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mercoledì 5 settembre 2018

Finché stanno coi piedi davanti nessun problema


Sarà che bisogna affezionarsi poco alle grandi identità collettive, che vanno guardate con sospetto perché non è mica vero che abbracciano tutti. Tutt’al più anzi strozzano qualcuno. Poi finisce che a vestire i panni della repubblica antifascista o “del paese normale in cui certe cose non dovrebbero succedere” ti trovi a fianco chi a fianco non vorresti avere perché... perché poi in questo paese fin troppo normale il mondo da cui provieni è quello degli a-normali. È quel giudizio che grava sulla testa di ogni proletario ben prima di ogni sentenza.
Il presidente Pigliaru e Vice si preoccupano di come sia difficile applicare la legge Mancino. Insomma gli ipocriti di ogni categoria vogliono vederci chiaro sui funerali di quel repubblichino del prof. Todini che stava ancora annidato all’università di Sassari. Tutti i ferventi antifascisti, pure quelli sinceri, ci spiace, condividono questa opinione. Ma cosa ci sarà da chiarire... È tutto trasparente: i fascisti hanno onorato un loro morto. Che problema c’è a dirsi questa cosa? Dirselo negli occhi, con serenità, perché chi ha creduto mai che non esistessero più perché fuori-legge, i fascisti?
È chi ci ha fatto vestire quei panni troppo stretti delle sue istituzioni che è venuto a raccontarci questa storiella. È chi non ha mai dovuto fare i conti con i fascisti che ha creduto fossero un problema superato che ora riemerge come sbaglio della storia la quale, con la sua proverbiale ironia, risveglia le coscienze antifasciste proprio quando un fascista muore. Memorandum: in queste occasioni, quando un fascista muore, come nel caso del camerata Todino, bisogna essere contenti non preoccupati.
Va detto più brutalmente. A noi non urta la loro celebrazione, i funerali a Sassari, le braccia tese ad Acca Larentia. Non abbiamo da mettere le mani avanti. Non urta perché sentiamo che chiunque empatizza più con una fede non domata che con i valori dominanti. Non c’è partita tra la libertà e la legge, questa rincorrerà sempre la prima e la nostra parte non è quella della legge. Il problema è un altro. Il problema è prendersi la libertà di non volerceli avere in mezzo ai coglioni i fascisti da vivi, il problema è restare fedeli all’odio che portiamo loro senza pensare a dove sia il 113.

