L’articolo che pubblichiamo sulla tragedia di Genova presenta
una documentazione essenziale e il quadro complessivo di scelte
strutturali economiche e politiche che sono alla base di una catastrofe
annunciata.
Pone in modo sempre più urgente il tema ineludibile della
battaglia contro le privatizzazioni, della necessità del ritorno nelle
mani integralmente pubbliche (no SPA e simili), e sotto il controllo dei
lavoratori e degli utenti, di settori economici e di strutture
fondamentali che non possono in alcun modo essere lasciati alla logica
del profitto e dell’interesse privato (Oggi persino La Repubblica è
spinta a scrivere che “la tragedia di Genova è un frutto avvelenato
delle privatizzazioni”). Pone il tema di un vasto piano pubblico dei
trasporti che integri in modo coerente e funzionale ai bisogni del
paese, cioè dell’intera popolazione, la parte su gomma e quella su
ferrovia; conferma il nostro no alla logica di grandi opere che servono
l’interesse di pochi e le speculazioni e la necessità di un vasto
progetto e piano di manutenzione delle reti esistenti e di messa in
sicurezza di un territorio la cui fragilità è stata messa più volte in
evidenza dagli avvenimenti disastrosi che si sono prodotti. In
altri termini pone il problema dell’alternativa tra la logica privata
del capitalismo e la logica dell’interesse pubblico e del benessere e
della sicurezza ambientale di tutte le cittadine e dei cittadini;
richiede una svolta profonda che non verrà né dai governanti attuali,
né da quelli che li hanno preceduti, entrambi profondamente legati al
sistema esistente, ma solo da una nuova mobilitazione di massa sociale
delle classi lavoratrici e popolari.
di Giorgio Simoni
Il crollo del ponte Morandi a Genova, sull’autostrada A10, con il suo
conto, al momento in cui scriviamo, di 39 vittime, 16 feriti, di cui 12
in codice rosso, e 632 sfollati, è una tragedia immane, che ci colpisce
amaramente e che segnerà a lungo la storia del nostro Paese.
Al doveroso cordoglio per le vittime, per i loro famigliari, e alla
vicinanza con tutti coloro che vedranno la propria vita drammaticamente
cambiata da questa sciagura, deve accompagnarsi un inizio di riflessione
su come ciò sia potuto accadere e quali ne siano le responsabilità.
Cominciare, seppure a breve distanza dai fatti, a ragionare su alcuni
elementi per un futuro giudizio politico su quanto è successo, non è un
atto di cinismo. Il cinismo, semmai, è quello dei mercati finanziari,
che già all’indomani del disastro hanno segnato il crollo delle
quotazioni del titolo Atlantia, controllante di Autostrade per l’Italia.
Il riflesso pavloviano (come quello canino, da cui deriva “cinico”) del
capitalista: «Qui c’è da pagare un sacco di risarcimenti, meglio
spostare i capitali da un’altra parte».
Le concessioni autostradali
Parlando di autostrade italiane, è opportuno fare un salto indietro
nel tempo, nel 1997, anno in cui il governo Prodi approvò una nuova
convenzione tra ANAS e Autostrade Concessioni e Costruzioni S.p.A.: le
concessioni della gestione delle tratte venivano prorogate dal 2018 al
2038. Autostrade era, in quel momento, quotata in borsa ma controllata
dall’IRI e quindi in mano pubblica.
Ma l’operazione ne preparava un’altra, di natura ben diversa. Nel
1999 (Governo D’Alema, Ministro dei Trasporti: Tiziano Treu) la Società
Autostrade venne privatizzata: al Gruppo IRI, che era l’azionista di
riferimento, subentrò con il 30% un nucleo di azionisti privati, riuniti
nella Società Schemaventotto; il restante 70% fu quotato in Borsa.
