore riformista [Pci, ndr]
mobilitato a condannarti
perché con gli estremisti
non volevi sgombrare.
Una montagna di calunnie
per preparare e giustificare
la tua condanna,
la tua sicura morte.
Tanto per ammazzare
un proletario,
un comunista
di 19 anni.
Per far pesare
la sua morte
sulla lotta,
giusta lotta.
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL SOLE ROSSO [PMLI, ndr]
è rimasto nei tuoi occhi,
la rabbia proletaria già l'ha detto,
«Compagno Fabrizio noi ti vendicheremo»,
assassini di stato, la pagherete
pagherete tutto
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente,
IL FIORE ROSSO [CCCP, ndr]
è rimasto sul tuo petto,
il pianto amaro di tuo padre,
il rumore prodotto nella coscienza di tanti,
anche l'odio è prezioso quando il popolo prepara la riscossa.
[Askatasuna]
Nessuno è come sembra, ma dobbiamo mantenere le apparenze per sopravvivere
sabato 8 settembre 2018
Israele, una democrazia fatta di confische, distruzioni e deportazioni
Israele, lo Stato che occupa la Palestina per una superficie che va
ben oltre quella stabilita nella partizione proposta dall’ONU nel
lontano 1948. Israele, lo Stato che per sistematica inosservanza di
decine e decine di Risoluzioni Onu è un Paese fuorilegge sebbene non
venga (per fortuna) bombardato come successo, con benedizione mediatica e
popolare, per altri Paesi. Paesi che magari di Risoluzioni Onu ne
avevano ignorata soltanto una.
Israele, che non subisce sanzione per le sue continue violazioni del Diritto universale umanitario e delle Convenzioni di Ginevra riesce, con un sortilegio basato su complicità e interessi internazionali, a mantenere il suo appellativo di Stato democratico. Aggettivazione che non perderà neanche dopo aver distrutto la ormai famosa “scuola di gomme” costruita dalla ong italiana Vento di Terra nove anni fa. Scuola che è stata oggetto da subito di minacce di demolizione, di confische di strutture ricreative quali altalene e altri giochi asportati addirittura con l’impiego di elicotteri per impedire a 170 bambini l’uso di quanto offerto dalla generosità internazionale.
Israele non perderà neanche questa volta la sua definizione di Stato democratico, per quanto assurdo sia rispetto alla realtà, grazie ad un fantastico gioco di prestigio giuridico-lessicale capace di ipnotizzare i democratici onesti e di fornire materiale narrativo ai suoi valletti mediatici.
Vediamo di cosa si tratta. Prima di tutto va ricordato che Israele – nel più totale silenzio mediatico – demolisce abitualmente strutture scolastiche oltre che abitative nell’Area C. Non solo, ma in particolare nell’Area C, cioè in quella parte di Palestina che la trappola degli accordi di Oslo del 1993 pose “provvisoriamente” sotto giurisdizione israeliana.
La scuola di gomme è riuscita, giustamente, ad attrarre l’attenzione internazionale sia per la tenacia dell’organizzazione che l’ha costruita, sia per l’originalità del progetto basato sul riciclo di vecchi copertoni e senza le fondamenta che, nella crudele e arbitraria prassi israeliana, ne avrebbero decretato l’abbattimento immediato per violazione delle norme ambientali. Non sembri pleonastico precisare che laddove vengono impedite anche minime costruzioni palestinesi lo Stato ebraico costruisce o lascia costruire a coloni (anch’essi fuorilegge ai sensi della legalità internazionale) enormi insediamenti su territorio comunque palestinese.
Ma cerchiamo di capire cosa consente a questo Stato di non perdere il grande scudo protettivo, e finora inossidabile, chiamato democrazia. Israele fa precedere le sue azioni più o meno violente contro il popolo palestinese, la sua terra, i suoi diritti e finanche la vita tout court, sia quando abbattuta in forma di stillicidio sia quando abbattuta per grandi numeri, dalla magica formula democratica della “legge” emanata dalle sue istituzioni.
La demolizione di case, ultimissime quelle del villaggio di Al Walaja vicino Betlemme, come tutte le altre demolizioni e confische di beni palestinesi e come tutte le altre costruzioni illegittime regalate ad ebrei in quanto ebrei su terreno palestinese, sono precedute da decreti, sentenze, o leggi emanate dalla Knesset che, grazie allo scudo giuridico-lessicale costituito dal temine “legale” – normalmente a braccetto con la definizione “sicurezza per Israele” – anestetizza i tanti sinceri democratici rendendoli incapaci di confronti semplici. Uno di questi confronti, solo per parlare dell’Italia, si può avere dando un’occhiata alla “legalità” di un tristissimo periodo storico del secolo scorso.
Se la legalità si fa semplicemente domestica e cozza contro un ben più universale corpo di leggi internazionale, la legge nazionale mantiene la forma di legge pur violando la legittimità del suo contenuto. Anche il Parlamento italiano approvò le leggi razziali del 1937 in violazione dell’eguaglianza con le popolazioni colonizzate, definendole “razze inferiori” e quelle del 1938 contro i cittadini italiani di religione ebraica definendo anch’essi “razza”. Erano “leggi” e pertanto rispettavano quel simulacro detto legalità. Bene, Israele fa regolarmente altrettanto e, come allora le leggi razziali ebbero l’autorevolezza di essere leggi, così ora le discriminanti norme giuridiche di Israele, peraltro all’interno del suo essere Stato fuorilegge in quanto occupante e assediante, hanno l’autorevolezza della forma e tanto basta perché il mondo le accolga e, tutt’al più, tolleri l’organizzazione di petizioni e preghiere affinché il governo israeliano mostri magnanimità nell’applicazione di norme e sentenze che di per sé dovrebbero essere condannate dalla comunità internazionale in quanto illegittime già alla fonte.
Quanto sta succedendo con la demolizione della scuola di gomme del villaggio beduino di Khan Al Akhmar in Cisgiordania e la successiva deportazione della comunità Jahalin che lo abita, è solo l’ultimo esempio di tutto ciò. Demolizione e deportazione sono state decise da molti anni, da quando le istituzioni israeliane hanno stabilito di allargare la colonia (ovviamente illegale) di Ma’ale Addumin unendola ad una colonia più piccola tagliando definitivamente in due la Cisgiordania e impedendo anche solo l’idea della nascita, seppure in forma ridotta, di quello Stato palestinese che la Risoluzione 181 proponeva accanto a quello israeliano.