martedì 4 settembre 2018

Nessun copyright su Stefano Cucchi

Puntuali come le tasse, arrivano le prime minacce contro la proiezione del film “Sulla mia pelle” la storia degli ultimi 7 giorni di Stefano Cucchi, ragazzo romano ucciso dai carabinieri il 22 ottobre del 2009 durante la custodia cautelare. Come faremo a proiettare un film ancora nelle sale? Semplice, la produzione del film ha venduto i diritti anche a “Netflix”, impresa operante nella distribuzione di contenuti audiovisivi su internet. Per avere il file basta avere l’account della piattaforma. Bella contraddizione vendere i diritti sia ai Cinema d’essai sia ad una multinazionale del Web. Il 12 settembre potrete decidere se andare al cinema a 5,6,7 €, utilizzare il vostro abbonamento, oppure partecipare alle tante proiezioni gratuite lanciate in tutta Italia. Netflix è sbarcata in Italia nel 2015, e oggi ha una media di 800mila abbonamenti mensili. Molte formule di abbonamento prevedono la possibilità di installare la piattaforma su più dispositivi, ergo, milioni di persone nel nostro paese accedono al servizio “Netflix” a prezzi ben più concorrenziali dei Cinema d’essai. Useremo questo cortocircuito della distribuzione cinematografica per riprenderci, senza pagare, il diritto a usufruire di alcune possibilità che sono concesse solo dietro pagamento, e lo faremo pubblicamente, mettendoci la faccia e fortunatamente, sembra, con un discreto seguito. In poche ore nella giornata di giovedì 27 agosto decine di realtà sociali in Italia hanno lanciato appuntamenti pubblici per vivere collettivamente la visione del film sulla traumatica morte di Cucchi. La storia di Stefano è la realtà quotidiana della violenza poliziesca nel nostro paese, non un thriller holliwoodiano e tanti e tante hanno sentito, opportunamente, l’esigenza di divulgarlo in ambiti pubblici. Nella giornata del 31 agosto “Netflix Italia” ha contattato tutti gli organizzatori per ricordarci che il pagamento del canone mensile non permette la distribuzione “commerciale” dei prodotti audiovisivi, pena violazione del copyright e del diritto d’autore. Grazie “Netflix Italia”! ma già lo sapevamo, la nostra non è una proiezione a scopo commerciale ma un momento per ricordare la morte di Stefano Cucchi. Alcune ferite, alcune storie, non sono commerciabili o, almeno, non per noi. L’amministrazione italiana della piattaforma on-demand ha la faccia tosta di chiederci denaro o l’annullamento delle proiezioni, quando nel 2017 hanno fatturato “appena” 11.69 MILIARDI di $, con 559 milioni di utili per 5400 dipendenti. Quanto pagano di tasse? 0,000 €. Oltre a questi avidi affaristi della “Silicon Valley” siamo stati contattati dagli “addetti ai lavori” del morente, lo scriviamo con sincero dispiacere, Cinema d’autore. Ci hanno scritto per sottolineare le violazioni dei diritti d’autore, tacciandoci di minare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo del cinema, sperando di illuminarci sulle contraddizioni delle nostre azioni. Chiunque abbia lavorato nell’ambito culturale, dai beni artistici al cinema, passando per il teatro sa perfettamente che il proprio nemico è il costante de-finanziamento di qualsivoglia attività culturale. Le condizioni dei “lavoratori della cultura” sono pessime, votate alla crescente precarietà, attraverso pratiche di sfruttamento e ricatto che non conoscono confini di categoria. Biblioteche aperte 6 ore al giorno, musei il cui ingresso costa spesso due ore del nostro lavoro, teatri e cinema in stato di abbandono o, laddove resistono, con prezzi non accessibili. Se si osserva il bilancio del Mibact, (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo) vi si nota, che dal 2000 ad oggi, i fondi sono stati ridotti del 26%, un taglio di 600 milioni di € tondi tondi (in fondo trovare link bilanci Mibact). I mondi della cultura e del turismo pesano sul bilancio statale lo 0.19%, ripetiamo 0,19% del PIL. Coloro che sono realmente interessati alla sopravvivenza del cinema d’autore, creativo, di nicchia, non unicamente votato alla commercializzazione, dovrebbero, insieme a noi, chiedere e rivendicare maggiori investimenti. Questi stessi investimenti arrivano invece dalle multinazionali “cool” alla “Netflix” che vi offre il suo denaro mentre con gli altri oligopolisti del settore, elimina rapidamente tutto ciò che non è immediatamente fruibile e commerciabile per un pubblico il più ampio possibile. Cari amici del cinema d’autore avete sbagliato bersaglio. Mentre Università, scuola, ricerca, sanità, teatro e cinema sembrano non contare molto per chi amministra il paese, c’è una voce nel bilancio statale che non conosce crisi economica, quella della “difesa”. Nel 2018 si prevedono investimenti per 25 miliardi di € cioè l’1.4% del Pil. Sedici volte ciò che viene speso per i beni culturali. Chi sarebbe il problema dei lavoratori e delle lavoratrici del cinema? I giovani e le giovani che si organizzano per stare in compagnia e vedere dei film senza dover spendere soldi, che non hanno, oppure le continue scellerate scelte politiche volte ad arricchire e finanziare le solite persone nei soliti settori? Chi ci governa preferisce la guerra alla cultura e ce lo ricorda ogni anno attraverso il bilancio dello Stato e le tante storie come quella di Stefano.

4 settembre 1970: Allende, el pueblo te defiende!


