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lunedì 1 ottobre 2018

La teoria economica leghista: un fontana di merda!

Oggi sabato 15 settembre a Sassuolo il Ministro per la Famiglia e le Disabilità Lorenzo Fontana verrà a presentare il libro “La culla vuota della civiltà. All’origine della crisi”, all’interno di quel ridicolo carrozzone fascio-leghista che è il SecchiaFest.
Il libro, scritto a quattro mani con Ettore Gotti Tedeschi, banchiere autodefinitosi “capitalista cattolico”, lancia un grido d’allarme riguardo alla probabile estinzione del popolo italico causata dal “terribile inverno demografico di un popolo [che ne] cancella il futuro e l’identità, rappresentando inoltre la principale causa del declino economico di una nazione” (Fonte). Secondo Fontana, che cita la ricerca Eurostat Cerberus 2.0, non ci sono dubbi: “La crisi demografica in Italia sta producendo numeri da guerra. E’ come se ogni anno scomparisse dalla cartina geografica una città come Padova” (Fonte). La prefazione, scritta da Matteo Salvini, continua affermando che “complici le politiche poco lungimiranti degli ultimi anni, e la precisa scelta di colmare il gap demografico con i flussi migratori, le famiglie italiane sono progressivamente scomparse dalle priorità politiche e nei fatti, oggi, scoraggiate a fare figli” (Fonte).
Ancora una volta in questa società patriarcale e, in particolare in questo momento politico in cui i fascismi alzano la testa forti di un chiarissimo appoggio istituzionale, ritorna in voga il progetto fascista che vuole la donna moglie e madre, pronta a sostenere la patria. Vengono colpevolizzate le donne che scelgono di autodeterminarsi e di non avere figli e le soggettività migranti additate come le cause fondanti della crisi economica: le prime colpevoli di “ridurre la produttività per la mancanza di giovani afflussi al mercato del lavoro” (Fonte) e le seconde di rubare posti di lavoro e aumentare la criminalità nel Paese.
Il Ministro Fontana è già famoso per le sue dichiarazioni catto-fasciste che promettono di togliere alle donne la possibilità di decidere sul proprio corpo a difesa della tradizionale famiglia patriarcale, bianca, etero e italiana in cui fare figli diventa un dovere, non più una scelta. Ma in questo caso la pericolosità di queste posizioni è rafforzata dalla collaborazione ideologica dell’economista Gotti Tedeschi, che oltre ad essere ex presidente dello IOR, nonchè  Consigliere per i problemi economico-finanziari ed etici nei sistemi internazionali durante il Governo Berlusconi e  Consigliere d’amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti, è tutt’ora docente di Etica della Finanza all’Università Cattolica di Milano. Secondo l’economista, infatti, la vera origine della crisi economica è la crisi demografica (Fonte) contro cui il governo sembra quindi promettere una vera e propria guerra.
La pericolosità del libro sta nel presentarsi  come un vero e proprio saggio di economia con la chiara pretesa di dare autorevolezza scientifica e giustificazione istituzionale alle politiche antiabortiste e razziste dell’attuale governo.
Dobbiamo svelare ogni fascismo e sessismo che si maschera da saggio scientifico o peggio ancora da “libertà di pensiero”. Misoginia, razzismo e fascismo non sono un’opinione. Che possiamo fare quindi di fronte a questo clima sempre più reazionario? Facciamo quello che abbiamo sempre fatto, e senza paura. Lo diciamo a noi stesse e lo diciamo a tutte: non facciamo finta di niente, non pensiamo che siamo spacciate o che non c’è nulla da fare. Creiamo collettivi e reti, guardiamoci in faccia, aiutiamo le realtà autogestite a crescere, siamo unite di fronte alla repressione. E non limitiamoci alle nostre bolle militanti: se fosse una semplice guerra tra noi e “i cattivi” sarebbe fin troppo semplice. Dobbiamo parlare ogni giorno di antifascismo e femminismo nei modi adeguati alle possibili complici che troviamo nel nostro quotidiano. E’ finito il tempo dell’indifferenza visto che possiamo vedere tranquillamente come il ragionamento “se li combatti dai loro più visibilità” abbia totalmente fallito. Non è il tempo del riposo ma di una lotta umile, costante, intelligente che non lascia indietro nessuna. Sporchiamoci le mani.
Se non ci sono più esempi da seguire, saremo noi stesse il nostro esempio!

"Aborto libero, sicuro e gratuito!"


 Azione comunicativa di Non Una Di Meno: "In occasione della Giornata internazionale per il diritto all’aborto, abbiamo deciso di lasciare una traccia visibile per ribadire che questo è un punto fondamentale per i movimenti femministi".

