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giovedì 23 gennaio 2014

Gli assassini di Aldrovandi tornano in servizio


I poliziotti condannati per l'omicidio di Federico Aldrovandi torneranno in servizio tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio: è la decisione presa da commissioni disciplinari composte da sindacalisti, una decisione che sia il Viminale che il resto del mondo politico hanno deciso di avallare tranquillamente.
Paolo Forlani, Luca Pollastri, Monica Segatto e Enzo Pontani - i quattro agenti condannati per l'uccisione di Federico - sono quindi stati reintegrati. Per aver pestato a morte un ragazzo di 18 anni i quattro poliziotti hanno scontato sei mesi di detenzione, tornando tutti in libertà durante l'estate scorsa. I genitori di Federico non sono nemmeno stati avvertiti di questa decisione ma l'hanno appreso da alcune fonti giornalistiche; hanno chiesto di poter visionare i fascicoli con i provvedimenti disciplinari dei quattro assassini ma gli è stato negato perché secondo la legge non sarebbero 'diretti interessati'. Dopo gli insabbiamenti giudiziari, gli affronti del sindacato di polizia Coisp, le dichiarazioni infami di personaggi come Giovanardi e la condanna a pene irrisorie per gli agenti coinvolti (che hanno ovviamente goduto di tutte le attenuanti del caso), la decisione di reintegrarli in servizio è l'ennesimo schiaffo alla morte di Federico e alla battaglia che - nonostante tutto - i suoi genitori continuano a portare avanti da anni con fatica e con coraggio per ottenere giustizia.
Che i quattro assassini venissero radiati dai corpi di polizia è sempre stata una ferma e comprensibile richiesta di Patrizia Moretti e Lino Aldrovandi ma a quanto pare il pestaggio gratuito di un ragazzo di 18 anni, morto sotto i colpi dei manganelli, è un fatto trascurabile per chi ha deciso di reintegrarli in servizio. Lo commenta amaramente la mamma di Federico: "Io ho letto il regolamento della polizia: la radiazione anche è prevista per il disonore alla divisa. E questo per me è alto tradimento. Basta leggerle le cose, basta volerle applicare, per me gli appigli ci sono. Ma forse non vogliono farlo».
da Infoaut

giovedì 12 dicembre 2013

Mi chiamo Massimo e chiedo giustizia



è online e visibile a tutti gratuitamente il documentario "". La messa online del documentario ha la finalità di far conoscere il più possibile la storia di Massimo Casalnuovo, il meccanico ventiduenne morto a Buonabitacolo (SA) cadendo dallo scooter al presunto posto di blocco dei carabinieri la sera del 20 agosto 2011.
Erano le 20 e 30 di due anni fa quando il giovane percorreva senza casco via Grancia evitando l'alt dell'appuntato Francesco Luca Chirichella. Il maresciallo dei carabinieri Giovanni Cunsolo allora si portava al centro della carreggiata per fermare il ragazzo che qualche secondo più tardi cadeva a terra, sbattendo il petto sullo spigolo del muretto del ponte che sovrasta il fiume Peglio. 
Dopo l'incidente si diffondono due versioni dei fatti totalmente opposte tra loro; quella dell'Arma secondo cui Massimo è caduto dopo avere cercato di investire il maresciallo e ferendolo a un piede, e quella invece di alcuni testimoni secondo cui Massimo ha sbandato a causa del calcio sferrato allo scooter dal maresciallo Cunsolo. All'ospedale di Polla comunque arrivava prima il maresciallo, mentre Massimo moriva in ambulanza.
In 40 minuti il documentario prende in esame tutte le fasi dell'accaduto; dal primo comunicato stampa dell'Arma che incolpava Massimo di avere investito il maresciallo dei carabinieri, all'insurrezione della comunità di Buonabitacolo, le voci di Emilio Risi ed Elia Marchesano testimoni oculari dell'incidente, le istituzioni locali, gli atti di indagine della polizia giudiziaria, le perizie tecniche, fino alla battaglia portata avanti dalla famiglia Casalnuovo in questi due anni, e l'udienza preliminare che lo scorso 5 luglio ha visto assolvere il maresciallo dei carabinieri Giovanni Cunsolo, unico indagato per la morte di Massimo.

Piazza Fontana - 12/12/69

giovedì 5 dicembre 2013

A Torino il collettivo "#Se non con Marta quando?"



A Torino il 4 dicembre, durante la conferenza stampa No Tav, ha parlato Valeria, una compagna di Marta, l'attivista pisana che ha accusato le forze dell'ordine di averla molestata sessualmente durante un fermo, al cantiere Tav di Maddalena di Chiomonte. Valeria racconta la storia di Marta e delle iniziative del collettivo.