La decisione – rimandata più volte in seguito a petizioni, richieste di organizzazioni palestinesi ed anche israeliane, la tenacia di Vento di Terra e l’attenzione di parlamentari italiani e di varie nazioni, e i ricorsi alla Corte suprema israeliana – infine è arrivata, e in forma di sentenza definitiva. Sentenza emessa da quella Corte suprema che, assurdamente, è considerata super partes nonostante sia istituzione giuridica dello Stato occupante e quindi, per logica, rappresentante semplicemente quella figura che la saggezza popolare italiana ha affidato a un vecchio adagio, quello che recita “oste com’è il vino? Ottimo direi”. Quindi la Suprema corte israeliana, dopo una farsa pluriennale, ha sentenziato che il villaggio verrà demolito e la scuola di gomme con esso. I 170 bambini che la frequentano, insieme con le loro famiglie verranno deportati, ma il verbo usato è “trasferiti” e le parole hanno un loro perché, verranno deportati in una località generosamente offerta dallo Stato di Israele, ovviamente in territorio palestinese e, addirittura, verranno offerte loro delle tende in modo che con calma possano ricostruirsi le case che Israele demolirà. La zona offerta, con possibile alternativa, è nei pressi di una grande discarica, l’alternativa è invece nei pressi di un impluvio di acque reflue.
Come ricordano i rappresentanti di VdT, la comunità Jahalin è qui da settant’anni, cioè da quando l’esercito israeliano l’ha cacciata dal Neghev dopo la Nakba. Insomma, vessazioni su vessazioni praticate dal democratico Stato di Israele fin dal suo nascere e di cui questa è solo l’ultima in ordine di tempo.
Ricordiamo che Vento di Terra ha fatto e sta facendo ottime cose anche nella Striscia di Gaza e che proprio lì, quattro anni fa, l’IDF distrusse completamente la città dei bambini, un meraviglioso asilo all’avanguardia come sistema educativo nel villaggio beduino di Um al Nasser al nord della Striscia. Fu allora che, nell’operazione dal magico nome “margine protettivo”, in soli 51 giorni Israele uccise qualche migliaio di persone compresi 570 bambini. Però Vento di Terra, con la tenacia che evidentemente ha in comune col popolo palestinese, a Um al Nasser sta portando avanti altri ottimi progetti per le donne e i bambini scampati alla strage del 2014. Le nuove strutture resisteranno solo se Israele, nel suo arbitrio impunito, non avrà “bisogno” di distruggerle e, in quel caso, sappiamo che il mondo assisterà ancora impotente, o ignaro, o consenziente a seconda della narrativa che riuscirà ad essere veicolata dal suo vallettismo mediatico.
Intanto si seguitano a organizzare petizioni, manifestazioni di solidarietà con la popolazione del villaggio a cui partecipano anche sinceri democratici israeliani. La società civile si muove chiedendo che Israele non commetta quest’ennesimo crimine e Vento di Terra sta facendo il possibile perché il crimine non accada. Ma accadrà. Le proteste e le richieste affinché la Corte suprema israeliana modifichi la sua sentenza finale cadranno nel vuoto. Del resto, sarà gioco facile dire che se ci si affida a un tribunale si devono accettare le sue sentenze, e così si darà a Israele la possibilità di definirsi ancora una volta paese democratico il quale, prima di compiere un’azione, si affida al diritto. Che poi sia un diritto domestico e “Cicero pro domo sua” passerà in secondo piano.
Ma forse succederà di peggio. Siccome i luoghi in cui si è stabilito di deportare gli abitanti di Khan al Akhmar sono orrendi e insalubri, probabilmente il governo israeliano ha già pronto un piano B: cambierà luogo offrendo come nuova residenza un ambiente non inquinato e, con l’aiuto di qualche bravo opinion maker, forse si finirà per chiedere che gli abitanti di Khan al Akhmar ringrazino Israele per la sua umana comprensione. Altra operazione che trasformerà un ennesimo crimine israeliano in una prestigiosa medaglia alla generosità.
Nessuno fermerà Israele finché questo Stato sarà utile ai suoi protettori e ai suoi protetti. Pochi diranno la verità, e pochissimi l’hanno già detta. La verità si chiama sviluppo del progetto di annessione di tutta la Palestina storica a danno – tra gli altri – degli abitanti di Khan Al Akhmar, confiscando altra terra palestinese, implementando Ma’ale Addumin e creando un muro invalicabile che spezzi in due la Cisgiordania, portando dentro la Palestina ebrei venuti dalla Russia e dal mondo in genere i quali, cacciando i palestinesi diventeranno israeliani, cittadini della “Grande Israele” o Eretz Israel come vuole il sogno sionista sempre più vicino alla sua realizzazione grazie alle complicità o all’impotenza dei governi e delle istituzioni internazionali.
La petizione di Vento di Terra, che fa appello al Governo italiano alla UE e all’ONU, verrà presentata all’Alto rappresentante per gli Affari Esteri della UE Federica Mogherini. Forse assisteremo a un’ennesima beffa del Diritto internazionale, tuttavia, i cittadini che ancora credono nell’importanza delle istituzioni democratiche sono invitati a firmarla.
La petizione si trova QUI
Israele, che non subisce sanzione per le sue continue violazioni del Diritto universale umanitario e delle Convenzioni di Ginevra riesce, con un sortilegio basato su complicità e interessi internazionali, a mantenere il suo appellativo di Stato democratico. Aggettivazione che non perderà neanche dopo aver distrutto la ormai famosa “scuola di gomme” costruita dalla ong italiana Vento di Terra nove anni fa. Scuola che è stata oggetto da subito di minacce di demolizione, di confische di strutture ricreative quali altalene e altri giochi asportati addirittura con l’impiego di elicotteri per impedire a 170 bambini l’uso di quanto offerto dalla generosità internazionale.
Israele non perderà neanche questa volta la sua definizione di Stato democratico, per quanto assurdo sia rispetto alla realtà, grazie ad un fantastico gioco di prestigio giuridico-lessicale capace di ipnotizzare i democratici onesti e di fornire materiale narrativo ai suoi valletti mediatici.
Vediamo di cosa si tratta. Prima di tutto va ricordato che Israele – nel più totale silenzio mediatico – demolisce abitualmente strutture scolastiche oltre che abitative nell’Area C. Non solo, ma in particolare nell’Area C, cioè in quella parte di Palestina che la trappola degli accordi di Oslo del 1993 pose “provvisoriamente” sotto giurisdizione israeliana.
La scuola di gomme è riuscita, giustamente, ad attrarre l’attenzione internazionale sia per la tenacia dell’organizzazione che l’ha costruita, sia per l’originalità del progetto basato sul riciclo di vecchi copertoni e senza le fondamenta che, nella crudele e arbitraria prassi israeliana, ne avrebbero decretato l’abbattimento immediato per violazione delle norme ambientali. Non sembri pleonastico precisare che laddove vengono impedite anche minime costruzioni palestinesi lo Stato ebraico costruisce o lascia costruire a coloni (anch’essi fuorilegge ai sensi della legalità internazionale) enormi insediamenti su territorio comunque palestinese.