E’ il 4 di settembre 1970. La coalizione di sinistra Unidad Popular (che raggruppa Partito Socialista, Partito Radicale, Partito Comunista e Movimento de Acciòn Popular Unitario con l’appoggio esterno di tutti i sindacati) vince le elezioni in Chile. Il candidato si chiama Salvador Allende Gossens. Non è la prima volta che Allende cerca di portare le ragioni dei lavoratori cileni all’interno del palazzo presidenziale de La Moneda. Ma non è necessariamente ovvio che pur avendo la maggioranza di voti si possa andare a ricoprire posti di potere in un paese che ospita una buona fetta di grandi interessi stranieri. USA e non. Così il medico di Valparaiso ha già perso le elezioni del ’58, per il 3 per cento. E quelle del ’64. Questa volta no.
Gli sfidanti sono il conservatore Jorge Alessandri e il democristiano Radomiro Tomic. Allende prende più voti di tutti e il Congresso Nazionale ratifica la sua elezione a presidente. Per il momento Nixon non può farci niente. E’ il primo candidato marxista ad essere eletto democraticamente in un paese del Sudamerica.
La posizione degli Stati Uniti in merito allo svolgersi della legislatura di Unidad Popular, viene ben espressa dal segretario di stato Henry Kissinger durante le elezioni: “L’irresponsabilità di un popolo scellerato che pone le basi per il socialismo, non deve essere tollerata. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati soli a decidere….”. E’ solo questione di tempo, e se Allende vuole modificare fattivamente la situazione del paese deve fare in fretta. Il primo anno di mandato è di instancabile lavoro.
Pur non professando una dottrina socialista delle più radicali il governo Allende riesce in breve a farsi amare dal popolo e odiare da tutti quegli imprenditori, stranieri e cileni, i cui interessi vengono fortemente minati dalle sue politiche. Nazionalizzazione delle miniere di rame, delle principali industrie e dei latifondi di proprietà straniera, riforma agraria, sospensione del pagamento del debito estero, tassa sulle plusvalenze e aumento dei salari di base.
Quello che quasi nessuno può tollerare nelle Americhe e in Europa è che il Chile sia diventato d’un tratto il miglior compagno di Cuba, con cui aveva giurato di chiudere ogni rapporto dal ’62 (siglando, in merito,una dichiarazione dell’Organizzazione degli Stati Americani). I rapporti con Castro e l’URSS si fanno stretti, e sia da La Habana che da Mosca giungono preoccupazioni per l’assenza di una politica di rinnovamento militare da parte del nuovo governo cileno. Allende da parte sua è convinto che il paese riuscirà a far fronte all’embargo e alle intromissioni straniere senza dover riccorrere all’uso della forza.
Il 1973 è l’anno della fine. Il prolungato sciopero dei camioneros, foraggiati dalla CIA, e diversi tentativi di colpo di stato mettono il governo in ginocchio. Il tentativo del presidente è di placare il malcontento dei militari con diversi rimpasti che li includano nel governo. Ma l’11 settembre un golpe militare guidato da Augusto Pinochet, appena nominato generale dallo stesso Allende, pose fine alla via cilena per il socialismo e alla speranza che una rivoluzione potesse ancora darsi per mezzo delle istituzioni dello stato.

sabato 18 agosto 2018

#Notinmyname: in Belgio le proteste contro la riapertura dei centri di detenzione