Oggi Autostrade per l’Italia è una controllata di Atlantia S.p.A., di
cui la famiglia Benetton è il maggiore investitore, e gestisce 3.000
chilometri di itinerari in Italia, tra cui la tratta da Genova a Savona
dell’Autostrada dei Fiori.
Atlantia è una multinazionale a base italiana, con 7.400 dipendenti,
che gestisce autostrade anche in Cile, India e Brasile e aeroporti in
Italia e Francia e dal 2018, controlla l’operatore spagnolo di pedaggio
autostradale Abertis Infraestructuras in collaborazione con ACS SA.
Nel primo semestre del 2018 ha riportato ricavi per 1,9 miliardi, di
cui 1,7 miliardi derivanti da pedaggi, e un margine operativo (EBIT)
pari a 930 milioni di euro.(1)
Come si può notare, i pedaggi costituiscono la prevalente voce di
entrate delle società del gruppo, che sono altamente combattive nel
cercare di strappare i maggiori incrementi possibili. Ad esempio, nel
2018, Raccordo Autostradale Valle d’Aosta ha impugnato al TAR il
provvedimento del Ministero delle Infrastrutture che ha concesso un
aumento delle tariffe del 52,69%, a fronte della richiesta presentata
pari all’81,12%; analogamente si è comportata Società Autostrada
Tirrenica, a cui è stato riconosciuto un incremento pari all’1,33% a
fronte della richiesta presentata pari al 36,51%. I giudizi sono ancora
pendenti.
Nel frattempo, non sembra granché cambiato l’atteggiamento dei
governi nei confronti del potente concessionario autostradale. Nel
luglio del 2017, l’esecutivo retto da Gentiloni (Ministero delle
Infrastrutture: Graziano Delrio) ha negoziato con la Commissione europea
un accordo ai fini del riconoscimento della proroga di 4 anni della
durata della concessione di Autostrade per l’Italia, ovvero dal 31
dicembre 2038 al 31 dicembre 2042.
Il viadotto Polcevera
Il viadotto Polcevera, detto anche “Ponte Morandi”, dal cognome
dell’originario progettista, fu completato nel 1967 da Società Italiana
per Condotte d’Acqua (2) ed è stato un’opera cruciale
dell’infrastruttura viaria ligure. Era infatti l’unico collegamento
autostradale esistente tra Genova e il Ponente e oltre, verso la
Francia, con 25,5 milioni di veicoli in transito ogni anno,
quadruplicatisi negli ultimi 30 anni.
Dopo la tragedia, i mezzi di comunicazione hanno riportato le
opinioni di numerosi tecnici, secondo cui le criticità costruttive del
manufatto erano da tempo ben note. «Negli anni Novanta furono fatti
molti lavori: gli stralli furono affiancati da nuovi cavi di acciaio –
ha spiegato Antonio Brencich, docente all’Università di Genova – Indice
che già al tempo furono rilevati cedimenti e si cercò di correre ai
ripari integrando la struttura originaria per far sì che non
insorgessero situazioni di pericolo. E sono tanti i genovesi come me che
si ricordano cosa succedeva all’inizio passandoci sopra: era tutto un
saliscendi. Morandi aveva sbagliato il calcolo della “deformazione
viscosa”. Tradotto: di cosa succede alle strutture in cemento armato nel
tempo. Era un ingegnere di grandi intuizioni ma senza grande pratica di
calcolo». (3)
Va detto che il citato intervento di manutenzione straordinaria, con i
cavi di acciaio aggiuntivi, negli anni Novanta fu attuato solo sulla
pila n. 11 del ponte, quella situata più a est. Per le pile n. 10
(quella che è fatalmente crollata il 14 di agosto) e n. 9, solo 25 anni
dopo, ovvero il 3 maggio di quest’anno, Autostrade per l’Italia ha
pubblicato il bando per i lavori («Interventi di retrofitting
strutturale del Viadotto Polcevera al km 000+551 dell’Autostrada A10»),
per un importo di circa 20 milioni di euro.(4)
Come si spiega una simile distanza temporale tra i due interventi?