Ma cerchiamo di capire cosa consente a questo Stato di non perdere il grande scudo protettivo, e finora inossidabile, chiamato democrazia. Israele fa precedere le sue azioni più o meno violente contro il popolo palestinese, la sua terra, i suoi diritti e finanche la vita tout court, sia quando abbattuta in forma di stillicidio sia quando abbattuta per grandi numeri, dalla magica formula democratica della “legge” emanata dalle sue istituzioni.
La demolizione di case, ultimissime quelle del villaggio di Al Walaja vicino Betlemme, come tutte le altre demolizioni e confische di beni palestinesi e come tutte le altre costruzioni illegittime regalate ad ebrei in quanto ebrei su terreno palestinese, sono precedute da decreti, sentenze, o leggi emanate dalla Knesset che, grazie allo scudo giuridico-lessicale costituito dal temine “legale” – normalmente a braccetto con la definizione “sicurezza per Israele” – anestetizza i tanti sinceri democratici rendendoli incapaci di confronti semplici. Uno di questi confronti, solo per parlare dell’Italia, si può avere dando un’occhiata alla “legalità” di un tristissimo periodo storico del secolo scorso.
Se la legalità si fa semplicemente domestica e cozza contro un ben più universale corpo di leggi internazionale, la legge nazionale mantiene la forma di legge pur violando la legittimità del suo contenuto. Anche il Parlamento italiano approvò le leggi razziali del 1937 in violazione dell’eguaglianza con le popolazioni colonizzate, definendole “razze inferiori” e quelle del 1938 contro i cittadini italiani di religione ebraica definendo anch’essi “razza”. Erano “leggi” e pertanto rispettavano quel simulacro detto legalità. Bene, Israele fa regolarmente altrettanto e, come allora le leggi razziali ebbero l’autorevolezza di essere leggi, così ora le discriminanti norme giuridiche di Israele, peraltro all’interno del suo essere Stato fuorilegge in quanto occupante e assediante, hanno l’autorevolezza della forma e tanto basta perché il mondo le accolga e, tutt’al più, tolleri l’organizzazione di petizioni e preghiere affinché il governo israeliano mostri magnanimità nell’applicazione di norme e sentenze che di per sé dovrebbero essere condannate dalla comunità internazionale in quanto illegittime già alla fonte.
Quanto sta succedendo con la demolizione della scuola di gomme del villaggio beduino di Khan Al Akhmar in Cisgiordania e la successiva deportazione della comunità Jahalin che lo abita, è solo l’ultimo esempio di tutto ciò. Demolizione e deportazione sono state decise da molti anni, da quando le istituzioni israeliane hanno stabilito di allargare la colonia (ovviamente illegale) di Ma’ale Addumin unendola ad una colonia più piccola tagliando definitivamente in due la Cisgiordania e impedendo anche solo l’idea della nascita, seppure in forma ridotta, di quello Stato palestinese che la Risoluzione 181 proponeva accanto a quello israeliano.
La decisione – rimandata più volte in seguito a petizioni, richieste di organizzazioni palestinesi ed anche israeliane, la tenacia di Vento di Terra e l’attenzione di parlamentari italiani e di varie nazioni, e i ricorsi alla Corte suprema israeliana – infine è arrivata, e in forma di sentenza definitiva. Sentenza emessa da quella Corte suprema che, assurdamente, è considerata super partes nonostante sia istituzione giuridica dello Stato occupante e quindi, per logica, rappresentante semplicemente quella figura che la saggezza popolare italiana ha affidato a un vecchio adagio, quello che recita “oste com’è il vino? Ottimo direi”. Quindi la Suprema corte israeliana, dopo una farsa pluriennale, ha sentenziato che il villaggio verrà demolito e la scuola di gomme con esso. I 170 bambini che la frequentano, insieme con le loro famiglie verranno deportati, ma il verbo usato è “trasferiti” e le parole hanno un loro perché, verranno deportati in una località generosamente offerta dallo Stato di Israele, ovviamente in territorio palestinese e, addirittura, verranno offerte loro delle tende in modo che con calma possano ricostruirsi le case che Israele demolirà. La zona offerta, con possibile alternativa, è nei pressi di una grande discarica, l’alternativa è invece nei pressi di un impluvio di acque reflue.
Come ricordano i rappresentanti di VdT, la comunità Jahalin è qui da settant’anni, cioè da quando l’esercito israeliano l’ha cacciata dal Neghev dopo la Nakba. Insomma, vessazioni su vessazioni praticate dal democratico Stato di Israele fin dal suo nascere e di cui questa è solo l’ultima in ordine di tempo.
Ricordiamo che Vento di Terra ha fatto e sta facendo ottime cose anche nella Striscia di Gaza e che proprio lì, quattro anni fa, l’IDF distrusse completamente la città dei bambini, un meraviglioso asilo all’avanguardia come sistema educativo nel villaggio beduino di Um al Nasser al nord della Striscia. Fu allora che, nell’operazione dal magico nome “margine protettivo”, in soli 51 giorni Israele uccise qualche migliaio di persone compresi 570 bambini. Però Vento di Terra, con la tenacia che evidentemente ha in comune col popolo palestinese, a Um al Nasser sta portando avanti altri ottimi progetti per le donne e i bambini scampati alla strage del 2014. Le nuove strutture resisteranno solo se Israele, nel suo arbitrio impunito, non avrà “bisogno” di distruggerle e, in quel caso, sappiamo che il mondo assisterà ancora impotente, o ignaro, o consenziente a seconda della narrativa che riuscirà ad essere veicolata dal suo vallettismo mediatico.
Intanto si seguitano a organizzare petizioni, manifestazioni di solidarietà con la popolazione del villaggio a cui partecipano anche sinceri democratici israeliani. La società civile si muove chiedendo che Israele non commetta quest’ennesimo crimine e Vento di Terra sta facendo il possibile perché il crimine non accada. Ma accadrà. Le proteste e le richieste affinché la Corte suprema israeliana modifichi la sua sentenza finale cadranno nel vuoto. Del resto, sarà gioco facile dire che se ci si affida a un tribunale si devono accettare le sue sentenze, e così si darà a Israele la possibilità di definirsi ancora una volta paese democratico il quale, prima di compiere un’azione, si affida al diritto. Che poi sia un diritto domestico e “Cicero pro domo sua” passerà in secondo piano.