Sta suscitando tantissima indignazione in Belgio la decisione del governo di centro centra a guida del primo ministro Charles Michel di riaprire i centri di detenzione per i migranti da rimpatriare dopo il rigetto delle domande di regolarizzazione. Partiti di opposizione al governo e il mondo associativo denunciano il “ritorno al passato” e a un modus operandi che la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo e dell’Infanzia aveva già condannato in passato. 
I centri di permanenza e detenzione belgi sono destinati ad ospitare anche intere famiglie, bambini compresi. Ed è al primo fermo di una famiglia serba con 4 bambini, avvenuto martedì 13 agosto che le associazioni hanno tempestivamente risposto con diverse manifestazioni. La più partecipata è stata quella che si è svolta a Bruxelles (fotografie) organizzata nei pressi della celebre statua del Menneken Pis, che rappresenta un ragazzino intento a far pipì, in pieno centro cittadino. “Non si arrestano i bambini”, #notinmyname, #NoOneIsIllegal #NonAuxCentresFermés era scritto sui cartelli e gli striscioni del corteo di circa 2.500 persone che sono scese in piazza contro questa disumana disposizione.
A seguire la traduzione di alcuni articoli di rassegna stampa.


Migranti: una prima famiglia con bambini condotta al 127bis

I bambini hanno tra 1 e 6 anni. Il collettivo #NotInMyName denunciano: “una misura disumana
Le Soir.be, 14 agosto 2018
Una prima famiglia con bambini è stata condotta in mattinata al centro 127bs, a Steenokkerzeel, in vista dell’espulsione dal Paese.
Si tratta di una famiglia originaria della Serbia, che comprende 4 bambini tra gli 1 e i 6 anni, ha confermato l’Ufficio per gli Stranieri. Respinte le due domande di regolarizzazione inoltrate nel 2010 e nel 2011, come pure quella di asilo depositata nello stesso periodo, la famiglia, priva di titolo di soggiorno, era stata sistemata in “maison de retour” in attesa del rimpatrio previsto nel marzo e poi nel dicembre 2017. Sistemazione dalla quale ogni volta è fuggita.
Il padre di famiglia è stato condannato in passato a 37 mesi di prigione per furto aggravato.
Abbiamo appreso che una famiglia è stata incarcerata questa mattina (…) Nulla giustifica che si arrestino persone per questioni amministrative. Men che meno minorenni” ha comunicato rapidamente il collettivo #NotInMyName, che ha indetto una manifestazione per mercoledì 15 agosto a Bruxelles, davanti al Manneken Pis per denunciare “la misura disumana”.
Le unità familiari del centro dovrebbero continuare ad “accogliere” altre famiglie durante le prossime settimane. Anche se “nessuna famiglia è stata perseguita nello specifico per il momento, l’Ufficio assicura che sono molte quelle che sono scappate dalle “maison de retour”. Nel solo 2016, 51 famiglie sono fuggite di fronte alla loro espulsione dal Belgio.

Famiglia detenuta al Centro 127bis: azione di protesta di Amnesty International

Una prima famiglia con figli minorenni è stata trasferita martedì mattina al Centro 127bis di Steenokkerzeel.
Amensty International ha lanciato nel pomeriggio un’azione di protesta contro il fermo, nel parco Reale, nei pressi del Gabinetto del Primo Ministro in Rue de la Loi. “Non si arresta un bambino. Punto”: è lo striscione che è stato affisso durante la manifestazione. “Siamo qui per chiedere al Belgio di mettere fine alla ripresa di questa pratica di detenzione dei bambini migranti. Abbiamo l’impressione che il Belgio torni al passato, dal momento che dopo le condanne ricevute dalla Corte Europea per i Diritti Umani nel 2010 e nel 2011 aveva giocato un ruolo di precursore in materia, sviluppando alternative. Abbiamo voluto reagire simbolicamente ed essere davanti alla sede del Primo Ministro perché ascolti il nostro messaggio. Speriamo che il messaggio venga ascoltato anche dalla popolazione. Arrestare i bambini è qualcosa di intollerabile e sconvolgente” ha dichiarato una rappresentante di Amnesty alla RTBF.
La polizia è arrivata dopo pochi minuti e i militanti della Amnesty International ha sciolto il presidio.
L’Unicef è “costernata”
L’Unicef è costernata di fronte alla decisione presa dal governo belga di arrestae un bambino insieme ai suoi genitori nel centro di permanenza di Steenokkerzeel e di privare così di libertà l’intera famiglia.” Ha dichiarato martedì Olivier Marquet, direttore dell’UnicefBelgique.
Il Belgio aveva deciso nel 2008, dopo diverse condanne da parte della Corte Europea e diverse azioni delle organizzazioni per i Diritti dell’Uomo e dell’Infanzia, di smetterla con le detenzioni dei figli di immigrati nei centri di permanenza” prosegue. “Perché si torna indietro? Per l’Unicef, la detenzione di un bambino sia esso figlio di migrante o meno è inaccettabile” ricorda.