Per quale ragione un lavoro così importante per la sicurezza fu a lungo
rinviato? Per provare a dare una spiegazione, occorre dire qualcosa su
una delle «grandi opere» italiane, la contestatissima «Gronda di Genova»
La «Gronda di Genova»
Il tratto autostradale tra Voltri e Genova, che comprende il
manufatto sul progettato da Riccardo Morandi, è ritenuto un nefasto
“collo di bottiglia” dai sostenitori dell’opportunità di una crescita
illimitata del trasporto su gomma di persone e merci.
Nei decenni scorsi il concessionario autostradale, l’ANAS e le
istituzioni locali cominciarono a ragionare sulle possibili soluzioni
alternative.
Nel 2002 Autostrade per l’Italia propose uno studio sul nodo di
Genova che comprendeva, tra l’altro, il raddoppio dell’autostrada A10,
tratto Genova Voltri – Genova Ovest, tramite la costruzione di una nuova
autostrada parallela all’esistente con l’attraversamento del torrente
Polcevera con un nuovo viadotto in affiancamento al ponte Morandi. Il
costo dell’opera sarebbe stato di 1,7 miliardi di euro e la
realizzazione avrebbe richiesto poco meno di 8 anni. Il viadotto
Polcevera sarebbe stato infine demolito.(5)
Questa fu solo la prima versione della cosiddetta «Gronda di Ponente»
(la gronda di Levante invece, passando nell’entroterra del Tigullio,
collegherà Chiavari con l’A7).
Nel 2003 ANAS stese un progetto preliminare secondo un diverso
itinerario, caratterizzato dall’attraversamento della Val Polcevera
tramite un tunnel sotto al letto del fiume, immediatamente a sud di
Bolzaneto. Il costo era in questo caso di 2,2 miliardi di euro.
Nel 2005, tuttavia, le istituzioni locali tornarono ad ipotizzare
l’attraversamento del Polcevera tramite viadotto, riconsiderando
l’itinerario che prevedeva la realizzazione di un nuovo ponte sul
torrente immediatamente a nord (a circa 150 metri di distanza)
dell’esistente Viadotto Morandi.
Nel 2008 il Comune di Genova (con sindaca Marta Vincenzi) propose una
soluzione che spostava l’attraversamento della Val Polcevera a
Bolzaneto, evitando l’abbattimento del Morandi e aprendo una prospettiva
di collegamento con la programmata Gronda di Levante. Il costo di
questa ipotesi variava dai 2,2 ai 2,5 miliardi di euro.
Nel 2009 venne infine lanciato un dibattito pubblico sulla Gronda di
Ponente, ipotizzando cinque diverse soluzioni, tre delle quali non
prevedevano la demolizione del Viadotto Polcevera.(6)
Nel contempo, si sviluppò un ampio movimento popolare contro tale
opera, concretizzatosi nella forma del Coordinamento dei Comitati della
Val Polcevera e del Ponente, mentre in senso favorevole si espressero,
sia pure con diversi accenti, le organizzazioni sindacali (CGIL e CISL),
le associazioni di categoria (Confindustria e Confesercenti), la Camera
di commercio e l’Autorità portuale.(7)
Contrarie all’opera furono anche le associazioni ambientaliste (WWF
Liguria, Legambiente e Italia Nostra) e la sezione ligure dell’Istituto
nazionale di urbanistica, che espresse «forte perplessità nei confronti
di tutte le soluzioni proposte per la Gronda, per ragioni legate sia a
un incremento della domanda di mobilità indotto dalla Gronda (come
emerge dai dati di Aspi), sia a una sovrastima delle previsioni di
domanda di mobilità al 2025» proponendo un “approccio incrementale,
prudente e costruttivo” che affrontasse preliminarmente e urgentemente
il destino del viadotto Morandi e il potenziamento del tratto genovese
dell’A7.