Ma forse succederà di peggio. Siccome i luoghi in cui si è stabilito di deportare gli abitanti di Khan al Akhmar sono orrendi e insalubri, probabilmente il governo israeliano ha già pronto un piano B: cambierà luogo offrendo come nuova residenza un ambiente non inquinato e, con l’aiuto di qualche bravo opinion maker, forse si finirà per chiedere che gli abitanti di Khan al Akhmar ringrazino Israele per la sua umana comprensione. Altra operazione che trasformerà un ennesimo crimine israeliano in una prestigiosa medaglia alla generosità.
Nessuno fermerà Israele finché questo Stato sarà utile ai suoi protettori e ai suoi protetti. Pochi diranno la verità, e pochissimi l’hanno già detta. La verità si chiama sviluppo del progetto di annessione di tutta la Palestina storica a danno – tra gli altri – degli abitanti di Khan Al Akhmar, confiscando altra terra palestinese, implementando Ma’ale Addumin e creando un muro invalicabile che spezzi in due la Cisgiordania, portando dentro la Palestina ebrei venuti dalla Russia e dal mondo in genere i quali, cacciando i palestinesi diventeranno israeliani, cittadini della “Grande Israele” o Eretz Israel come vuole il sogno sionista sempre più vicino alla sua realizzazione grazie alle complicità o all’impotenza dei governi e delle istituzioni internazionali.
La petizione di Vento di Terra, che fa appello al Governo italiano alla UE e all’ONU, verrà presentata all’Alto rappresentante per gli Affari Esteri della UE Federica Mogherini. Forse assisteremo a un’ennesima beffa del Diritto internazionale, tuttavia, i cittadini che ancora credono nell’importanza delle istituzioni democratiche sono invitati a firmarla.
La petizione si trova QUI
Migranti si cambia in peggio. In arrivo la stretta di Salvini
Decreto sicurezza. Abolizione della protezione umanitaria e misure più severe per il riconoscimento della cittadinanza. Insieme a soldi per i rimpatri
Abolizione della protezione umanitaria, prolungamento dei tempi di detenzione nei Centri per il rimpatrio e cancellazione del gratuito patrocinio per i profughi che avranno avuta la domanda di asilo respinta dalla Cassazione. E ancora, norme più severe per il riconoscimento della cittadinanza e maggiori finanziamenti per i rimpatri.
Annunciato più volte dal ministro degli Interni Matteo Salvini, il decreto sicurezza sarebbe ormai in dirittura di arrivo almeno nella parte che riguarda i migranti, quella a cui tiene maggiormente il ministro leghista. Le ultime rifiniture ai 15 articoli che compongono il testo verranno fatte tra oggi e domani da Salvini con il collega della Giustizia Alfonso Bonafede. Bisogna vedere adesso se il giro di vite proposto solleverà le proteste dei pentastellati. In caso contrario, nel caso cioè tutto fili liscio per Salvini magari per la scelta del M5S di affidare eventuali modifiche al parlamento, il decreto potrebbe vedere la luce già con il prossimo consiglio dei ministri.
PROTEZIONE UMANITARIA Per il Viminale ogni anno vengo rilasciati troppi permessi di soggiorno per motivi umanitari in rapporto alle altre forme di protezione internazionale. Da qui la decisione di cancellare di fatto l’istituto eliminando la possibilità «per le Commissioni territoriali e per il Questore di valutar rispettivamente la sussistenza dei ’gravi motivi di carattere umanitario’ e dei ’seri motivi, in particolare di carattere umanitario risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano». Sono previste delle eccezioni: sarà ancora possibile ottenere la protezione umanitaria in caso di «condizioni di salute di eccezionale gravità e nelle situazioni contingenti di calamità naturale nel Paese di origine che impediscono temporaneamente il rientro dello straniero in condizioni di sicurezza».
STOP AL GRATUITO PATROCINIO L’obiettivo è quello di ridurre i ricorsi in Cassazione di quanti hanno avuto respinta la domanda di asilo. Per questo il decreto prevede l’esclusione che il difensore della parte ammessa al gratuito patrocinio abbia diritto all’anticipazione di spese ed onorari a carico dell’erario quando l’impugnazione è dichiarata improcedibile o inammissibile».
RIMPATRI Previsto il finanziamento di 500 mila euro per il 2018 e di 1,5 milioni di euro l’anno per il biennio 2019-20 del Fondo destinato ai rimpatri di «coloro che non hanno titolo di soggiornare nel territorio italiano».
CENTRI PER I RIMPATRI Oggi un migrante irregolare può essere trattenuto in un centro per i rimpatri al massimo per 90 giorni, il tempo necessario per ottenere il via libera al rimpatrio da parte del Paese di origine. Scaduto questo temine deve essere rilasciato. Il Viminale propone di allungare la detenzione fino a sei mesi e di creare ulteriori 400 posti da aggiungere agli attuali 880.
A oggi i Cpr aperti sono sei: Torino, Roma, bari, Brindisi, Caltanissetta e Palazzo San Gervasio (Pz). Almeno altri quattro dovrebbero essere aperti entro l’anno a Milano, Macomer (Nu), Modena e Gradisca d’Isonzo (Go).
A oggi i Cpr aperti sono sei: Torino, Roma, bari, Brindisi, Caltanissetta e Palazzo San Gervasio (Pz). Almeno altri quattro dovrebbero essere aperti entro l’anno a Milano, Macomer (Nu), Modena e Gradisca d’Isonzo (Go).
REATI La protezione internazionale potrà essere negata o revocata ai profughi condannati con sentenza definitiva per i seguenti reati: violenza sessuale, produzione, traffico e detenzione non per uso personale di droga, rapina, estorsione, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali gravi e gravissime, mutilazione di organi genitali femminili, furto e furto in abitazione aggravati dal porto di armi o narcotici.
UNITA’ DUBLINO Hanno il compito di individuare lo Stato Ue competente all’esame delle domande di asilo. Oggi ne esiste una sola presso il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero degli Interni, Per velocizzare le procedure è prevista l’apertura di altre Unità presso alcune prefetture.
CITTADINANZA Il decreto «incide sul riconoscimento della cittadinanza jure sanguinis, che attualmente opera senza limiti di generazione, e che negli ultimi anni ha determinato un incremento esponenziale di domande». Se il provvedimento passerà senza modifiche, in futuro la trasmissione della cittadinanza sarà limitata «ai discendenti in linea diretta di seconda grado che possono documentare lo status civitatis italiano del loro ascendente».
Leo Lancari
da il manifesto
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L’apartheid istituzionale si va rafforzando in Italia. Sulla bozza di decreto Salvini e sulle crescenti revoche dell’accoglienza
L’apartheid istituzionale si va rafforzando in Italia.