Politiche migratorie: più di 1.200 manifestanti a Bruxelles contro l’arresto dei bambini

1200 secondo la polizia, 2500 secondo gli organizzatori, le persone che hanno manifestato mercoledì pomeriggio (15 agosto) a Bruxelles contro la detenzione dei bambini e la politica migratoria del governo belga, considerata “indegna”.
Simbolicamente la manifestazione, indetta da un collettivo cittadino denominato “#NotInMyName” (non in mio nome), è stata organizzata nei pressi della celebre statua del Menneken Pis, che rappresenta un ragazzino intento a far pipì, in pieno centro cittadino.
Fino ad oggi era il solo bambino in Belgio dietro le sbarre (una rete a protezione della statua, ndr), adesso è il governo a decidere di mettercene altri”, ha spiegato all’AFP (agenzia di stampa francese) Florence, una rappresentante del movimento, che preferisce non dire il dire il suo cognome.
Il riferimento è alla recente apertura, con ordinanza reale dell’11 agosto scorso, di un centro di permanenza per l’accoglienza delle famiglie straniere in situazione irregolare e in attesa di espulsione dopo il respingimento della richiesta di asilo.
Conosciuto in Belgio come il “centro chiuso 127bis”, la struttura situata in prossimità dell’aeroporto Bruxelles-Zaventem è stata denunciata dai partiti di opposizione (PS, Verdi e partiti di centro) e dalle associazioni.
Le critiche si sono moltiplicate dopo l’accoglienza presso il centro della prima famiglia avvenuta martedì scorso. Si tratta di una famiglia serba in situazione irregolare, con quattro figli, accusata di essere scappata più volte dalle strutture aperte presso le quali risiedevano. Il padre è stato presentato come “vero criminale” in un tweet del Segretario di Stato con delega al diritto di asilo e all’immigrazione, il nazionalista fiammingo Theo Francken.
Non si arrestano i bambini
Non si arrestano i bambini” è lo slogan scandito mercoledì dai manifestanti, tra i quali numerose famiglie con figli. Per le associazioni di difesa dei diritti umani, l’apertura del centro di permanenza detentiva è per il Belgio un “ritorno in indietro di dieci anni”.
A partire dal 2008 le strutture unifamiliari aperte, denominate “case del ritorno” avevano permesso di evitare la detenzione di minori sans papiers. Ma l’esperienza è stata giudicata molto presto come inconcludente, e una legge votata nel 2011 ha aperto la possibilità di adottare di nuovo la detenzione.
L’apertura dell’ unità detentiva al centro 127bis, decisa dall’attuale governo di centro-destra è stata oggetto di denuncia nelle ultime settimane da parte del Consiglio Europeo e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

In un video del progetto 20K la violenza della polizia francese contro i migranti