L’opera da 4,5 miliardi di euro
Non è possibile qui ripercorrere tutto il dibattito. Ciò che conta è
che alla fine fu partorita la decisione di realizzare questa «grande
opera», del valore preventivato di 4,5 miliardi di euro, secondo una
versione definita «ottimizzata» della proposta del Comune di Genova.
Il progetto prevedeva (purtroppo occorre esprimersi al passato) il
mantenimento del Ponte Morandi, con la sola dismissione della rampa
elicoidale di connessione tra il viadotto (traffico proveniente da
Savona) e l’autostrada A7, in direzione Milano.
Sì è insomma deciso di realizzare un’opera con 64 chilometri di nuove
autostrade, 24 viadotti, 23 gallerie, che richiederà scavi per 11
milioni di metri cubi e dieci anni di lavori. Attualmente sono in corso
la progettazione esecutiva e alcuni opere propedeutiche.
In questo faraonico contesto, il malandato viadotto Polcevera del
(forse sprovveduto) ingegner Morandi sarebbe dovuto rimanere al suo
posto, con solo una dose di manutenzione straordinaria, benché fosse ben
chiaro che l’opera avesse costi di mantenimento sproporzionati e che
fosse ormai vicina alla fine del ciclo vitale.
L’Amministratore Delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni
Castellucci, in un’intervista a Il Secolo XIX dello scorso 29 maggio
(8), alla domanda se il ponte Morandi fosse un malato terminale,
rispondeva: «E’ un’opera che richiede continua attenzione e
manutenzione. Comprendiamo il disagio, ma crediamo che prima di tutto
venga la sicurezza. Alla fine di questo intervento di manutenzione
straordinaria, Genova avrà un’opera rinnovata». Per poi precisare che
«si tratta del sostanziale potenziamento degli stralli della prima
campata, in analogia a quanto fatto nella seconda».
Alcune (non) conclusioni
Sarebbe decisamente prematuro voler trarre un giudizio complessivo
sulla tragedia di Genova a così breve distanza dai fatti e con ancora
ben pochi elementi informativi a disposizione. Non spettano a noi,
peraltro, valutazioni di tipo tecnico né di tipo giudiziario.
Abbiamo voluto ripercorrere alcune vicende storiche per chiarire i
contesti e le decisioni politiche che costituiscono gli antefatti di
questa bruttissima vicenda.
La privatizzazione, a partire dagli anni Ottanta, delle aziende che
costituivano il nocciolo dell’intervento pubblico in economia, raccolte
nel gruppo IRI, non ha in alcun modo giovato ai lavoratori e alle
lavoratrici, né ai cittadini e alle cittadine, ma solo ai gruppi
economici che si sono impossessati di asset fondamentali. Parliamo di
Alfa Romeo, Finsider/Ilva, Aeroporti di Roma, Italstrade, Telecom Italia
e molte altre. E ovviamente di Autostrade.
Nel settore autostradale, il sistema delle concessioni ai privati ha
massimizzato la gestione delle stesse secondo logiche di profitto,
riducendo gli interventi manutentivi, aumentando le tariffe all’utenza,
producendo faraonici piani d’investimento costantemente disattesi e
buoni soltanto ottenere infinite proroghe del termine degli affidamenti.
Le politiche di austerità hanno trasferito enormi quantità della
spesa pubblica da finalità sociali e collettive a incentivi diretti e
sgravi fiscali per le imprese, nonché al rimborso del debito, e hanno
progressivamente svuotato le casse degli enti locali, deputati alla
manutenzione di altre parti della rete stradale: ricordiamo il
crollo del cavalcavia di una strada provinciale che sovrappassa la statale 36 “del Lago di Como e dello Spluga” il 28 ottobre 2016.
Infine, la politica delle «grandi opere», dal TAV Torino-Lione al
Terzo Valico dei Giovi, dalla Pedemontana Lombarda al MOSE di Venezia,
ha convogliato una quota sempre più consistente di risorse pubbliche
verso realizzazioni faraoniche, raramente giustificate, in grado di
soddisfare gli interessi della grandi imprese di costruzioni e delle
maggiori società di ingegneria.