Il Sole 24 Ore ha pubblicato il 23 agosto i contenuti della bozza di decreto legge che il Ministero dell’Interno sta elaborando per quanto riguarda il diritto di asilo e i diritti delle persone richiedenti protezione internazionale in Italia[1].
I contenuti più rilevanti riguardano l’aumento del numero di mesi di detenzione nei centri di espulsione (da 3 a 6 mesi); l’allargamento della lista dei reati che abilitano al rifiuto o alla revoca dell’asilo; la drastica riduzione delle possibilità di ricorso nel caso di diniego della domanda di protezione; la riduzione delle possibilità di ottenere la protezione umanitaria; la limitazione dell’accoglienza negli Sprar solo ai beneficiari di protezione internazionale o sussidiaria; l’esclusione dalla possibilità di iscrizione all’anagrafe (cioè di ottenimento della residenza) per le persone richiedenti asilo, per le quali si prevede un documento di riconoscimento particolare; la proroga di un anno per scrivere un testo unico sull’asilo.
Con e oltre Minniti
Particolarmente serio è il cambiamento che verrebbe prodotto da tre misure: quella che nega la residenza, quella che riduce le possibilità di riconoscimento della protezione umanitaria, quella che limita le possibilità di ricorso alle decisioni avverse alle domande di asilo.
La prima, quella che nega la residenza, un diritto ad avere diritticome ricorda un recente report con toolkit della campagna LasciateCIEntrare[2], significherebbe per le persone richiedenti asilo, ad esempio, l’esclusione dalla possibilità di avere il medico di base e di usufruire, di fatto, del servizio sanitario nazionale.
La seconda, relativa al riconoscimento della protezione internazionale, mette in pericolo la divisione dei poteri tra esecutivo e giudiziario, in quanto interviene nell’autonomia del lavoro delle Commissioni territoriali che vagliano le domande di asilo o, in caso di ricorso, dei tribunali.
La terza, quella che limiterebbe le possibilità di ricorso, determinerebbe un trattamento speciale e penalizzante verso una specifica parte della popolazione (quella richiedente asilo) in virtù del suo status giuridico.
Se i contenuti della bozza saranno confermati saremo oltre il decreto Minniti-Orlando, che ha già ridotto i diritti delle persone richiedenti asilo, e si approfondirà in maniera ulteriore una condizione di apartheid e di razzismo istituzionale a danno di questa parte della popolazione. La separazione tra nazionali e non nazionali si aggraverebbe, dunque, in modo ulteriore e, con essa, la condizione di vulnerabilità e marginalità civile e sociale della popolazione immigrata.
Il circolo della repressione
Questo scenario è in realtà già anticipato da quanto sta accadendo con l’accelerazione e la moltiplicazione delle revoche di accoglienza e con l’ulteriore spinta del Ministero nei prossimi bandi verso centri di accoglienza di grandi dimensioni[3]. In particolare, diversi attivisti ed attiviste registrano già da alcuni mesi l’aumento dei controlli prefettizi punitivi contro i migranti (per esempio, sull’orario di presenza) che provocano revoche di accoglienza[4].
La tendenza è quella di approfondire l’attacco alle persone migranti e non alla malaccoglienza, dunque, indebolendo sempre più le condizioni di vita di parte della popolazione richiedente asilo, ma anche titolare di protezione. Si produce così un’umanità indebolita nei diritti e nelle condizioni di vita, da utilizzare poi, nel circuito della repressione in caso di commissione di reati (o, apparentemente in modo paradossale, anche se sottoposta a condizioni gravi di sfruttamento) a fini di propaganda, dicendo che i migranti sono un pericolo sociale in quanto criminali o lavoratori a buon mercato che abbassano i livelli salariali e di sicurezza degli italiani, per cui ci vogliono politiche sempre più di controllo e di contrasto: alimentando una logica che si muove così all’infinito.
Il Ministero dell’Interno, con questa strategia, produce il problema, peggiorando gravemente la vita di centinaia di migliaia di persone, per poi proporsi come risolutore. Ovviamente, il trucco è chiaro, ma non basta la critica della ricerca sociale o del ragionamento a metterlo in discussione.
La produzione di popolazione debole e con status giuridici differenziati e poveri serve ad una parte dell’economia nazionale per mantenere i profitti alti in settori a basso valore aggiunto (alcuni comparti dell’edilizia, dell’agricoltura, dei servizi alla persona, della prostituzione e del turismo, soprattutto) e serve ad un’altra parte, quella politica, per alimentare la propaganda e accrescere il consenso di una società nazionale sempre più razzista anche perché poco interessata (ancora, per ora) ad organizzarsi per lottare collettivamente per i propri diritti e bisogni e, quindi, incline a seguire chi le propone di essere forte con i deboli in quanto non riesce (non è interessata) ad esserlo con i forti.
È questo corto circuito che va messo in discussione e per questo sono necessari la proposta e la mobilitazione politica, concentrate sui bisogni reali della popolazione al di là delle appartenenze nazionali, in una logica meticcia, che rompe il quadro razzista che le istituzioni governative vanno rafforzando di giorno in giorno e che il decreto del Ministro dell’Interno aggraverebbe, se promulgato, in modo ulteriore.
Gennaro Avallone
da Effimera
Note:
[1] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-08-22/stretta-migranti—ecco-nuove-regole-bozza-decreto-salvini-220721.shtml?uuid=AEIo5odF
[2] http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/357-diritti-on-line-il-toolkit-lasciatecientrare-per-l-iscrizione-anagrafica-di-stranieri-richiedenti-asilo-e-beneficiari-di-protezione-internazionale-una-guida-pratica-contro-discriminazioni-e-burocrazia
giovedì 6 settembre 2018
Pestaggio di ferragosto a Trappeto: è stato un raid razzista
casa originale dell'articolo http://www.cronachediordinariorazzismo.org/pestaggio-di-ferragosto-a-trappeto-e-stato-un-raid-razzista/
Il pestaggio ai danni di sei minori stranieri non accompagnati, avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 agosto sulla spiaggia di Ciammarita a Trappeto (Palermo), ha un chiaro movente razzista. Le indagini coordinate dal pm e condotte dai carabinieri della compagnia di Partinico hanno portato all’arresto di sette persone, tra cui due donne. Gli indagati sono accusati di lesioni aggravate e violenza privata e di avere agito con la “finalità dell’odio etnico e razziale”. Quattro sono adesso in carcere, mentre per tre di loro sono scattati gli arresti domiciliari.