Stazione di Menton Garavan, 15 agosto.
Un treno dall’Italia arriva alla stazione e, come di consueto, ha luogo il rastrellamento della polizia francese, al fine di identificare chiunque non abbia la pelle bianca, controllare che tutt* abbiano i documenti in regola ed effettuare il respingimento immediato all’occorrenza.
Ancora una volta delle persone che cercano di attraversare il confine si scontrano con una reazione violenta delle forze dell’ordine.
Il claustrofobico bagno del treno dove i migranti si sono rifugiati per tutelare invano se stessi, i loro corpi e le loro scelte, viene aperto.
Nelle immagini che seguono si vede come la CRS utilizzi ingenti quantità di spray al peperoncino, in un luogo particolarmente ridotto come la toilette di un treno, senza accertarsi chi ci fosse al di là della porta: sarebbero potut* essere bambin*, anzian* o persone affette da patologie respiratorie. I poliziotti hanno l’atteggiamento che conosciamo, un atteggiamento testosteronico e macho, un modo di fare aggressivo, che come potrete vedere, viene assunto anche da altri viaggiatori. Persone che si sentono legittimate a solidarizzare (ti piace vincere facile?) con le forze dell’ordine, aiutandole a forzare la porta. Scegliendo in questo modo da quale parte schierarsi, opponendosi ai ragazzi che cercavano di resistere ai controlli e al respingimento.
Fa riflettere come gli stessi passeggeri non abbiano avuto la sensibilità di percepire la paura degli uni, ed abbiano invece emulato il comportamento rabbioso della polizia francese. Un episodio che ci lascia con tanta amarezza, l’amarezza di chi vede le merci transitare indisturbate mentre blocca alle frontiere donne uomini e bambini, l’amarezza di chi crede che ogni uomo e donna deve poter scegliere sulla propria vita, l’amarezza di chi vede l’Europa crollare sotto il peso del razzismo e dell’odio, l’amarezza di chi vede nella lotta del povero contro il più povero, del discriminato contro il più discriminato la vera barbarie.
Video realizzato dal Progetto20k, invitiamo tutt* a diffondere e condividere!

“NON E’ SOLO UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA, E’ UNA STRAGE DI STATO”: RABBIA E DOLORE A GENOVA

“Prima ci ammazzano e poi ci fanno i funerali di Stato”. Rabbia e dolore tra i lavoratori del porto.
Le valutazioni e riflessioni di Luca Franza lavoratore portuale. Ascolta o scarica
“Ci è crollato il Ponte addosso”. la testimonianza di Rocco, operatore della Comunità di San Benedetto al Porto che era presente al momento della tragedia in un capannone, che è stato parzialmente distrutto, dove vi erano progetti e attività sociali di reinserimento. Ascolta o scarica
“E’ una strage di stato, risultato delle privatizzazioni: questo è evidente e molte famiglie delle vittime non vogliono i funerali di Stato.” Nel capoluogo ligure intanto gli Ultras del Genoa e della Sampdoria chiamano alla mobilitazione”. Ai nostri microfoni Emilio Quadrelli, ricercatore presso il  Dipartimento di scienze antropologiche all’Università di Genova . Ascolta o scarica
“Le fatalità non esistono. Esistono le priorità politiche. La messa in sicurezza delle infrastrutture esistenti non è mai stata una priorità di chi ci governa. Si preferisce lucrare sulle grandi opere e investire somme folli su progetti tanto faraonici quanto inutili”. Da Genova ci spiega la posizione dei No Tav Terzo valico Davide Fossati che interviene anche sulla loro contrarietà nei confronti  della Gronda, opera che secondo i sostenitori di questo progetto avrebbe alleggerito il traffico sul Ponte Morandi ascolta o scarica
Caduta di calcinacci e addirittura di un tubo. Questo è quanto era già stato segnalato da mesi dai lavoratori e lavoratrici della municipalizzata Amiu impegnati in lavori sotto il ponte Morandi. Tra le vittime ci sono proprio due giovani precari di Amiu. Il commento di Emanuele Giacopetti, lavoratre AMIU.
Ascolta o scarica l’intervista