Nel caso specifico di Genova, la scelta degli enti locali, dei
Ministri dei Trasporti via via succedutisi e, ovviamente, nel proprio
interesse, di Autostrade per l’Italia, è stata quella di investire studi
e risorse economiche nel progetto della Gronda autostradale. È
difficile pensare che questo non abbia alcun rapporto con la
sottovalutazione criminale della gravità della situazione del viadotto
Polcevera e con le decisioni prese sul futuro del medesimo.
–
(1)
http://www.autostrade.it/documents/10279/4408513/Relazione_finanziaria_semestrale_2018_ASPI.pdf
(2) Condotte Spa ha fatto sparire, dopo il disastro, dal proprio sito
web il riferimento a tale opera nel proprio portfolio. Tuttavia, se ne
trova ancora traccia a questo indirizzo:
http://cc.bingj.com/cache.aspx?q=http%3a%2f%2fwww.condotte.com%2fit%2fopere%2fopere.aspx%3fid%3d17&d=4720269646105387&mkt=it-IT&setlang=it-IT&w=1IzYarSc-plih-TS0MycCLb-t6eTU0CW.
Si legge che: « Il viadotto Polcevera rappresenta il primo esempio di
ponte strallato in calcestruzzo costruito in Europa. Opera di
caratteristiche tecniche ancora oggi attuali, fu realizzata in un
contesto urbano, fitto di insediamenti preesistenti».
Fino al 1970 Condotte d’Acqua è stata di proprietà dell’Amministrazione Speciale della Santa Sede e di Bastogi.
(3)
https://www.corriere.it/cronache/18_agosto_14/ingegnere-che-2016-diceva-il-ponte-morandi-fallimento-dell-ingegneria-deve-essere-sostituito-eafec83c-9fb4-11e8-9437-bcf7bbd7366b.shtml
(4) Gara 200/A10
http://www5.autostrade.it/applica/gare/gareapp.nsf/vwBDESDT/3ADE03ABCBEFAB35C1258282004A763A?opendocument&initPos=3&lang=IT&Lavori
(5)
http://www.urbancenter.comune.genova.it/sites/default/files/Gronda_relazione_descrittivadeitracciati.pdf
(6) Comunicato del Coordinamento dei Comitati, 2 marzo 2009: “Noi non
siamo ideologicamente contro la Gronda, ma ci battiamo in favore di una
mobilità diversa e finalmente sostenibile. (…) Ci rendiamo
perfettamente conto che la situazione dei trasporti cittadini non è più
accettabile, ma il voler costruire una nuova autostrada in mezzo alle
case, devastando un territorio già pesantemente martoriato negli ultimi
decenni, anziché risolvere i problemi non farà che aumentarli in maniera
esponenziale, con ricadute pesantissime sulle generazioni future”.
“…per noi opzione zero significa rifiutare i 5 tracciati proposti perché
è fondamentale che si parta da una fotografia della situazione attuale,
la si aggiorni con dati e proiezioni derivanti dai progetti già partiti
e da quelli definiti o in via di cantierizzazione in ambito urbano, da
quelli realizzabili con risorse relativamente modeste”
(7) La CGIL in particolare ritenne l’opera necessaria “… per
rispondere puntualmente alle necessità (del territorio genovese), non
solo di crescita economica (poiché) (…) rappresenta un positivo
contributo sul piano del miglioramento ambientale attraverso il minor
impatto del traffico, soprattutto pesante sulla città”
https://www.grondadigenova.it/wp-content/uploads/2018/02/Gronda-Relazione-conclusiva-della-Commissione.pdf
(8)
https://www.grondadigenova.it/wp-content/uploads/2018/05/Articolo-il-Secolo-XIX-29-maggio-2018.pdf