Il gruppo di minori, lo ricordiamo, era seduto su un muretto del lido di Ciammarita con un’educatrice della comunità alloggio ‘Mediterraneo’, in attesa dell’autobus per rientrare a casa, dopo una serata in spiaggia. Alcune persone, poco distanti, hanno notato i ragazzi e hanno cominciato ad insultarli con frasi razziste e poi a picchiarli con accanimento. Quando questi sono riusciti a mettersi in salvo sull’autobus, le stesse persone, a bordo di alcune auto, hanno inseguito il furgone Fiat Scudo su cui si trovavano, speronandolo e bloccandolo. Una ventina di persone ha circondato il mezzo. Ed è così iniziata una colluttazione terminata con il pestaggio. “Neri di me…, dovete morire entro stasera vi ammazziamo tutti, falli scendere – hanno gridato all’educatrice – che li porti in comunità tutti morti”. Puntando una pistola verso i ragazzi, uno degli aggressori ha detto: “Scendete devo uccidervi tutti perché ho la pistola”. Le vittime, tutti cittadini gambiani, sono state colpite con bastoni di legno, pietre e mazze di ferro. L’educatrice, anche lei strattonata con forza, ha provato a chiamare le forze dell’ordine, ma alcune donne le hanno strappato il telefono dalle mani. Solo dopo diversi minuti, la donna è riuscita a scappare e anche i giovani stranieri sono fuggiti a piedi. Tutte le vittime hanno riportato lesioni e contusioni con prognosi tra i quattro e i venti giorni. I responsabili della comunità hanno presentato una formale denuncia, che a seguito delle indagini, ha condotto agli arresti degli aggressori.
Alcuni testimoni hanno raccontato agli investigatori che le vittime dell’aggressione hanno tentato di fermare gli autori del raid, dicendo loro: “Siamo giovani come voi e siamo qui per divertirci”. Ma più tentavano di riportarli alla calma, e più li picchiavano con accanimento.
Molto dure le parole del gip nella misura cautelare che parla di un’aggressione “dettata da abiette finalità di discriminazione razziale” e “posta in essere con modalità brutali e ripugnanti rispetto al comune sentire e alle più elementari regole del vivere civile”. “E’ ben possibile affermare la sussistenza negli aggressori, soggetti con raro livello di incultura, di un pregiudizio di ordine razziale, in forza del quale ai giovani extracomunitari, proprio in ragione del colore della loro pelle, non fosse consentito divertirsi, al pari degli altri, durante la notte di Ferragosto”, scrive ancora il gip nell’ordinanza. “Chiara è la formulazione di una minaccia di morte”, pronunciata da alcuni di loro nei confronti della educatrice della comunità.
Solo un mese prima, il 26 luglio, un giovane senegalese di 19 anni era stato brutalmente picchiato mentre si trovava davanti a un bar, sempre a Partinico (ne abbiamo parlato qui). La sua sola “colpa” per gli aggressori, era quella di essere “nero”. Ed anche in quel caso, con buona pace di chi tende sempre a banalizzare questo tipo di aggressioni, si è trattato di puro razzismo.
L’equipaggio di un peschereccio tunisino arrestato in Italia mentre prestava soccorso in mare
di Valentina Zagaria*
Il Signor Chamseddine Bourassine, presidente dell’associazione di pescatori Zarzis le Pecheur APDE e del Réseau de la Pêche Artisanale, è stato arrestato dalle autorità italiane con altri cinque pescatori a Lampedusa sabato 1° settembre.
Dopo aver avvistato un’imbarcazione con il motore rotto che trasportava 14 persone, i pescatori hanno chiamato la Guardia Costiera italiana, che ha assicurato che si sarebbe occupata del caso.
Ma dopo ore di ritardo, i pescatori hanno deciso di avvicinare la barca a Lampedusa, da dove le autorità italiane di competenza si stavano muovendo. Sapendo di non poter prendere i 14 migranti a bordo della propria barca, i pescatori tunisini - i quali, lavorando vicino alle acque libiche, sono spesso i primi a soccorrere le imbarcazioni in difficoltà - hanno trascinato il naviglio in panne fino a circa 24 miglia da Lampedusa, di modo che fosse soccorso dalle autorità italiane. Ma la Guardia di Finanza, dopo aver prelevato i 14 migranti, ha arrestato violentemente i sei pescatori. Questi ultimi sono stati reclusi nella prigione di Agrigento. Per cinque giorni gli è stata negata ogni comunicazione con le loro famiglie.
Essendo Zarzis il porto tunisino più vicino alla Libia, i pescatori del posto si trovano da oltre dieci anni in prima linea nei soccorsi. L’associazione Zarzis le Pêcheur è quindi nata nel 2011, subito dopo la rivoluzione tunisina, per creare una rete di sostegno e migliorare la difficile situazione del settore della pesca artigianale. Negli anni, l’associazione e il suo presidente, Chamseddine Bourassine, sono diventati figure di riferimento nel sud tunisino e hanno cominciato a far parte di progetti internazionali, tra i quali il progetto NEMO del CIEHAM-Bari finanziato dalla Cooperazione Italiana.

- Chamseddine Bourassine e Slaheddine Mcharek nella sede dell’associazione Zarzis Le Pecheur APDE (Foto: Valentina Zagaria)
Nell’estate del 2015, l’associazione Zarzis Le Pêcheur ha partecipato a formazioni su primo soccorso in mare e gestione delle spoglie (offerte da Medici Senza Frontiere), mentre nel 2018 è stata nominata per il premio Nobel per la pace ("The righteous of the Mediterranean Sea - For the humanitarian marine rescue of migrants").
L’estate scorsa, l’associazione ha inoltre bloccato l’attracco della “crociera” di estrema destra C-star al porto di Zarzis, organizzando una manifestazione pacifica contro il razzismo.
I pescatori di Zarzis hanno tenuto una protesta la mattina del 3 settembre per chiedere la liberazione dei loro colleghi, e hanno inviato una lettera all’Ambasciatore d’Italia in Tunisia con 500 firme dei pescatori membri di Zarzis Le Pêcheur per richiedere il rilascio dell’equipaggio.
Il 6 settembre, a Tunisi, si terrà una manifestazione di fronte all’ambasciata italiana per chiedere la liberazione di Chamseddine Bourassine e dei cinque pescatori.
Il 6 settembre, a Tunisi, si terrà una manifestazione di fronte all’ambasciata italiana per chiedere la liberazione di Chamseddine Bourassine e dei cinque pescatori.