I Benetton e la cacciata dei Mapuche dalle loro terre. Una storia argentina

260mila capi di bestiame, tra pecore e montoni, che producono circa 1 milione 300mila chili di lana all’anno interamente esportati in Europa. Nello stesso terreno sono allevati 16mila bovini destinati al macello.
Sono cospicui gli interessi della famiglia Benetton in Argentina.
Tutto comincia all’inizio degli anni ’90, quando la famiglia italiana Benetton acquista per 50 milioni di dollari il controllo della CTSA attraverso la holding Edizione Real Estate, diventando la più grande proprietaria terriera del paese con 900 mila ettari di terreno, 884 mila dei quali in Patagonia.
Ma nonostante vari tentativi di mediazione non è mai cessata la rivendicazione di terre ancestrali, dove i Mapuche hanno vissuto per generazioni. Mentre l’impero Benetton che, carte alla mano, non vuole rinunciare a quei 900mila ettari di terreno sul quale le “loro” pecore forniscono il 10% della produzione di lana necessaria all’azienda. Nel mezzo, numerosi scontri violenti – dopo un fallito tentativo di mediazione – tra la popolazione indigena e le forze dell’ordine argentine che in questa periferia dimenticata sembrano rimaste quelle della Giunta del massacratore Videla.
In realtà il conflitto ha radici lontane. Nel 1896 il Presidente argentino Uriburu, dona a 10 cittadini inglesi circa 900.000 ettari di terra, nonostante la legislazione vietasse donazioni tanto estese e la concentrazione di terreno (aree superiorei a 400.000 ettari), ad una sola persona o società.
Poco tempo dopo le terre vengono vendute all’Argentinian Southern Land Company Ltd, violando nuovamente il divieto di vendita a fini di lucro delle terre donate.
Nel 1975 un gruppo di investitori compra un pacchetto di azioni della Argentinian Southern Land Company Ltd, il cui nome viene modificato nel 1982, a seguito della nazionalizzazione, in Compañía de Tierras Sur Argentino S.A. (CTSA).
È nel 1991 che la famiglia Benetton acquisì per 50 milioni di dollari 900mila ettari di terre dalla compagnia Tierras Del Sur Argentino, principale proprietaria terriera nella Patagonia argentina. Poi, nel ’94, il presidente Carlos Menem vendette a Benetton quelle terre ad un prezzo irrisorio, e gli abitanti Mapuche furono confinati in zone marginali e improduttive, o costretti alla migrazione nei centri urbani.
Negli anni, però, il popolo indigeno non ha rinunciato alla riappropriazione di quelle terre, e hanno cercato di estendersi e di insediarsi in alcuni villaggi. Nel 2007 la comunità Santa Rosa Leleque decise di recuperare il suo territorio ancestrale, e per anni ha dovuto affrontare continui e violenti tentativi di sgombero. Nel 2014, finalmente, l’Istituto Nazionale degli Affari Indigeni (INAI) riconobbe il diritto dei Mapuche sul territorio. E il 13 marzo del 2015 alcune famiglie iniziarono la “recuperación” di altri territori ancestrali sottratti loro da Benetton.
Secondo Antimafia 2000, “l’impero Benetton sta portando avanti un atto imprenditoriale di stampo fascista, forse legittimo – o ai limiti della legalità – perché si nasconde dietro un atto di vendita, anche se incostituzionale”. E continua a voler buttare fuori dalle proprie terre il popolo Mapuche.
In questo contesto si inserisce la tragica vicenda di Santiago Maldonado (nella foto), artigiano argentino impegnato nei diritti civili delle comunità indigene, 28 anni, i capelli neri e una folta barba che gli circonda il viso, gli occhi scuri, intensi e profondi, è sparito il primo agosto 2017 a El Bolsón, vicino a Bariloche, nella provincia di Rio Negro, mentre era con un gruppo di Mapuche, un’etnia indigena che da tempo rivendica il diritto a riappropriarsi delle proprie terre che fino a un secolo fa si estendevano dall’Atlantico al Pacifico, nel cuore della Patagonia, stava bloccando una importante arteria del paese per protesta. Era intervenuta la polizia, c’erano stati dei tafferugli e del ragazzo si erano perse le tracce. Il suo cadavere sarà ritrovato quasi tre mesi dopo.
Papa Francesco si è interessato di questo omicidio che per molti versi ricorda quello di padre Juan Viroche, altro difensore dei deboli ucciso da un potere pervasivo e privo di scrupoli contro il quale la magistratura argentina non riesce a fare nulla.