Tre notti fa Non Una di Meno Bologna è tornata ad attraversare la città: "In occasione del 28 settembre, Giornata Internazionale per il Diritto all’Aborto, abbiamo deciso- ha scritto il movimento femminista in un comunicato- di lasciare una traccia visibile del nostro passaggio e ribadire attraverso l’arte che la battaglia per l'aborto libero, sicuro e gratuito è un punto fondamentale delle lotte di Non Una di Meno e dei movimenti femministi, ovunque nel mondo. Abbiamo ancora negli occhi l’incendio smeraldo che ha invaso le strade dell’Argentina in occasione del voto parlamentare per la riforma della legge sull’aborto, il nero del lutto e della ribellione delle donne polacche contro i continui attacchi antiabortisti del governo e i colori vittoriosi delle donne irlandesi che, scioperando, hanno riconquistato il diritto di abortire. La loro vittoria ha contagiato l’Europa, il loro grido ha potenziato le manifestazioni femministe del 26 maggio scorso quando, in concomitanza con i quarant’anni della legge 194, Non Una di Meno è scesa nelle strade e nelle piazze di tutta Italia per gridare #moltopiùdi194!".
Continua il comunicato: "Un boato femminista, la cui forza propulsiva si è allungata in autunno fino a Verona, dove la protesta di Non Una di Meno è riuscita a rinviare due mozioni antiabortiste che, ora, appaiono solo come l'inquietante anticipazione di quello che sta avvenendo. Le dichiarazioni sul tema del Senatore Pillon e del Ministro Fontana, la nascita di gruppi parlamentari che propugnano un’idea ottocentesca di famiglia, il ddl Pillon e, per estensione, il dl Salvini delineano infatti un quadro preciso di ciò che il governo gialloverde intende riservare alle donne e a tutte le soggettività che rifiutano un modello di società neoliberale, violento e razzista. Un modello smaccatamente patriarcale a cui non abbiamo paura di opporre, ancora una volta, tutto il nostro dissenso, la nostra rabbia, il nostro fuoco. Per questo il 28 settembre è e rimarrà una giornata di mobilitazione per noi importante", che arriva a pochi giorni dalla prossima Assemblea Nazionale di Non Una di Meno, "che avrà luogo proprio nel capoluogo emiliano-romagnolo il 6 e 7 ottobre. Un momento di incontro, scambio e confronto che prevede due intense giornate di lavoro per analizzare insieme le urgenze che il presente ci impone e per fare in modo che Non Una di Meno continui a essere un grido globale di lotta e di liberazione".

OGNI POSTO DI LAVORO UNA BARRICATA. BASTA ACCORDI CHE APRONO AI LICENZIAMENTI

Il 6 ottobre saremo alla manifestazione indetta dall’USB contro i licenziamenti, gli accordi capestro e il ricatto padronale che hanno caratterizzato ( come in tutta Italia ) le vertenze delle aziende spoletine.

La lotta dei lavoratori è il solo strumento utile a respingere l’offensiva del padronato. E’ necessario che essa si rafforzi e cresca. Perché succeda c’è bisogno di unificare le vertenze in atto e questo è possibile solo se c’è la volontà di farlo. Occorre una spinta, occorre dare l’esempio. L’iniziativa dell’Unione Sindacale di Base di Spoleto può aiutare ed è in questo momento la cosa giusta da fare: scendere in piazza per fare sentire ai lavoratori ex Pozzi, Maran, ex Cementir e Novelli, la solidarietà concreta di chi non si arrende alle scelte del padronato, per rendere visibile e palpabile che non sono soli, che c’è un pezzo di città che sta con loro senza se e senza ma e che intende fare da traino alla lotta di resistenza che sarà necessaria.

La città dovrà capire che da lì si deve passare, perché finché non ci si metterà nell’ottica di fare della difesa di ogni posto di lavoro una barricata e si accetteranno accordi che prevedono licenziamenti, e i diritti fondamentali dei lavoratori, il salario, l’orario e la sicurezza sul posto di lavoro, continueranno ad essere strappati via dagli accordi, non ci sarà futuro per i proletari che lavorano e per i giovani.

Con questi argomenti, con questa determinazione saremo in Piazza Garibaldi il 6 ottobre.
Associazione culturale CASA ROSSA

Ilaria Cucchi: «Perché Stefano fu spedito a Regina Coeli e non in ospedale?»