* Valentina Zagaria è dottoranda presso il Dipartimento di antropologia della London School of Economics and Political Science. Ha condotto ricerche a Lampedusa e in Sicilia dal 2011 e si è trasferita in Tunisia nel luglio 2015 per iniziare il lavoro su campo per la sua tesi. La sua ricerca si concentra sulle morti ai confini nel Mediterraneo e sui modi in cui gli abitanti delle zone di frontiera in Italia e Tunisia si organizzano e si relazionano con i loro stati a seguito di queste tragedie.
https://www.meltingpot.org/L-equipaggio-di-un-peschereccio-tunisino-arrestato-in.html#.W5D0mOgzZqPmercoledì 5 settembre 2018
Taser e sgomberi: simboli e riti delle politiche di guerra dei populismi
nazisti e gli altri capi fascisti puntavano, sì, sulla efficacia della parola, ma perfino in questo caso i loro discorsi adempivano più a una funzione liturgica che a costituire un’esposizione didascalica dell’ideologia. La parola detta si integrava con i riti culturali e,in realtà, quello che veniva detto finiva per diventare meno importante dello scenario e dei riti che facevano da contorno al discorso. (George L. Mosse, La nuova politica)
Con non poca enfatizzazione è stato dato l’annuncio della “svolta” che dal 5 settembre vedrà la “sperimentazione” del taser in numerose città italiane. Una sperimentazione che, con ogni probabilità, verrà estesa all’intero Paese. A un primo sguardo potrebbe apparire come un “semplice” salto tecnologico finalizzato alla gestione dell’ordine pubblico. Un salto sicuramente repressivo ma che, tutto sommato, rientra nella logica delle cose. I tonfa, i nuovi gas lacrimogeni, le sostanze urticanti non sono stati qualcosa di diverso. Volta per volta, l’apparato repressivo statuale, si dota di innovazioni tecnologiche al fine di reprimere in maniera sempre più efficace ogni forma di insubordinazione. Del resto che oggi la guerra, pur con gradi e intensità diverse, sia una guerra contro la popolazione è qualcosa che si ritrova in un qualunque manuale di “studi strategici”. Al di là degli avveniristici e sempre più improbabili scenari da “guerre stellari”, ciò con cui il “pensiero strategico” fa ormai da anni i conti è la guerra di bassa soglia condotta in ambito urbano contro i civili.
Louis A. Di Marco, tenente colonnello dell’esercito statunitense e insegnate all’Army Command and Staff College - dove tiene corsi dedicato ai combattimenti in centri urbani e alle guerre nel Medio Oriente - ha dato alle stampe, già nel 2012, un interessante volume, La guerriglia urbana. Da Stalingrado all’Iraq il quale non poco ha a che vedere con ciò. In questo volume, che rispecchia tutto l’interessamento che il “pensiero strategico” statunitense riversa nei confronti dei conflitti contro i civili in ambito urbano, l’autore identifica lo scenario proprio della guerra contro la popolazione come lo scenario prevalentemente assunto dalla forma – guerra nel presente. Sulla scia di ciò, l’impiego a tempi brevi e su ampia scala del taser, è una notizia che potremmo definire persino di routine. Molto più utile e interessante, invece, diventa osservare a cosa è stata associata. Insieme al taser entreranno in vigore una serie di provvedimenti contro tutte le “occupazioni abusive”. Apparentemente sembrerebbe difficile trovare un nesso logico e immediato tra i due provvedimenti ma, a una osservazione un poco più attenta, le cose assumono non solo un altro aspetto ma la correlazione si fa persino evidente. Si annuncia l’utilizzo del taser e, in contemporanea, si apre la “campagna d’autunno” contro i senza casa, i centri politici “abusivi”, i poveri e, perché sicuramente tra i senza casa e i poveri gli immigrati saranno numerosi, gli stranieri. In questo senso il taser, da strumento tecnologico, si fa indicatore politico:la guerra la facciamo e ci rafforziamo per condurla al meglio. Questo il messaggio, neppure troppo velato, che il potere politico sta dando. Su questo passaggio pare utile e doveroso provare a ragionare poiché, a partire da un fatto apparentemente minimale, è possibile aprire un ragionamento su quanto si sta dipanando davanti ai nostri occhi. È possibile provare a cogliere la progettualità strategica di ciò che comunemente definiamo come populismo.
Si è soliti dire che il Governo gialloverde in questi mesi non ha fatto nulla. In realtà ha fatto tantissimo. Difficile, infatti, non vedere quanto questo Governo sia stato in grado di delineare il nemico e, a partire da ciò, quanto consenso abbia ulteriormente acquisito per la formalizzazione di autentiche politiche di guerra. In fondo questo è l’unico vero mandato che il Governo ha. Perché? Proviamo a dare, o per lo meno a ipotizzare, una risposta. Chiediamoci che cos’è il populismo e perché è in grado di suscitare tanta approvazione e consenso nonostante, a conti fatti, sul piano materiale abbia restituito o dato poco o nulla a quel popolo del quale si riempie la bocca in continuazione. Non dimentichiamo, però, che, ancor più della teoria, l’ideologia, una volta che le masse se ne sono impossessate, diventa forza materiale.
Cominciamo, intanto, col vedere contro chi questi stanno avendo ragione. Verrebbe da dire l’Europa, e tutto ciò che ha significato, ma sarebbe una risposta troppo generica. Concretamente i populismi stanno avendo ragione di quel modello sociale fondato sulla classe agiata o elite transnazionale il cui progetto strategico era liberarsi delle “società di massa” e, con queste, delle masse stesse. L’utopia, perché a conti fatti di ciò si tratta, di questa elite era inaugurare un corso storico dove la “questione sociale” veniva del tutto rimossa. Un mondo di neoaristocratici globali contornati da una moltitudine di servi territorializzati. Idea non particolarmente originale poiché, a ben vedere, le medesime retoriche erano state appannaggio delle elite del primo Novecento. Tutta la critica, neoaristocratica, che fa da sfondo alla teoria politica e filosofica degli inizi del Novecento mira esattamente a ciò. Il povero Nietzsche, che gli stolti annovereranno tra i precursori del nazismo, in realtà non era altro che il cantore, più fine, acuto e suggestivo, dellanuova aristocrazia cosmopolita. Per Nietzsche la nuova classe di dominatori, i ben nati del tempo, i nuovi barbari sono esattamente quella elite borghese che ipotizza di esercitare il suo dominio senza dover in alcun modo tenere a mente la “questione sociale” e tutto ciò che questa si porta appresso. Tradotto in epoca contemporanea Marchionne e non Salvini incarnerebbe al meglio la figura del barbaro dominatore.
Sappiamo che il nazionalsocialismo è stata la risposta reazionaria di massa ai fautori del dominio dell’elite cosmopolita. Il plebeo Rosemberg sostituì l’aristocratico Nietzsche e, in tal modo, la “società di massa” ritornò a essere coprotagonista della realtà politica e sociale. Il che non avvenne dall’oggi al domani. Quel processo per il quale Mosse ha coniato quel folgorante e sintetico nazionalizzazione delle masse è stato il frutto di un brusio che, per quanto inavvertito e invisibile alle elite, ha avvolto la società, non solo in Germania ma anche in Francia e in Italia, sino a porre in campo un ordine discorsivo che faceva del mitologema del volk l’essenza di ogni cosa.
Discorso plebeo, straccione profondamente anti intellettuale, ancorché portato avanti da intellettuali rancorosi che non erano riusciti a farsi spazio tra i circoli della elite, costruito intorno alla idealizzazione del popolo, delle tradizioni, del bel mondo che fu e, soprattutto, attraverso una narrazione in grado di trovare un colpevole alle miserie del presente; questo discorso riuscì a farsi politicamente egemone tanto che, le elite, dovettero ben presto farlo proprio pagando, per quanto minimo, un prezzo alla società di massa. Centrale, in questo processo, è stata proprio la capacità di contrapporre continuamente la bellezza e la bontà del popolo a tutto ciò che gli si mostrava, o così poteva sembrare, estraneo. Il nazionalsocialismo, nella sua irresistibile ascesa, non fece altro che giocare su questi elementi: il popolo e la sua narrazione da un lato, il nemico dall’altro.
Tutto ciò ha a che vedere con quanto dovrebbe andare in scena a breve? La risposta è sì. Non dobbiamo mai dimenticare che, il popolo dei populisti è un popolo immaginato, un popolo che si inventa e reinventa in continuazione e che non ha alcuna connotazione di classe. Essere popolo significa rimarcare una differenza, significa non tanto essere ma soprattutto non essere il nemico. Significa non essere straniero, significa non essere povero, significa, come l’ultimo stupratore di Parma, essere regolare e integrato quindi non sfigato. Significa non essere omosessuale, significa essere credente del Verbo giusto. Significa non essere un “artista di strada”, significa non essere intellettualizzato e colto, significa considerare le donne un “terreno di caccia” e così via. Aggiungerei anche cacciatore ma potrebbe essere una mia forzatura animalista. Il suo essere positivo è sempre giocato attraverso una negazione, non sono come loro. Questo popolo può esistere solo se, dinanzi a sé, riesce a concretizzare l’altro, il nemico. Dentro questo processo siamo immessi. Mercoledì 5 settembre, di tutto ciò, ne rappresenterà un ulteriore passaggio. Loro, il bersaglio, verrà ulteriormente messo a fuoco. Il taser, e il suo possibile utilizzo, diventa così la concretizazione empirica del noi
Rimane da chiedersi: ma tutto questo per cosa? Qual è il progetto che si sta coltivando? Veramente siamo di fronte al risorgere del nazionalismo? Dietro l’angolo c’è la nuova “Marcia su Roma” o l’incendio del Reichstag? Il fascismo è alle porte? Porre le cose in questo modo sarebbe però sbagliato. La storia non si ripete se non altro perché i contesti concreti e materiali non possono ripresentarsi nella stessa maniera. Ciò che, invece, può reiterarsi è una certa “aria di famiglia” ma, sicuramente, al di fuori di un contesto perimetrato intorno al nazionalismo. Oggi, più sensatamente, più che di nazionalizzazione delle masse pare sensato parlare di europeizzazione delle masse. In altre parole ciò che può ipotizzarsi è l’affermazione reazionaria della “società di massa” su scala Europea. Ipotesi eccentrica? Non troppo. È nella natura dell’imperialismo, indipendentemente dai suoi originari intenti, assumere un carattere transnazionale. Lo stesso nazionalsocialismo, in apparenza il massimo del nazionalismo, si ritrovò, strada facendo, a “pensare” in termini di Europa nazionalsocialista. In merito il “testamento politico” di Göring non lascia molti dubbi al proposito. Sulla scia di ciò la destra radicale, già negli anni ’50 del secolo scorso, parlò inequivocabilmente di Europa Nazione, non a caso l’utilizzo della celtica nasce proprio come simbolo Continentale e post – nazionale. Di ciò i populismi più che la continuazione ne rappresentano una filiazione. Ciò che stanno ipotizzando è un’altra idea di Europa, non di Nazione, bensì un Europa imperialista non governata nella logica esclusiva e utopica delle elite ma fondata sulla europeizzazione reazionaria delle masse. Per questo, tornando a taser, sgomberi e dintorni occorre prendere molto sul serio la presunta inazione del Governo. Questo Governo agisce, fin troppo, in direzione della guerra. Il 5 settembre ne incarna una non secondaria tappa.
Emilio Quadrelli
Emilio Quadrelli
Finché stanno coi piedi davanti nessun problema
Sarà che bisogna affezionarsi poco alle grandi identità collettive, che vanno guardate con sospetto perché non è mica vero che abbracciano tutti. Tutt’al più anzi strozzano qualcuno. Poi finisce che a vestire i panni della repubblica antifascista o “del paese normale in cui certe cose non dovrebbero succedere” ti trovi a fianco chi a fianco non vorresti avere perché... perché poi in questo paese fin troppo normale il mondo da cui provieni è quello degli a-normali. È quel giudizio che grava sulla testa di ogni proletario ben prima di ogni sentenza.
Il presidente Pigliaru e Vice si preoccupano di come sia difficile applicare la legge Mancino. Insomma gli ipocriti di ogni categoria vogliono vederci chiaro sui funerali di quel repubblichino del prof. Todini che stava ancora annidato all’università di Sassari. Tutti i ferventi antifascisti, pure quelli sinceri, ci spiace, condividono questa opinione. Ma cosa ci sarà da chiarire... È tutto trasparente: i fascisti hanno onorato un loro morto. Che problema c’è a dirsi questa cosa? Dirselo negli occhi, con serenità, perché chi ha creduto mai che non esistessero più perché fuori-legge, i fascisti?
È chi ci ha fatto vestire quei panni troppo stretti delle sue istituzioni che è venuto a raccontarci questa storiella. È chi non ha mai dovuto fare i conti con i fascisti che ha creduto fossero un problema superato che ora riemerge come sbaglio della storia la quale, con la sua proverbiale ironia, risveglia le coscienze antifasciste proprio quando un fascista muore. Memorandum: in queste occasioni, quando un fascista muore, come nel caso del camerata Todino, bisogna essere contenti non preoccupati.
Va detto più brutalmente. A noi non urta la loro celebrazione, i funerali a Sassari, le braccia tese ad Acca Larentia. Non abbiamo da mettere le mani avanti. Non urta perché sentiamo che chiunque empatizza più con una fede non domata che con i valori dominanti. Non c’è partita tra la libertà e la legge, questa rincorrerà sempre la prima e la nostra parte non è quella della legge. Il problema è un altro. Il problema è prendersi la libertà di non volerceli avere in mezzo ai coglioni i fascisti da vivi, il problema è restare fedeli all’odio che portiamo loro senza pensare a dove sia il 113.
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