Cucchi bis, la testimonianza del medico del tribunale e degli agenti della penitenziaria: «Era evidente che lo avevano pestato»


«All’udienza di venerdi, tra gli altri, ha reso deposizione il dottor Ferri che presta servizio nelle celle di sicurezza del Tribunale di Roma – scrive Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano – dopo aver parlato delle ecchimosi al volto di Stefano quando lo visitò dopo l’udienza di convalida del suo arresto ha descritto il suo dolore alla schiena e la sua difficoltà a camminare. Doveva appoggiarsi al muro per scaricare il peso divenuto insopportabile per la sua povera colonna vertebrale rotta in due punti. Ha parlato con l’espressione in volto apparentemente priva di qualsiasi emozione, quasi con un mezzo sorriso, non di compiacimento per il dolore di mio fratello ma per il proprio ruolo. Quando però il mio avvocato gli ha chiesto cosa avrebbe fatto se si fosse trattato di un suo paziente del suo ambulatorio privato lui ha risposto che “tra gli altri avrebbe ordinato accertamenti radiologici”.  Ma Stefano Cucchi evidentemente non era un suo paziente perché lo ha mandato in carcere. Allora mi chiedo: ma cos’era per lui?».
Non si reggeva in piedi e camminava male. Era evidente che era stato pestato: uno dopo l’altro, nonostante alcuni “non ricordo”, anche i più recalcitranti fra i testi, hanno dovuto ammettere che le Cucchi era davvero malridotto dopo l’arresto, l’interrogatorio e una notte in guardina, ospite dei carabinieri. Cinque di loro sono sotto processo e tre devono rispondere dell’omicidio preterintenzionale di un ragazzo arrestato per droga. Sul banco dei testimoni sono salite nove persone, tutte già sentite nel precedente processo, quello che vedeva imputati sei medici, tre infermieri e tre agenti della Penitenziaria (infermieri e agenti poi assolti in via definitiva, mentre per i medici è in corso il terzo processo d’appello). In aula si è partiti dalla presenza di Cucchi nella caserma dei carabinieri di Tor Sapienza dopo l’arresto, quando le sue condizioni di salute consigliarono l’intervento di un’ambulanza. «Trovai Cucchi dentro una cella poco illuminata. Era disteso sul letto, rivolto verso il muro e coperto fino alla testa. Lo salutai, e mi rispose ‘Non ho bisogno di niente’», ha detto in aula l’infermiere Francesco Ponzo. «Lo vidi in viso per pochi secondi, aveva pupille normali e una ecchimosi nella zona zigomale destra. Gli dissi ‘Vieni con me, andiamo in ospedale. Se hai qualche tipo di problema, poi magari ne parliamo in separata sedè. Per la mia insistenza, lui si irritò. Alla fine risalimmo, prendemmo i dati e andammo via». È stato poi il medico del tribunale di Roma, Giovanni Battista Ferri, a sottolineare come Cucchi, nelle celle della città giudiziaria, «disse di avere dolori alla zona sacrale e agli arti inferiori. Camminava da solo, al massimo appoggiandosi con la mano al muro. Era leggermente curvo, scaricava parte del peso sul muro; chiese un farmaco che prendeva abitualmente. Secondo me le sue erano lesioni da evento traumatico, e dal dolore sembravano lesioni recenti, ma lui rifiutò di farsi visitare». E alla richiesta sul come si fosse procurato quel dolore, la risposta fu «che era caduto dalle scale il giorno precedente». La parte finale dell’udienza di oggi è stata dedicata all’esame degli agenti della Penitenziaria incaricati di portare i detenuti dal tribunale in carcere. «Vidi per la prima volta Cucchialle celle d’uscita. Non si reggeva in piedi, camminava male, in viso era parecchio rosso, aveva segni evidenti di occhiaie profonde – ha detto l’ispettore superiore Antonio La Rosa – Secondo me quel ragazzo aveva avuto qualche problema, secondo la mia esperienza aveva preso qualche schiaffo, qualche pugno. Era evidente che era stato pestato». E, dopo che il giovane chiese se in carcere ci fosse una palestra e disse che quei dolori erano stati causati da una scivolata dalle scale, un altro detenuto intervenne dicendo: ‘Ma quale caduta dalle scale, lui ha avuto un incontro di boxe? solo che lui era il sacco’«. Prima dell’inizio dell’udienza c’è stato un sit-in fuori del tribunale. Un centinaio di persone e diverse associazioni – tra cui il collettivo Sapienza clandestina, Alterego Fabbrica dei diritti e Acad – si sono trovati dietro allo striscione “Sappiamo chi è Stato, con Stefano nel cuore, con il sangue agli occhi”.